Klimt in vendita? Non è tabu, ma per far cassa c’è una via più semplice

MASSIMO DONA’*
Vendere o non vendere il Klimt, come vorrebbe Brugnaro? Domanda di per sé non molto sensata; ché le opere d’arte si vendono e si comprano da tempo immemorabile. O quanto meno da abbastanza tempo. Qualcuno potrebbe forse negarlo?

D’altro canto, in quanto merce di scambio, l’arte non ha alcun diritto di essere trattata diversamente da come tratteremmo un palazzo o una caserma. Quante volte, infatti, si è proposto – in questi ultimi anni – di vendere gli immobili di proprietà del Comune o dello Stato, o di vendere le caserme? E nessuno si è mai scandalizzato.
Ora si propone di vendere un Klimt; e tutti sventolano le bandiere dell’indignazione e della protesta…. Che – diciamo la verità – sembra quanto mai difficile capire e giustificare.

Il fatto è che tutto ormai si compra e si vende. Si vendono – da sempre – i corpi, e si vende l’anima (anche un grande poeta inglese aveva scritto un’opera che raccontava di un personaggio che avrebbe venduto l’anima al diavolo… per garantirsi di rimanere eternamente giovane – non c’era ancora la chirurgia estetica, evidentemente!).
Perché mai non si dovrebbero vendere le opere d’arte, dunque?

Certo, l’opera d’arte – dirà qualcun altro – ha un valore che non è semplicemente economico. È dunque forse nel nome di questo valore non puramente economico che si sventolano le bandiere della protesta.

E d’altro canto, come dare torto a chi difende quest’altra posizione? L’arte è infatti tra le condizioni che contribuiscono in maniera determinante a caratterizzare una civiltà, una società. Ma anche una città; o un palazzo. Cosa sarebbero, in questo senso, Firenze, Venezia, Roma… ma non solo…. senza le opere d’arte che le hanno rese immortali e incomparabili, facendole diventare meta di una massa crescente di visitatori?

Certo, va riconosciuto che… anche togliere un solo pezzo di questa beltà a Firenze o a Venezia… o ad uno qualsiasi di questi agglomerati urbani, significherebbe togliere qualcosa di irrinunciabile al medesimo; rischiando di impoverire la ragione della sua irresistibile potenza attrattiva. E di rendere mutilata la stessa “identità” che rende queste città più preziose del diamante più raro e luminoso.

Eppure, se chiedessi: terreste il vostro Tiziano (ammesso che voi foste in possesso di un Tiziano), o fareste morire vostro figlio, che potrebbe essere stato aggredito da una malattia per curare la quale potreste aver bisogno di una quantità sconsiderata di denaro?

Certo, quello appena preso in considerazione è un esempio “limite”; ma è solo attraverso le esemplificazioni che ci costringono a pensare il limite estremo che possiamo capire quel che estremo sembra non essere affatto.

In questo caso, però, ossia, a proposito dell’uscita un po’ avventata del nuovo sindaco, mi sembra di poter dire che il problema è forse assai più semplice: perché… siamo sicuri, signor Sindaco, che non sia possibile battere altre strade per trovare i soldi di cui la nostra città ha disperatamente bisogno? Perché non provare ad immaginare e progettare nel dettaglio una struttura che sia in grado di far pagare una tassa, anche minima, ai milioni di turisti che raggiungono la laguna, e che calpestano le nostre calli ogni anno? Lo sa che a Milano (io ci vado ogni settimana per insegnare) la tassa di soggiorno giornaliera è di ben quattro euro? Non crede che chi vuole godersi questo incomparabile gioiello costruito sull’acqua… debba mettere in conto di pagare anche dieci euro al giorno di tassa di soggiorno? E non si badi alle proteste degli albergatori… i cui spazi (stia tranquillo!!!) continuerebbero ad essere riempiti all’inverosimile.

foto 5*Insegna filosofia teoretica e ontologia dell’arte all’Università San Raffaele di Milano

SUL TEMA ABBIAMO ANCHE PUBBLICATO:
Signor sindaco, quando un ottovolante in piazza San Marco?
di Gianfranco Munerotto
Venezia e l’importanza di conservare il futuro
di Chiara Bertola
Vendere e vedere. Il caso Venezia
di Riccardo Caldura

Di prossima pubblicazione gli interventi di Pieralvise Zorzi, Luca Pes e Chiara Casarin

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