Fucili e stragi. La guerra civile americana

GUIDO MOLTEDO
L’Oregon, tra la California e lo stato di Washington, fa pensare alle foreste che lambiscono il Pacifico, al verde sereno di grandi spazi incontaminati punteggiati da comunità tolleranti e progressiste. Niente di più lontano dal far west che giovedì si è scatenato nelle aule dell’Umpqua Community College di Roseburg. Ma la guerra civile americana non conosce confini, si combatte anche nei campus, anche in quelli come l’Umpqua Community, che è gun free zone, un’area dove sono vietate pure le pistole ad acqua.

Guerra civile? Come altro definire l’interminabile, quotidiano, conflitto che si combatte dappertutto, all’interno degli Usa? Chi ricorda le centinaia di migliaia di morti – solo per parlare degli ultimi due decenni – morti innocenti proprio come i nove studenti di Roseburg? C’è un monumento per commemorare i caduti del Vietnam, a Washington, ma non sono anch’essi caduti, come in guerra, i diecimila cittadini americani uccisi da un proiettile, da un’arma da fuoco? In una sparatoria, in una strage? Diecimila morti nel corso dei mesi di quest’anno. Oltre quattromila nei quattro mesi dal discorso pronunciato da Barack Obama dopo l’uccisione di nove fedeli in preghiera in una chiesa africano-americana di Charleston.

Già, quel discorso, molto bello, poteva rappresentare un primo forte argine al fenomeno delle armi, anche armi da guerra, che puoi portare dappertutto, e che uccidono – quando c’è una sola vittima o due non fa neppure notizia – e che fanno massacri.

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«Siamo l’unico paese moderno al mondo che vede questo tipo di sparatorie quasi ogni mese. Sono diventate una routine», ha detto due giorni fa, a caldo, Obama. E l’editoriale del sito progressista http://www.bluenationreview.com arriva all’amara conclusione, dopo Roseburg, che “noi, come nazione, abbiamo deciso che le sparatorie di massa, per quanto tristi possano essere, sono parte dell’American life”.

Sì, è un fenomeno che rischia, se non lo è già, di essere banalizzato. Come i morti sulle strade. In fondo, le cifre annuali sono pressoché identiche in America. Quasi fossero, l’uccisione del vicino, la strage in una scuola elementare, in un college – alla stregua degli incidenti stradali – tributi da pagare alla società del benessere (!?).

Ma la guerra civile americana si combatte anche sui terreni della politica e della cultura.

Obama, dopo un inizio riluttante, nel primo mandato, ha preso di petto la National Rifle Association (NRA), la lobby dei possessori di armi da fuoco, considerata il gruppo di interessi e di pressione più potente, più ricco e meglio organizzato a Washington e nelle capitali degli stati, un modello per le altre lobby. E il suo tono, le sue parole, sono state particolarmente dure, dopo la notizia di Roseburg. D’altra parte, il suo, era il quindicesimo discorso seguito a un massacro. Un discorso politico, di fronte all’ultimo di una catena di eventi che è frutto di una scelta politica, ha scandito il presidente, quella di non far nulla perché accadano e si ripetano.

Attaccare la NRA è, di fatto, attaccare un pezzo di quello che il presidente Dwight Eisenhower definì il complesso militare-industriale, definizione appropriata per mettere in guardia la nazione, uscita dalla guerra, dall’eccesso di potere acquisito dall’industria bellica e dall’apparato militare. La produzione, il commercio, la diffusione delle armi da fuoco – la NRA, dunque – non sono forse parte di quel mondo lì, che gioca e fa profitti con la morte?

Raramente, difficilmente, un politico osa criticare la NRA e il grumo d’interessi che rappresenta. Per dire, Jeb Bush, che è l’ala moderata dei repubblicani, in un tweet per commentare Roseburg, si è guardato bene dal solo scrivere o pronunciare la parola gun, come se i nove giovani fossero morti chissà perché, chissà come.

Ma c’è anche un dogma/tabù, che la sparatoria di Roseburg colpisce, quello costruito dalla “narrazione” dominante dopo l’11 settembre, secondo cui l’unica vera grande minaccia alla national security americana e all’American way of life proviene dal terrorismo, islamico, ovviamente. Il nemico esterno. Finora immaginario o immaginato. E intanto, il nemico vero, quello interno, non solo non era e non è fronteggiato ma era ed è tutelato e coccolato.

«Siamo l’unica nazione al mondo – ha detto il presidente democratico- che non ha leggi ragionevoli sulle armi. Sono stati uccisi più americani in queste sparatorie che negli attacchi terroristici». E poi: «Spendiamo oltre un trilione di dollari e approviamo innumerevoli leggi, e dedichiamo intere agenzie alla prevenzione di attacchi terroristici sul nostro suolo, e facciamo bene. Eppure, abbiamo un Congresso che esplicitamente ci impedisce perfino di raccogliere dati su come poter potenzialmente ridurre le morti da armi da fuoco. Com’è possibile?».
Obama ha confessato la sua amarezza e la sua impotenza: da solo non posso affrontare una sfida così. Eppure s’impegnerà su questo fronte, sapendo che non dovrà essere rieletto e che dunque potrà sfidare la lobby delle armi come non ha voluto o non ha potuto fare nel primo mandato. C’è da aspettarselo, anche se, egli stesso ha detto, si deve muovere soprattutto il Congresso. Un Congresso dominato dal Partito repubblicano, nel quale è egemone la destra oltranzista. È chiaro che farà di tutto, come ha fatto finora, per bloccare la sia pur minima misura restrittiva, a livello federale, nell’acquisto e nel possesso delle armi.

Se alla maggioranza repubblicana al senato e alla camera si aggiungerà, nel novembre 2016, un presidente dello stesso partito, la litania delle stragi continuerà nella totale indifferenza. Tutti i candidati del Grand Old Party sono lautamente finanziati dalla NRA e dai gruppi a essa legati. Addirittura il beniamino del tea party, Ted Cruz, ha avviato la sua campagna per la nomination repubblicana con un video nel quale si fa ritrarre mentre spara un paio di caricatori con un fucile d’assalto. Intorno alla canna del fucile ha avvolto fette di bacon, poi ricoperte con stagnola, che dopo la sparatoria sono cotte e croccanti. Ecco come cuociamo noi il bacon in Texas, ride dopo la sua bravata, con una faccia cretina e cattiva. Capito? Capito che tipi sono in corsa per la Casa Bianca? E potrebbero perfino conquistarla?

da il manifesto

IL BACON SUL MITRA DEL CANDIDATO TED CRUZ

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