Adriatico in rete. Per salvare le tartarughe. E salvare il mare

CLAUDIO MADRICARDO
Se di tartarughe marine volessimo parlare, quanti, di coloro che si accingono a leggerci, non assocerebbero d’immediato il loro habitat a cristallini mari lontani e deserte spiagge esotiche? Alzi la mano chi, al contrario, saprebbe conciliare le bolge estive delle riviere romagnole o delle spiagge venete con la presenza di questi animali marini che istintivamente suscitano simpatia e curiosità di chiunque. Sono presenti, eccome.

Ecco quindi che sviluppare una strategia tesa alla conservazione dei cetacei – pure loro ben presenti in Adriatico sotto forma di delfinoidi e balenottere – e delle tartarughe marine mediante la cooperazione europea. Se non ha portato ancora alla soluzione dei vari problemi che li affliggono (ami e reti da pesca, l’inquinamento ambientale e sonoro etc. etc.) può rappresentare almeno un passo avanti verso la loro tutela. Tanto più se a ragionarci sopra sono stati chiamati i cinque paesi che nel mar Adriatico si bagnano i piedi, come Albania, Croazia, Slovenia, Montenegro e naturalmente l’Italia.

E se questo sforzo, che dura da quasi quattro anni e che è coordinato dal Comune di Venezia, ha trovato sistematizzazione in un progetto il cui costo complessivo sfiora i 2,5 milioni di euro quasi interamente finanziati dalla UE. Questo in breve NETCET grazie al quale è stato possibile realizzare i due centri di primo soccorso per le tartarughe marine presso l’Istituzione Centri di Soggiorno F. Morosini di Malamocco a Venezia. E a Patok in Albania. Nonché  due centri di riabilitazione a Pescara e a Lussino in Croazia, consentendo nel contempo di migliorare le dotazioni tecniche di quelli di Riccione e di Pola.

E visto che, per affrontare un problema, è cosa buona  in primo luogo conoscerlo, si è provveduto a organizzare attività di monitoraggio aereo e da barca, dando vita inoltre a una unità operativa di intervento in caso di spiaggiamenti di massa, e dotando 25 tartarughe marine di trasmettitori satellitari per seguirne gli spostamenti, spesso enormi, nel vasto bacino del Mediterraneo.

Sensibilizzando e formando, grazie alla supervisione del WWF, pescatori, diportisti e studenti delle scuole primarie e dando vita a una rete di città rivierasche in un’ottica di cooperazione pan-adriatica. Di tutto ciò si è ampiamente parlato in occasione dello workshop organizzato a Venezia nella Torre di Porta Nuova in Arsenale. E in una pausa dei lavori, proprio nella terrazza della Torre, da cui la vista spazia, dominando dapprima sull’Arsenale e, a seguire, su San Pietro di Castello. Per allargarsi, poi, sul resto della città.

Spingendosi sulle isole e sulla laguna circostante, inondata di sole e percorsa da rari cumuli minacciosi, nell’aria tersa che ti porta lo sguardo fino ai dolci profili vulcanici dei colli euganei, da una parte. E alle vette lontane delle Dolomiti dall’altra.  In una prospettiva che ti serra lo stomaco per la sua bellezza, quasi a volo d’uccello.

Ebbene proprio lì e dall’alto della terrazza della Porta Nuova in Arsenale, abbiamo potuto intrattenerci con Sauro Pari. Un personaggio dal largo sorriso. Come larghe e coinvolgenti sono disponibilità e simpatia che emana, tradendo i suoi sanguigni natali romagnoli.

Presidente della Fondazione Cetacea onlus a Riccione, un’evoluzione di un piccolo delfinario fondato nel 1988, dove arriva nel 2005 dopo una vita da giornalista a Radio Popolare a Milano, e decide assieme ai lavoratori del parco turistico che si era sviluppato attorno alle vasche, di rilevare il delfinario e di gestirlo attraverso la Fondazione dedicandosi alla tutela di tartarughe, delfini e catacei presenti in Adriatico.

