Un calcio al sessismo. La vittoria delle giocatrici iraniane

SAMUELE GULUTEN
Avvolte negli scomodi veli imposti dal regime teocratico, le giocatrici della nazionale iraniana di calcio a cinque hanno vinto la coppa d’Asia, travolgendo l’Oriente con una serie impressionante di vittorie. Prima di celebrare l’inaspettato e storico evento, vorrei premettere alcune ovvietà, che tutti sanno ma che è bello ricordare.

Innanzitutto, se il calcio è più amato della politica è solo perché, scegliendo le squadre più forti, si ha la sensazione di vincere più spesso. Ma calcio e politica seguono la stessa logica, sembrano una specchio dell’altra; la politica, apparentemente, fa sul serio ciò che il calcio fa solo per gioco.

Di fatto, le squadre e i partiti hanno la pretesa e la presunzione di rappresentare città e nazioni, laddove è chiaro che in realtà non rappresentano più nessuno.
Giocano solo per se stessi, per il proprio interesse e profitto.

Detto questo, il caso della squadra iraniana femminile è ben diverso. Le giocatrici non erano sostenute da nessun governo, da nessuna federazione, nemmeno dai mariti. Ha fatto il giro del mondo la notizia che la capitana della squadra non ha potuto giocare la finale perché il marito si è rifiutato di firmare il “permesso” per uscire dal Paese e recarsi nel luogo della finale.

Perché non l’ha firmato? Ovvio, per paura. Non è ben visto dal regime che le donne corrano dietro al pallone: troppo erotico. Sembra una barzelletta, e di fatto per molti in Iran lo è. I regimi sono tutti ridicoli: brutali e grotteschi, violenti e ridicoli.

Eppure, benché orfane del capitano, le nostre intrepide giocatrici hanno battuto le rivali giapponesi. Le quali sì che erano lì per “rappresentare” la Nazione.
Sicché, come mi faceva notare un amico iraniano, queste mussulmane che sfidano gli uomini al potere e vincono al pallone, ricordano molto quelle altre gloriose mussulmane di Kobane, che si battono anche loro contro uomini prepotenti. Addirittura col fucile. E vincono.

*cantautore italo/somalo

Pubblichiamo volentieri l’intervento di Samuele. E condividiamo il senso delle sue parole. Fino a un certo punto, però.

Temiamo che anche Samuele sia finito nel meccanismo più semplice attraverso il quale osservare e raccontare la complicata realtà sociale e politica iraniana. Anche lui, ci pare, predilige il bianco e il nero alle tante sfumature e ai diversi contrasti che, a nostro avviso, prevalgono, specie in questo momento, in Iran.

Limitiamoci al punto chiave del suo resoconto (estrapolandolo dal ragionamento complessivo), l’esclusione della capitana, Niloufar Ardalan, che in verità ha suscitato reazioni forti e di aperto sostegno e solidarietà nei suoi cionfronti anche nel mondo maschile.

Riporto che cosa scrive l’agenzia Askanews:

Selfie dei mariti per dichiarare l’impegno in difesa dell’uguaglianza tra sessi nell’Islam. Succede in questi giorni sui social media in lingua persiana dove migliaia di utenti hanno le foto postate su Facebook di uomini iraniani che vogliono così prendere le distanze da un loro connazionale che, forte dei dettami della Shariya islamica, ha vietato alla propria moglie calciatrice di rappresentare il suo Paese in una partita di calcio femminile, come riporta la BBC.

La moglie, soprannominata “Lady Goal” si chiama, Niloufar Ardalan, ed è capitana della squadra di calcio femminile dell’Iran. All’inizio di questo mese doveva rappresentare il suo paese in una partita in Malesia, ma non ha potuto partecipare all’incontro perché, secondo un’intervista dato ai media iraniani, il marito non le ha dato il permesso.

In Iran, il contratto di matrimonio standard che viene firmato tutti gli sposi dà la facoltà allo sposo di decidere se sua moglie può viaggiare all’estero, la residenza della famiglia. Non solo ma il marito decide anche se la sua consorte può andare a lavorare. Nel caso specifico, Ardalan, ha affermato che suo marito, il noto giornalista sportivo Mehdi Toutounchi, voleva che fosse “presente per il primo giorno a scuola del loro figlio a scuola”.

Visto che i mariti possono scegliere di disapplicare le disposizioni del contratto di matrimonio, decine di uomini iraniani, ispirati alla storia di Ardalan, hanno postato le loro foto sui social media per sostenere la parità di genere. Molti uomini infatti stanno inviando le immagini a Masih Alinejad, un giornalista iraniano che vive negli Stati Uniti creatore della pagina Facebook “Il furto della mia libertà“, come riporta la BBC. La stessa emittente ricorda di aver segnalato la pagina Facebook creata di Alinejad lo scorso anno per difendere i diritti delle donne in Iran.

Interpellato dalla BBC, Alinejad, afferma che è lui stesso a verificare accuratamente le immagini prima di pubblicarle sulla pagina, immagini che avrebbero ottenuto complessivamente 100.000 “Mi piace“. Altri selfie, ne arriveranno, secondo Alinejad, che vuole inserirle ogni due giorni per prolungare la durata della campagna che ha definito “È il turno degli uomini“.

La campagna inizialmente aveva invitato gli uomini a dichiarare che non avrebbero limitato le loro mogli di viaggiare all’estero, ma la maggior parte degli uomini che hanno aderito hanno dichiarato di voler riconoscere tutti i diritti delle loro mogli, tra cui quello al lavoro o addirittura al diritto di chiedere il divorzio, che nell’Islam, salvo rarissimi eccezioni, è una prerogativa riservata ai soli uomini.

“Alla mia compagna di vita: ti concedo ogni diritto, si legge in una delle dichiarazioni. “Io non sono un proprietario ma un partner per mia moglie”, ha scritto un altro. “Come essere umano mi vergogno di avere questi diritti”, ha scritto un terzo.

È fuorviante, come spesso si fa, equiparare la società e la cultura iraniana moderna alle più retrive società e culture arabe e islamiche. Il fermento in Iran, nella società civile, ma anche nella politica e nella cultura, è considerevole, e perfino l’intesa con gli Usa e con l’Occidente sulla questione nucleare non solo alimenta la dinamica modernizzatrice ma ne è anche al tempo stesso il frutto.

(g. m.)

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