Venezia e l’importanza di conservare il futuro

CHIARA BERTOLA*
Sarebbe stato bello che il Sindaco di Venezia nel momento in cui ha proposto la vendita di due capolavori del “suo” Museo Civico, certo per sanare il bilancio della città, si fosse ricordato di pensare anche alla comunità e alla sua crescita. Alla comunità che forma una città.

Mentre scrivo questo commento sulla brutta proposta di vendere due capolavori dei Musei Civici, vorrei fosse solo banale provocazione e propaganda per attirare l’attenzione del Governo su Venezia che sta male, che sta velocemente scomparendo mentre tutti la stiamo a guardare inermi e incapaci.

Sottolineo che sarebbe stato importante e necessario pensare prima di tutto alla comunità di una città e all’eredità che lasceremo alle generazioni future. Abbiamo ricevuto un patrimonio da chi è stato più attento e capace di preservarlo, facendolo arrivare fino a noi e abbiamo il dovere e la responsabilità di mantenerlo e proteggerlo. Mi sembra così assurdo pensare di sanare i buchi di bilancio vendendo le opere dei musei, che non vorrei tanto soffermarmi su questo gesto ma piuttosto provare a capire perché questa proposta è tanto grave.

L’insieme delle opere di ogni museo forma in qualche modo il suo patrimonio; un patrimonio che spesso viene interpretato entro una logica “economica” (la cultura come patrimonio da preservare o da sperperare) trascurando di considerarlo come “patrimonio vivente”.

Ma la differenza tra patrimonio ed eredità è evidente: il primo è una somma di beni, la seconda l’accettazione di una memoria e il suo prolungamento nel presente. Come scrive Federico Ferrari:

Il primo è l’insieme dei beni, fissati nelle gabbie interpretative degli esecutori testamentari […] la seconda vuole mostrare che l’eredità non è indissolubile ma costituita. Il patrimonio spetta solo ai legittimi successori; l’eredità si sceglie, non è data da alcuna investitura, richiede una decisione, una presa di posizione critica che obbliga gli abitanti del presente ad assumersi la dismisura di un senso che non è mai dato una volta per tutte, in quanto eternamente transitorio… (Federico Ferrari, Lo spazio critico, Luca Sossella editore, Roma 2004, p. 35).

Come abbiamo scritto si tratta di rovesciare le logiche comuni che vedono il rapporto con il passato come esclusivamente conservativo e statico, perché lo considerano materia morta e non modificabile. Si tratta di pensare l’eredità di decine di frammenti di sensi che sono ricomponibili in una miriade di costellazioni possibili. Attraverso l’insieme dei frammenti prende vita un atlante della memoria, si compongono narrazioni e la storia dei quadri, la costituzione delle collezioni di un museo, diventano parole insostituibili. Di tutto questo il museo e soprattutto il Museo Civico, è un laboratorio sperimentale, dove ogni singolo pezzo della sua collezione diventa prezioso e fondamentale per capire la nostra storia attuale.

Per fortuna a partire dal 2004 – da quando gli uomini sono diventati più scellerati e avidi di denaro dimenticando questi valori di trasmissione culturale – c’è nell’articolo 10 del codice dei Beni Culturali un elenco di opere definite «inalienabili» in quanto beni pubblici. Giustamente sono «le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi e delle biblioteche».

In linea con questa prospettiva, il programma che curo alla Fondazione Querini Stampalia dal 1999 si chiama Conservare il futuro, un ossimoro che ho creduto interessante perché si articola tra due responsabilità fondamentali che un’istituzione museale deve assumersi nei confronti della comunità. “Conservare” da un lato significa rendere vivo e permeabile un patrimonio ereditato; dall’altra vuol dire progettare a partire da quello una visione per il futuro insieme agli artisti contemporanei. Ogni opera d’arte crea un senso e una ragione al nostro essere in un luogo: è la più alta eredità culturale che un essere umano abbia mai ricevuto.

Giorno dopo giorno, attraverso la sua arte e bellezza, Venezia ci ha insegnato a guardare oltre, a dialogare con molti altri linguaggi e altre culture. Ha continuato nel tempo a trasmettere i suoi valori internazionali che l’hanno resa così unica. La Judith o Salomè di Klimt è stata comprata proprio grazie all’internazionalità di Venezia: nel 1910, dal Comune, alla Biennale Internazionale d’arte. Proprio questa capacità caratterizza Venezia e, speriamo, riuscirà a salvarla.
Non certo le chiusure e i provincialismi.

Allora forse le domande fondamentali attorno a cui dovrebbe ruotare questo dibattito sono: è ancora possibile e necessario oggi ricongiungere l’arte con la storia sociale e culturale? Si possono identificare temi e tendenze che vadano al di là della suddivisione di movimenti, luoghi e periodi? Quanto pesa l’eredità culturale nella formazione delle nuove generazioni?

Le risposte a queste domande potrebbero contribuire a far comprendere il ruolo prioritario della cultura, a renderla nuovamente obiettivo perseguito dalla politica nazionale e regionale, aiutando Venezia a ritrovare la sua attitudine di sempre: quella vocazione internazionale che la metteva in relazione con il mondo intero, le consentiva di evidenziare i cambiamenti, di raffinare le sue strategie di produzione e offerta, rendendo così viva l’opera dei suoi artigiani e artisti, che oggi non riescono più a rimanere. La rinascita di un vero interesse per la cultura, e un programma articolato e perseguito che la valorizzi, risulterebbe fondamentale per far ritornare Venezia un luogo in cui prendono voce e forma parole diverse, originali, sperimentali, sia locali che globali.

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*Responsabile per l’arte contemporanea della Fondazione Querini Stampalia di Venezia e curatrice della fondazione Furla fu Milano

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Di prossima pubblicazione gli interventi di Pieralvise Zorzi, Luca Pes e Chiara Casarin

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