Un’area di ottocento metri quadri, con 26 vasche per le tartarughe, dove in caso di necessità si possono ospedalizzare anche quaranta animali. “In breve – sorride Sauro – ci siamo riusciti. Siamo diventati il centro più importante nell’Adriatico per le tartarughe marine. Oltre a ciò, abbiamo anche un settore Centro recupero animali selvatici marini molto specializzato con tutte le attrezzature adatte ed interveniamo quando ci vengono segnalati spiaggiamenti di cetacei nell’area di riferimento, che è l’Emilia Romagna e le Marche”.

Un’esistenza un po’ all’insegna dell’immaginazione al potere. Come per altro si usava in quegli anni in cui Sauro si trasferisce dalla natia Rimini a Milano. Nel 1969, dove, forse inconsciamente precorrendo di qualche anno “il ferroviere di Guccini”, va a fare il macchinista in una locomotiva delle Ferrovie dello Stato.

Ma è nel 1976 che ha inizio un’avventura importantissima per lui e in genere per l’informazione nel nostro paese. La nascita di Radio Popolare, di cui fu uno dei fondatori. “In quell’epoca – racconta Pari – come giornalista mi dedicavo al notiziario sindacale e a trasmissioni radiofoniche legate al mondo del lavoro. Purtroppo la radio stentava a trovare finanziamenti, era la storia di un po’ tutti gli organi di stampa della sinistra alternativa. E così mi sono occupato di raccogliere fondi. Organizzando concerti e spettacoli teatrali”.

rilascio di Iside alle due sorelle

“Tutto quello cioè che poteva essere utile a organizzare spettacoli e raccogliere fondi. Mi sono appassionato – continua Pari – a tal punto del teatro che, sempre per Radio Popolare, ho deciso di prendere in gestione il Cristallo, un vecchio cinema con 1400 posti. E li ho cominciato a fare musica e teatro. Ci veniva Dario Fo, il primo Paolo Rossi, le Lacoste e via dicendo. Tu sai che in quell’epoca non c’erano molti scrupoli sulla sicurezza dei luoghi di spettacolo pubblico. Una situazione che a un certo punto è andata cambiando. Finché, proprio per l’improponibilità di mettere in sicurezza il Cristallo, ho deciso di abbandonarlo, e sono andato a lavorare come direttore del Teatro Nuovo di Milano, a San Babila.”

Sauro rimane lì fino al 1994, quando per motivi di carattere familiare torna a Rimini entrando in una free press che faceva settantamila copie. Incontrando anche lì i problemi economici già vissuti ai tempi di Radio Popolare.

E decidendo alla fine di fare l’editore di diversi giornali, uno dei quali era Cetacei Informa, il trimestrale di Fondazione Cetacea.

“Alla prima riunione di redazione – continua Pari -ci furono alcuni problemi cosicché partecipai anch’io. Di lì a poco ne sono divenuto il presidente. Quello con i cetacei è stato un amore a prima vista. Pensa che la prima azione cui ho partecipato è passata un po’ alla storia degli interventi sui cetacei, ed è stato il recupero nel porto di Ancona di una femmina molto grossa di grampo, un delfinoide. Gravemente ammalata, e del suo cucciolo che però stava bene. La madre purtroppo è morta subito, lasciandoci tra le mani un piccolo di un anno da svezzare con pappette speciali a base di frullati di pesce. Ecco, posso dire che lì è nato il mio amore per i cetacei. Molto più forte di quello che nutro per le tartarughe”.

Per quanto, in verità, gli interventi più frequenti Sauro Pari li dedica proprio a quest’ultime, per le quali ritiene che NETCET possa costituire una grossissima possibilità, sfruttata solo in parte perché forse di tempo ce ne voleva di più. “L’idea da cui siamo partiti è quella di mettere in rete tutti quelli che in Adriatico si occupano di tartarughe marine e cetacei. In tal modo, a mano a mano, ci siamo accorti delle carenze legislative e dell’esistenza di problematiche diverse da un posto all’altro. Tanto che, giunti quasi alla fine dei quattro anni di progetto, la domanda che ci stiamo ponendo è perché non ne facciamo un altro.  È sul serio tanto importante quello che stiamo facendo, perché NETCET davvero ha creato la rete, che bisogna far comunque funzionare. Il nostro è un mondo cresciuto a piccole isole, e come succede sempre quando ci sono le isole, c’è un mare di diffidenza in mezzo da superare. NETCET ha buttato le basi per il superamento di questo mare. Per questo io mi auguro che si possa andare avanti su questa strada. Perché la considero fondamentale.”

