Plaza de las Tres Culturas. Il racconto continua

GIUSEPPE SACCA’
Ci sono dei luoghi che raccontano la storia di una città e di un intero popolo, dei luoghi nei quali i segni del tempo rimangono scolpiti, visibili a chi voglia vederli, e a volte ricordati intenzionalmente dal potere per depotenziarli e normalizzarli in una memoria condivisa strumentalmente perché tutto possa restare immutato. In Messico, ubicato nel cuore della megalopoli di circa venti milioni di abitanti che gli fa da capitale, Città del Messico, troviamo Tlatelolco. Siamo nel quartiere di Cuauhtémoc, la delegazione più popolosa della città, oltre 500.000 mila abitanti.

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PLAZA DE LAS TRES CULTURAS

Tlatelolco è a pochi passi da piazza Garibaldi, dove si riuniscono i mariachi in cerca di una scrittura per una serenata o per un compleanno; è ad alcuni minuti da Tepito, sede del più famoso mercato di strada messicano dove è facile imbattersi nel culto della Santa Muerte; è a pochi isolati dallo Zocalo, ossia la piazza principale della città – oggi Piazza della Costituzione (ma per tutti semplicemente Zocalo) – 43.000m² che ne fanno una delle piazze più grandi del mondo. E proprio nel centro di Tlatelolco, in piazza delle Tre culture, si trovano tre monumenti che ricordano tre momenti chiave della storia messicana.

Qui è dove l’ultimo imperatore azteco Cuauhtémoc si asserragliò per contrastare il conquistatore Cortés, una battaglia nella quale persero la vita migliaia di aztechi e che portò alla cattura di Cuauhtémoc stesso, successivamente torturato e ucciso. Questo avvenimento segna la fine dell’impero azteca ed è ricordato da questa iscrizione: “Il 13 agosto 1521, eroicamente difesa da Cuauhtémoc, Tlatelolco cadde nelle mani di Cortés. Non fu un trionfo né una sconfitta, ma la nascita dolorosa di un paese meticcio, quello del Messico attuale”. Poche e semplici parole che fanno capire il perché del nome della piazza, ma soprattutto raccontano il momento fondativo di una nazione basata su tre culture (bianca, india, meticcia) nata per un atto di violenza, di sangue, per l’applicazione ferrea e spietata della legge del più forte.

A pochi passi da questa iscrizione ne troviamo un’altra che ci proietta nel 1968. Era il 2 ottobre, mancavano pochi giorni all’inaugurazione delle olimpiadi ospitate dal Messico, un’occasione che il regime messicano, all’epoca guidato da Gustavo Díaz Ordaz presidente delle repubblica e leader del Partito Rivoluzionario Istituzionale (partito che ha espresso tutti i presidenti messicani dal 1929 al 2000 e dal 2012 con l’attuale presidente Enrique Peña Nieto è tornato al potere), voleva utilizzare per presentare al mondo un paese in cammino verso un futuro radioso e pacificato al suo interno.

Ma molti settori e movimenti civici contrastavano il governo e, come in tutto il mondo occidentale in quegli anni, erano gli studenti a capo delle manifestazioni. E per questo in piazza delle Tre culture furono brutalmente repressi e così il ’68 messicano abortì nel sangue. Fu una strage di Stato destinata a rimanere impunita, una strage ordita dal potere per schiacciare qualsiasi moto di protesta anche pacifico e complice ne fu il mondo intero che fece finta di non vedere nonostante fin da subito fu chiarissimo il volto abnorme della repressione che portò all’uccisione di centinaia di manifestanti, basti pensare a ciò che scrisse a caldo Oriana Fallaci che quel 2 ottobre fu ferita gravemente.

