Brugnaro, bluff di quadri

PIER ALVISE ZORZI*
Ma sì, dai , vendiamoci i quadri. Ne abbiamo tantissimi e con solo due mettiamo a posto i conti. Dopotutto è un’antica tradizione veneziana vendersi i tesori di famiglia: durante la lunga putrefazione della Serenissima gli antiquari spregiudicati hanno fatto affari d’oro comprando quadri, oggetti, statue, affreschi staccati dai muri, addirittura bifore e trifore, che il patriziato ridotto in miseria svendeva per tirare avanti. Al Victoria & Albert a Londra c’è anche una bifora di casa nostra.

Guardiamoci negli occhi: vendere i quadri di casa è la soluzione tattica più semplice, l’ultima ratio, poi bisogna “jouer mal mais jouer vite”, che, tra parentesi, oggi sembra essere la chiave politica più diffusa per strappare consensi e applausi. Se no cosa possiamo venderci? I palazzi li abbiamo già venduti, anche lì se ne sono sentite di tutti i colori, ma in fondo i palazzi si sono sempre venduti e comprati, ecco perché molti hanno doppi nomi.

Per esempio palazzo Moro-Lin, prima era di una casata ducale, poi di una famiglia di droghieri accolta nel Maggior Consiglio per soldo. Ecco, appunto, quello si poteva vendere nei secoli d’oro. Il patriziato. Nel periodo più al verde della Repubblica, quello della Guerra di Candia, con centomila ducati d’oro – una cifra enorme – accedono all’élite degli aristocratici governanti non solo famiglie nobili della terraferma e del Nord Europa ma anche imprenditori di ogni tipo ed origine: salumai, cuoiai, mercanti di stoffe, droghieri, persino proprietari di un’azienda di facchinaggio. In poco più di vent’anni accedono al patriziato settantacinque famiglie. Ne entreranno altre quarantotto, per un totale di dodici milioni e trecentomila ducati. Un bell’aumento di capitale e di azionisti per la Serenissima Azienda in difficoltà. Ah, si potesse fare ora!

Ma quale prestigio possiamo vendere oggi? Lasciamo perdere. Sarebbe più facile coi quadri, se si potessero vendere. Ma non sono roba nostra, come del resto non lo è neppure Venezia. I veri proprietari della Città sono la Curia, le corporazioni, i fondi di investimento, le banche, più una serie di grandi, medi e piccoli vampiri che non tirerebbero fuori un soldo per la Città neppure con le tenaglie. Persino il Canal Grande non appartiene a Venezia ma allo Stato Italiano. Poi c’è il tipico bipolarismo veneziano, che prima tuona “più case popolari, vendiamoci tutto” e poi cambia idea. Insomma adesso non si può più. Bisognava venderli senza dir nulla a nessuno, e poi davanti al fatto compiuto e al bilancio risanato tutto sarebbe finito in gloria.

Comunque sia, è stato un bel bluff. Sgarbi di qui, Franceschini di là, Daverio in mezzo… adesso i guai di Venezia sono sulla bocca di tutti. Non siamo più la solita rompiscatole senza soldi ma ricca di bellezza e corruzione, siamo la madre di tutti i rompiscatole. Un bel salto di qualità. È venuto persino Renzi a rassicurarci: siamo in coda solo dopo un paio di catastrofi e quasi alla pari con Firenze, che ci ha rubato l’esclusiva dei turisti che defecano in bella vista. Copioni!

Seriamente, se avessi potuto io i quadri li avrei venduti ma con una differenza: non li avrei venduti fuori da Venezia. Avrei provato a venderli ai Nuovi Patrizi Veneti. I Prada, i Benetton, i Coin, i Pinault. Come l’antico Patriziato sono mercanti, investono in Venezia, restaurano edifici bellissimi che noi veneziani abbiamo lasciato in stato di incuria se non di abbandono. Qualcuno li fa visitare ai cittadini, qualcuno ne fa centri commerciali. E allora? Nel periodo più splendido della Serenissima i palazzi addirittura non erano in alcun modo di uso pubblico, ma strettamente privati. Vogliamo includere nel novero dei nuovi Patrizi anche Hermes e Louis Vuitton? Perché no: aggiungiamo anche i proprietari dei grandi alberghi a cinque o più stelle ed avremo il Maggior Consiglio dei Patrizi di oggi.

A loro avrei provato a vendere i quadri. Ai potenziali azionisti di una nuova Venezia S.p.A., così come i vecchi patrizi lo erano della Serenissima S.p.A.
Gente spregiudicata, visionaria, innovativa, ma che ha anche il buon gusto di recuperare edifici meravigliosi e di investire in quella meraviglia pura che è Venezia. Forse avrebbero intravisto l’opportunità di mantenere il patrimonio artistico nella Città e di contribuire con l’acquisto al risanamento del bilancio. Forse avrebbero intravisto di più: la possibilità di intervenire nella governance e contrapporre al circolo vizioso dello sfruttamento di Venezia un circolo virtuoso di rivalorizzazione della Città, oggi preda non più di Napoleone ma di un tiranno peggiore: il mondo del “tutto per tutti” che non conosce più cultura né decoro. Forse avrebbero avuto la visione di una Venezia più autonoma, più decisa nelle scelte, più valorizzata nella sua specificità e nel valore esclusivo della sua unicità, con conseguente aumento della qualità del turismo e rivalorizzazione dell’income da esso derivato.

Forse. Ma siccome siamo alla canna del gas per il momento ci vendiamo anche il gas. Canne e tutto.

*patrizio veneto, creative consultant
alvise

SUL TEMA ABBIAMO ANCHE PUBBLICATO:
Signor sindaco, quando un ottovolante in piazza San Marco?
di Gianfranco Munerotto
Klimt in vendita? Non è tabu, ma per far cassa c’è una via più semplice
di Massimo Donà
Venezia e l’importanza di conservare il futuro
di Chiara Bertola
Vendere e vedere. Il caso Venezia
di Riccardo Caldura

Di prossima pubblicazione gli interventi di Luca Pes e Chiara Casarin

Una risposta a “Brugnaro, bluff di quadri

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...