Per la salvezza di tartarughe e cetacei. Le prime, a sentir Pari, forse più minacciate dei secondi, per quanto la situazione potrebbe anche cambiare, in Adriatico.

“Fino ad ora, prosegue Sauro, tutti i progetti di conservazione sono stati elitari perché agivano all’interno di una ristretta cerchia di soggetti che già si occupavano del problema. Come facciamo a far sì che in situazioni di ristrettezze economiche il cittadino veneto piuttosto che emiliano, romagnolo o marchigiano non si ponga la domanda di perché buttiamo via i soldi per le tartarughe mentre lui non ha più la sanità? È un problema che noi risolviamo soltanto portando a conoscenza di queste persone direttamente cosa significa conservare le tartarughe. Conservare le tartarughe ha un significato ecologico, perché esse sono uno dei grossi predatori. E come tale ha un’utilità nel mare per il mantenimento dell’equilibrio. Dal momento che, per dire una banalità, sono ghiotte di meduse. Poi noi, come specie umana, facciamo un sacco di danni. Ovviamente, prima o dopo, tutte le specie si estinguono. Il problema è se si estinguono perché è cambiato il loro mondo, oppure se la ragione sta in cause antropiche dovute a un eccesso di stupidità. Allora, no. Allora noi parliamo di un mondo in cui non c’è più l’idea di conservazione. Ma di conservazione di questo mondo, non tanto di una singola specie. Conservare una specie, in fondo significa conservare un pezzetto di mondo.”

La conversazione volge al termine, non tanto per il venir meno dell’interesse, ma per il caciaroso irrompere degli altri congressisti da cui ci eravamo isolati salendo in terrazzo. Ma prima di lasciarlo alle domande e ai selfie degli altri, Sauro trova ancora i tempo per raccontarsi e raccontarmi la sua passione.

“Sai, io ho una figlia trentenne e spesso la sera esce, per cui tengo il telefonino acceso in caso dovesse chiamarmi. Tempo fa, mi racconta, era di febbraio, ho ricevuto una chiamata alle due e mezzo di notte. Era Massimo,  un pescatore, che mi avvertiva di aver preso con le reti a strascico una tartaruga, che secondo lui non stava tanto bene. Io lo conosco Massimo, diciamo che è un ottimista. E che se mi veniva a dire che secondo lui la tartaruga non stava molto bene, di certo era lì lì per morire, se di già non era defunta. Così m’infilo degli abiti sopra il pigiama e vado al Porto di Cesenatico ad aspettare il rientro della barca  morendo di freddo. Finché Massimo arriva e mi dice che è morta. Ti immagini quale poteva essere allora il mio umore. Si trattava comunque di un bellissimo esemplare, enorme. L’ho caricata in auto per portarla a Riccione con l’intenzione di portarla l’indomani allo zooprofilattico e magari recuperare prima il carapace per qualche scuola. Così, il mattino dopo, chiamo Riccione per sapere della tartaruga morta e mi sento dire. ‘Quale? Qui ce n’è una che fa il diavolo a quattro’”.

Era quella. Probabilmente la tartaruga aveva preso tanto di quel freddo che si era completamente bloccata. Anche tutti i tentativi che avevo fatto la notte prima per vedere se era ancora viva, come strizzarle gli occhi e premerle la cloaca, non erano serviti a nulla. Non si muoveva. Pareva morta. Da quel momento abbiamo deciso che tutte le tartarughe che troviamo le teniamo al Centro per ventiquattr’ore. In osservazione. Hanno delle risorse che nemmeno ci immaginiamo. Il nostro mare purtroppo è troppo antropizzato perché vengano a deporre le uova.

Ci sono stati alcuni episodi, come quello di Roseto degli Abruzzi o quello di Follonica. Ma sono casi eccezionali. Quest’anno una tartaruga si era avvicinata di nuovo a Roseto degli Abruzzi, ma poi la gente è accorsa lì a farsi le foto con l’animale costringendolo a scappare. Di fatto sono animali che hanno bisogno di spazi loro.” Ci lasciamo con un sorriso e una stretta di mano mentre con un gruppo di convegnisti si mette in posa nel sole per i selfie di rito.

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