Renzi e il Character Assassination al Campidoglio

Quando scende giù, e già quando è all’altezza della Maremma, il fiorentino Matteo non si sente a suo agio. Nel Lazio e poi più a sud, si trova in terra incognita. Il presidente del consiglio fatica a capire, non diciamo razionalmente ma empaticamente, la parte meridionale del paese che governa, compresa Roma, dove ormai risiede dal 22 febbraio 2014, a tempo pieno.

Nella sua cerchia ristretta, di romani c’è solo Filippo Sensi. Poi soprattutto toscani – fiorentini, anzi – e settentrionali. No, non ha feeling con la terronia, né con la capitale. Non ha e non ha avuto neppure il tempo per entrarvi in relazione, come è accaduto a gran parte dei suoi predecessori, che, escluso Mario Monti, hanno trascorso la vita nei palazzi e sulle terrazze del potere romano e nei loro dintorni.

Roma, l’infastidisce, nella sua confusione, diventata degrado fuori controllo, né lo diverte l’autoindulgenza ironica e cinica dei suoi abitanti. Renzi non si trova bene neppure con le combriccole dei foresti che si creano nell’habitat della politica romana, non le frequenta, non le alimenta. Non ci va al ristorante la sera, come fanno tutti i politici che, prima disdegnano la capitale, i suoi vizi e i suoi vezzi, poi spesso se ne lasciano volentieri sedurre e catturare, leghisti compresi.

Quindi? Quindi Matteo Renzi – per non essere meritoriamente parte del mondo e dei demi-monde romani – non ha davvero compreso che cosa stava succedendo a quattrocento metri da palazzo Chigi, negli ultimi due anni, che quasi collimano con il periodo del suo soggiorno chigiano. Non ha sostenuto mai Ignazio Marino, quando avrebbe potuto e dovuto, sia per assenza di feeling sia perché aveva altro da fare sia perché, anch’egli Marziano a Roma, non capiva davvero fino in fondo gli intrighi e gli intrichi romani che prima o poi avrebbero avvolto, fino a soffocarla, l’esperienza del “Marziano”.

Quando è apparso evidente che contro Marino era in atto quella che in America chiamano il Character Assassination* e che il linciaggio non avrebbe avuto fine, neppure in vista e nel corso del Giubileo, Renzi non ha fatto nulla per puntellare la poltrona del sindaco di Roma, un sindaco del suo partito, a capo di una maggioranza di centro-sinistra, ma gli ha segato le gambe.

Renzi non poteva più permettersi una situazione, a Roma, fuori controllo nei prossimi mesi di bolgia del Giubileo, perché avrebbe finito per travolgere anche la presidenza del consiglio. In più c’era la clamorosa presa di distanze del papa, difficile da ignorare.

Con Ignazio, come si è detto, non c’è mai stata chimica da parte di Matteo, e viceversa, per ragioni di carattere, di visione, di cultura, sebbene, a ben vedere, i due si somiglino anche, a dispetto dell’evidente, enorme differenza. Come il premier, infatti, il sindaco non si muove secondo gli schemi della politica, non ha la prevedibilità tattica e caratteriale dei politici di professione, vecchie volpi, molte delle quali il giovane Renzi è riuscito a mandare in pellicceria con il suo stile veloce, atipico, irrituale, secondo gli standard a cui la politica italiana, Berlusconi compreso, era abituata. Anche Marino, a modo suo, ha spiazzato i cacicchi romani del Pd e i ras del mattone. Se è stato definito un Marziano, è anche per questo. Certo, Marino non ha la scioltezza manovriera di Renzi, non ha il senso del campo di gioco, né la tempistica di Matteo, non possiede la sua facilità comunicativa. Ma come il premier spesso si muove in modo eccentrico e sorprendente, tanto che molti, a Montecitorio, giornalisti e politici di lungo corso, continuano a chiedersi: ma ci è o ci fa?

Così, diversamente dalle tenzoni con i politici politicien, molte delle quali vinte, alcune stravinte, Renzi, con Marino, non ha saputo come muoversi, non è riuscito a controllarlo né benevolmente né con le maniere dure, attraverso i suoi limitati, da ogni punto di vista, emissari al Campidoglio. Fino a finire nella situazione in cui si è adesso.

Una situazione pessima per Marino ma anche per Renzi.

A Roma, perfino nel giro di poco tempo, la situazione potrà tornare a una certa normalità. Anzi, è facile aspettarsi che tutte i servizi che non funzionavano, per magia funzioneranno come a Stoccolma, e la città sarà pulita e ben tenuta come non si vedeva da decenni, perfino Atac e vigili urbani saranno all’altezza di città come Berlino e Londra. Poi tutto tornerà di nuovo come prima, peggio di prima. Ma nel frattempo Marino non ci sarà più e Roma girerà pagina.

Potrebbe davvero andare così. Ma andrà così? La questione non è romana, è nazionale. Fuori Roma – non solo perché è la capitale – la storia di Marino ha avuto grande eco. Ha suscitato incredulità e indignazione. È diffusa la sensazione di un linciaggio, se non voluto, assecondato da Renzi, di un sindaco onesto, del suo stesso schieramento politico, ostacolato dai grumi di potere mafioso-partitico messi in evidenza dall’inchiesta mafia-capitale.

Prima di Marino, c’era stata la vicenda di Orsoni a Venezia. E prima ancora quella di Flavio Delbono a Bologna. Prima ancora quella di Piero Marrazzo alla Regione Lazio. Due sindaci di grandi città e un governatore di regione costretti a dimettersi. Marino ha, per caso, compiuto atti paragonabili a quelli imputati ai suoi colleghi?

Aver assecondato o non ostacolato il Character Assassination del Marziano, sulla base di controverse e ancora da verificare vicende di uso disinvolto della carta di credito istituzionale, non può che riaccendere una febbrile competizione mediatica alla ricerca di episodi analoghi, presenti e passati, di personaggi pubblici, a partire dallo stesso premier. Il gorgo del fango e dei veleni è già in azione.

*”Character Assassination è la serie di tentativi e azioni per influenzare la considerazione e la reputazione di una persona, inducendo gli altri a sviluppare una percezione estremamente negativa di essa. Implica, per sua natura, un’esagerazione deliberata o una manipolazione di fatti per presentare un ritratto non veritiero della persona presa di mira. Si tratta, fondamentalmente, della diffusione di voci e maldicenze su una certa persona per far sì che la gente la odi“. dall’URBAN DICTIONARY

LE (ALMENO) 39 BUONE RAGIONI PRO MARINO (CHE GLI COSTANO LA POLTRONA)

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