Una storia americana. I 50 anni di “Cold blood” di Truman Capote

MARIO GAZZERI
Il capolavoro di Capote compie cinquant’anni. Fu pubblicato a puntate sul New Yorker con grandissimo successo, In Cold Blood, romanzo non-fiction di Truman Capote, era basato su una ricerca condotta in mesi di interviste con persone che avevano commesso omicidi. È un romanzo-verità, cronaca algida e incalzante di un massacro, segna l’inizio della non-fiction novel e di quel filone di giornalismo d’inchiesta passato alla storia, anche grazie ai romanzi di Tom Wolfe, col nome di new journalism.

Capote_cold_blood
“Fu allora che tagliai la gola al signor Clutter”. Nella sua meticolosa, distaccata confessione del massacro di una famiglia di agricoltori del Kansas (alla River Farm di Holcomb), il ventinovenne Perry Smith chiede al suo complice Eduard Hickock, uno sbandato di due anni più giovane, se deve finire il pover’uomo con un colpo di fucile. “Dick mi guardò e mi disse, ‘sì ammazzalo, su dai, finiscilo!’. Allora premetti il grilletto e gli sparai.”  Dopodiché i due assassini uccisero allo stesso modo Bonnie, la moglie malata di Herb Clutter e due figli adolescenti della coppia, Kenyon, freddato  nella sua stanza da letto e Nancy, una bella ragazza di sedici anni che prima di essere uccisa implorò Oh, please don’t!…Please don’t..!.

Un terribile fatto di cronaca che, nell’America violenta di fine anni Cinquanta, non ricevette più che un trafiletto sui giornali al di là dei confini del Kansas. Ma uno di questi trafiletti, pubblicato sul New York Times, fu letto da Truman Capote, giovane ma già apprezzato scrittore, che decise di andare sul posto e capirne qualcosa di più. Una decisione che fu all’origine di un’appassionante immersione nella realtà della provincia americana e di un lavoro di ben sei anni che si tradusse in un libro di circa quattrocento pagine tirate sul filo dell’orrore. In Cold blood (A sangue freddo).

Clutter Home

Casa Clutter

Quattro “puntate” dell’infinito, terribile ma mai morboso racconto, furono pubblicate sul New Yorker nel 1965, esattamente cinquant’anni or sono. Fu come l’anticipazione di un evento, di un libro che sarebbe diventato il caso editoriale più incredibile del dopoguerra negli Stati Uniti, ma non solo.

Milioni di copie vendute, ventimila a settimana subito dopo l’uscita in libreria, tradotto in trenta lingue, il libro fece la fortuna di Truman Capote (e della Random House che lo aveva pubblicato).

Capote nella casa del massacro

Capote nella casa del massacro

In Cold blood, romanzo-verità, cronaca algida e incalzante di un massacro, segna l’inizio della non-fiction novel e di quel filone di giornalismo d’inchiesta passato alla storia, anche grazie ai romanzi di Tom Wolfe, col nome di new journalism.

Un genere nuovo che rivoluzionò la letteratura americana  riducendone  la distanza dal giornalismo di qualità e che, forse, non poteva veder la luce se non in America. La prosa è serrata, fredda come il sangue del titolo. Nessuna  concessione  alle pause di un romanzo, alla suspense di un “giallo”. Capote riporta in maniera asettica i fatti, nient’altro che i fatti, le testimonianze, i dialoghi.

È la tecnica della “verità”, che è ancora più terribile. Descrive con maestria  il piccolo centro di Holcomb, il suo bar, il suo ufficio postale e i suoi  abitanti, piccoli proprietari terrieri, devoti come solo nell’America profonda ancora si possono trovare. Non dà giudizi, non esprime opinioni. Il suo racconto è veloce, non conosce pause. Tiene il lettore incollato al libro.

Capote conosce i due pluriassassini poco dopo la loro cattura. Li va a trovare in carcere ed assisterà, dopo quasi sei anni, alla loro esecuzione. Per Perry Smith usa parole che sembrano se non di perdono, sicuramente di empatia,  di comprensione per la terribile infanzia e la dolorosa adolescenza del meticcio criminale (sua madre era un’indiana Cherokee).

Ma il travolgente successo del libro, dopo l’impiccagione dei due criminali, suscita invidie e gelosie nel mondo letterario.

C’è chi lo accusa di aver descritto particolari senza averli potuti conoscere, di aver alterato il senso di alcuni dialoghi ai quali non era stato presente. Ci fu addirittura qualcuno che ipotizzò una storia d’amore, platonica o meno, tra Capote (dichiaratamente omosessuale) e Perry Smith.

Il Kansas (come tutto il Midweast) aveva conosciuto, prima del massacro di River Farm , un periodo di relativa tranquillità, soprattutto se confrontato agli anni ’30 quando fu ripristinata la pena capitale che era stata abolita nel lontano 1907.

Robert Blake e Scott Wilson

Robert Blake e Scott Wilson

La decisione dei legislatori del Kansas era stata presa a seguito della recrudescenza di “una sfrenata criminalità professionistica”, come scrive Capote, contrassegnata dalle “gesta” di rapinatori ed assassini i cui nomi brillano ancora nel “firmamento” del crimine: Charles, “Pretty Boy” Floyd, Alvin “Old Creepy” Karpis, Clyde Barrow e la sua amante assassina Bonnie Parker.

L’alone di cupo romanticismo  con cui scrittori e registi hanno voluto ammantare  alcuni di loro, soprattutto la diabolica coppia “Bonnie and Clyde”, non poteva però essere riproposta  per lucidi, spietati criminali come Smith e Hickock. Neanche gli psichiatri chiamati dalla difesa dei due al processo, riuscirono ad allontanare il cappio dal collo dei Perry e Dick.

Durante il processo, Smith ricordò che fuggendo in macchina dalla casa dei Clutter, aveva bevuto e riso assieme a Dick Hickock riandando ad alcuni particolari del massacro. Il processo durò poco. Pena di morte, fu la prevedibile sentenza.

A nulla valsero i ricorsi se non ad allungare di alcuni anni la loro permanenza nelle celle della morte del penitenziario di Lansing. Nella notte tra il 13 e il 14 aprile del 1965, il primo a salire i tredici scalini della “grande altalena” (così i detenuti chiamavano la forca) fu Richard Hickock, seguito mezz’ora dopo da Perry Smith. I loro corpi vennero lasciati appesi per venti minuti, come prevedeva la legge.

Tra le due esecuzioni,  il medico legale che doveva accertare il decesso dei due criminali, uscì dal magazzino e vomitò. In Cold Blood, una storia violenta. Una storia americana.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...