Lavorare molto meno, lavorare tutti. Una ricerca tedesca

SUSANNA BÖHME-KUBY
Anche i politici ora parlano del lavoro – del lavoro che non c’è – come se la disoccupazione fosse una scoperta sorprendente o una novità indotta dalla ormai pluriennale crisi economica che devasta i tessuti produttivi nazionali in Europa. Ma il processo di deindustrializzazione strutturale è in atto da decenni, anche in Italia.

Sono ormai quasi quarant’anni che l’avanzamento tecnico e scientifico ha portato a razionalizzazioni e ristrutturazioni produttive che escludono sempre più il lavoro vivo, mentre la produttività è aumentata in modo esponenziale a esclusivo vantaggio del profitto e della rendita. La quota salariale complessiva si è abbassata a livelli postbellici e dappertutto aumenta il fenomeno dei “working poor“.

Neanche nelle brevi fasi di boom economico i posti di lavoro in Europa sono aumentati, e i numeri vantati sui nuovi posti di lavoro in Germania negli ultimi anni riguardano più che altro lavori precari o a tempo parziale. Questi vengono resi “sostenibili” attraverso integrazioni salariali sotto forma di sussidi statali secondo le norme della cosiddetta “riforma Hartz (1-4)”, che ha ristrutturato radicalmente il mercato di lavoro tedesco in un’ottica neoliberista negli anni 2002/04, a opera della SPD di Gerhard Schröder.

Si tratta di una riforma complessa, elaborata non in parlamento, ma da una commissione non pubblica di “esperti” sponsorizzati dalla Fondazione Bertelsmann (del più grande gruppo multimediale europeo), e venne infine accettata dai sindacati che in Germania sono strutturati secondo settori produttivi e inseriti saldamente nelle logiche di concertazione sociale della “Sozialpartnerschaft“. La moderazione salariale e pensionistica e l’allentamento delle tutele nell’ambito della deregolamentazione viene attutito dall’insieme dei sussidi Hartz 4, che stabilizzano di fatto la disoccupazione di massa, la sottoccupazione, la mancanza di prospettive reali e la seguente letargia politica per ormai circa sei milioni di tedeschi. L’ideologia dominante continua però a negare il carattere strutturale del fenomeno e attribuisce la responsabilità al singolo individuo che deve sottostare a un rigido controllo burocratico, deve periodicamente “aggiornarsi” professionalmente e infine accettare ogni offerta di lavoro, del tipo “1€-Job”, ovvero con paga oraria di un euro per lavori socialmente utili – pena la perdita del sussidio.

Di fronte a questo stato di cose si è persa quasi ogni traccia nella memoria di lavoratori e sindacati europei – tutti condizionati dall’ideologia di una imminente nuova “crescita” – di una possibile e necessaria riduzione dell’orario di lavoro generalizzato. Questa si impone invece storicamente a quasi cento anni di distanza dalla introduzione della giornata di lavoro di otto ore.

Nel 2011 si è costituita una iniziativa di economisti e sindacalisti alternativi, vari movimenti e gruppi di lavoro (Attac: Arbeit-Fair-teilen, Arbeitsgruppe Alternative Wirtschaftspolitik ecc.) che ha elaborato un dettagliato “manifesto per il superamento della disoccupazione di massa” a cui ho accennato due anni fa (La questione del lavoro, il manifesto,12/8/2011, p.14). Nel frattempo l’iniziativa degli economisti Heinz-J. Bontrup e Mohssen Massarrat viene sostenuta da un centinaio di personalità pubbliche, e recenti congressi dei sindacati ver.di e IG Metall hanno messo in programma l’avvio di una nuova discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro. Questa dovrà contemplare anche una necessaria ristrutturazione di tutto il lavoro socialmente necessario e possibile, all’inizio del terzo millennio, nelle sue varie tipologie di lavoro manuale, intellettuale, di cura e sociale e volontario, ma anche la distribuzione del lavoro stesso nel corso del mese, dell’anno e della vita intera di tutti. Ciò renderà possibile una tendenziale nuova “piena occupazione corta” (a salario/stipendio pieno) che è anche la premessa per l’attuazione di una estesa democrazia partecipata.

A fine maggio 2013 Tonino Perna ha rilanciato sul manifesto la tematica di una necessaria riduzione d’orario in Italia, seguito da riflessioni anche in merito a forme di reddito di cittadinanza di Giorgio Lunghini, Piero Bevilacqua e altri. Mi sembra utile tener distinte e non contrapporre le due tematiche, tenendo presente che la “crisi” attuale è infine provocata dai cambiamenti nel modo di produzione, nel quale il lavoro rimane centrale. Quindi non si può non intervenire sulle sue condizioni – almeno in ambito europeo – e scindere la sopravvivenza di intere generazioni da esso.

Gli autori del “manifesto” sopra citato partono dalla necessità di abbassare sensibilmente l’orario di lavoro per indicare che non si tratta di un intervento congiunturale, ma di un salto di paradigma, ovvero di una sostanziale riorganizzazione e redistribuzione del lavoro complessivo, retribuito e non. I loro calcoli partono da dati dell’economia tedesca riferiti al 2010. Allora il sostegno pubblico alla disoccupazione costava ai contribuenti già ben 58 miliardi di euro annui – che si potrebbero impiegare in modo più proficuo. Il calcolo degli economisti è nell’arco di cinque anni, attraverso una graduale diminuzione e diversa distribuzione delle ore lavorate in Germania a trenta settimanali e alla creazione di 4,7 milioni nuovi posti di lavoro. Per la produzione dei beni necessari alla riproduzione oggi si impiega solo più di circa il cinquanta per cento del tempo necessario mezzo secolo fa, nel 1960, quando si lavorava normalmente 48 ore settimanali. Oggi basterebbe dunque la metà del tempo, senza tener conto del fatto che il numero dei lavoratori è aumentato, (tendenzialmente si potrebbe già andare verso le venti ore settimanali). Tenuto conto di una serie di fattori contingenti si propone una riduzione a trenta ore settimanali in ambito europeo.

In una recente “lettera aperta” a tutte le istituzioni competenti tedesche, a nome di un centinaio di firmatari, si chiede che diventi istanza collettiva in Europa. Quell’orario di lavoro basato su trenta ore settimanali a pieno salario/stipendio non sarebbe da considerarsi in modo statico nelle diverse realtà produttive, ma dovrebbe essere variabile secondo le esigenze nazionali, regionali e delle singole professioni e delle svariate situazioni aziendali o personali, comprendendo anche periodi dedicati alla formazione professionale e alla cura di figli e famigliari.

È ovvio che – per arrivare a tanto – si tratta di rimettere in questione il rapporto centrale fra capitale e lavoro, la redistribuzione del profitto d’azienda fra rendita e salario. La diseguaglianza vigente porta alla dissoluzione dei nostri sistemi politici nati dalla seconda guerra mondiale. Secondo la logica neoliberista attuale l’Europa sarà concorrenziale solo se scenderà agli standard delle economie asiatiche. Questo va spiegato ad alta voce e in tutti i modi possibili, da una sinistra alternativa, agli occupati e disoccupati, giovani e vecchi, qui e altrove.

FONDAZIONE LUIGI PINTOR

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