Dopo il terremoto del 19 settembre 1985

Dopo il terremoto del 19 settembre 1985

Ma i movimenti civici possono nascere nei momenti più inaspettati. Accadde nel 1985. Era il 19 settembre, ore 07:17:47, quando un terremoto di magnitudo 8,1 sulla scala Richter colpì Città del Messico. Le cifre ufficiali parlano di 3.192 morti, recentemente innalzati a 6.000 mentre per la Commissione Economica per l’America Latina, ossia l’ONU, sono 26.000. Si accasciarono su se stessi ospedali, case, industrie: l’emblema del sisma sono i palazzi a ridosso di piazza delle Tre culture crollati. Questi palazzi erano nati nel 1950 per affrontare la grave carenza di alloggi, costruzioni che dovevano essere il fiore all’occhiello del nuovo Messico. Il piano progettato da Mario Pani, italo-messicano sostenitore delle idee di Le Corbusier, si concretizzò in quasi 12.000 appartamenti e 688 spazi commerciali, decine di edifici con anche 22 scuole, sei tra ospedali e cliniche, tre centri sportivi, quattro teatri e un cinema.

Non mancarono le inchieste giudiziarie che misero in luce come le costruzioni non rispondessero ai requisiti antisismici e del resto già prima del 19 settembre i residenti ne avevano denunciato la pericolosità. L’ennesimo fallimento per uno stato che nelle ore successive al terremoto rimase inerte, incapace di assistere i propri cittadini che invece seppero dare forte prova di civismo. Proprio dalla capacità di auto-organizzare il riscatto e l’assistenza dei terremotati nacquero diversi movimenti civici. Così nella piazza delle Tre culture, dove nel ’68 lo Stato uccise manifestanti inermi, nel 1985 nacquero movimenti contro il governo costituito incapace di assistere i propri concittadini, governo che, comunque, seguendo un lugubre copione, fece erigere un monumento a ricordo dei morti del 19 settembre.

Piazza delle Tre culture porta con sé ancora oggi queste ferite, ma non solo, è una delle piazze che accoglie abitualmente importanti manifestazioni anche in questi giorni quando tutta l’attenzione del Messico è rivolto agli studenti desaparecidos a Iguala, una città nello stato di Guerrero. 43 studenti riunitisi per l’ultima volta la sera del 26 settembre 2014 per organizzare la loro presenza alla manifestazione che da li a pochi giorni si sarebbe svolta a piazza delle Tre culture come tutti i 2 ottobre.

Per non dimenticare i 43 studenti desaparecidos a Iguala

Per non dimenticare i 43 studenti desaparecidos a Iguala

Secondo la versione delle autorità, i ragazzi sarebbero stati sequestrati da alcuni poliziotti e consegnati a un gruppo di trafficanti locali perché appartenenti a un gruppo rivale di narcotrafficanti della zona. Quindi sarebbero stati uccisi, bruciati e le ceneri gettate in un fiume in sacchi della spazzatura. Ma è una versione che scricchiola sempre più, tanto che è stata smontata dalla Commissione interamericana per i diritti umani, emanazione diretta dell’Organizzazione degli Stati americani. E intanto crescono i sospetti sull’esercito, presente in forze nella zona per contrastare, in teoria, i narcotrafficanti. Il caso di Iguala non è isolato: in tutti il Messico, le stime ufficiali parlano di 25.0000 persone scomparse dal 2006 a oggi. La pressione sul governo cresce e i social network vengono utilizzati con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sperando che non si giri dall’altra parte come per i fatti del 2 ottobre del 1968.

Piazza del Tre culture continua a raccontarci quotidianamente il Messico, un paese segnato da una fitta sequela ininterrotta di soprusi che non sembra destinata volgere al termine seppur, come confermano le manifestazioni di questi giorni, esiste una parte della società che vuole spezzare il cerchio della violenza, del sangue, dei morti ammazzati per far posto ad un Paese non dominato dalla legge del più forte. La speranza è che in Messico non abbiano più diritto di cittadinanza le parole che gli Ateniesi rivolsero ai Melii più di duemila anni fa: “Nel linguaggio umano il diritto si giudica a parità di condizioni, altrimenti i potenti fanno quello che possono e ai deboli tocca dichiararsi d’accordo”.

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