Perché Ingrao non va santificato

JOSEPH HALEVI
Era il 1966 verso la fine di gennaio durante l’XI Congresso del PCI, a mio avviso di oggi, Congresso fatale in quanto immise definitivamente il PCI nella palude. Avevo poco più di 19 anni e una storica compagna della sezione esteri del PCI, Dina Forti, mi inviò un invito ad assistere ai lavori. Facevo parte della sezione Salario a Roma ove c’era una grossa componente ingraiana e, alcuni anni dopo, del manifesto. Io però ero favorevole alla direzione di Luigi Longo essendo il mio metro di misura fondato sul reciproco della distanza dall’URSS.

Malgrado il mio assoluto e duraturo trinariciutismo (Guareschi), in quel Congresso successero due cose che mi colpirono. Ricordo bene il nocciolo politico del discorso di Ingrao: (1) il centro-sinistra non è un governo riformatore bensì si fonda sull’indebolimento della forza politica e contrattuale dei lavoratori; (2) il PSI, i socialisti, era ormai da considerarsi perso, semmai soltanto la sinistra lombardiana poteva essere presa in una qualche considerazione, con cautela; (2.a) meglio concentrarsi su certi componenti dei movimenti cattolici (penso si riferisse alle Acli di Livio Labor). Impossibile obiettare sia al punto (1) che alla primissima parte del punto (2).

Aveva capito che il PSI era ormai una cosa clientelare. Tutti si aspettavano uno scontro diretto tra Ingrao e Giorgio Amendola che invece non avvenne. Il discorso del primo fu molto moderato e smussato, il secondo parlò di economia e della disoccupazione.

A Ingrao risposero invece due banditi: Giancarlo Pajetta e Mario Alicata. Non ho mai avuto grande stima di Pajetta che consideravo un barricadiero fallito. Il personaggio, alla lunga assolutamente inesistente, si lanciò in una demolizione praticamente personale di Ingrao. Non riuscì a controbattere alcuna delle sue tesi.

La reazione più truculenta venne da Mario Alicata, il quale lesse un vero e proprio discorso di scomunica nei confronti di Ingrao, arrivando a dire che il Congresso doveva dichiarare le sue idee come ERRORE. Oltre tre decenni più tardi, quando già collaboravo al manifesto, ne parlai con il giornalista più colto del giornale nonché conoscitore profondissimo del PCI scomparso intorno al 1997-98. Mi disse senza mezzi termini che Alicata, come molti del suo entourage comunista romano, aveva una mentalità prettamente fascista.

Sono assai certo che accanto a Berlinguer molti nostalgici vorranno santificare anche Ingrao. Sarebbe uno sbaglio perché, esattamente come Berlinguer, Ingrao non riuscì a sviluppare un’analisi del capitalismo italiano e quindi a offrire prospettive di lotta valide.

Questo vale anche oggi per chi si è inventato un PCI ad personam, addirittura con la sua rivista, come Aldo Tortorella il quale come responsabile della cultura del PCI e come membro della Direzione presiedette allo smantellamento finale di quel po’ di socialismo e marxismo che c’era nel PCI ben prima della sua ingloriosa fine.

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