Il caso Klimt e la storia del tempo presente

LUCA PES*
I fatti, in breve. Il 9 ottobre 2015 Il Sole 24 Ore riporta la notizia che il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha deciso di mettere all’asta due tra le opere più importanti della collezione della Galleria internazionale di arte moderna di Ca’ Pesaro: la Giuditta II (Salomé) di Gustav Klimt (1909) e il Rabbino di Vitebsk di Marc Chagall (1914). Lo fa per pagare i debiti comunali, davanti al “dramma di non poter più finanziare neppure gli asili”. In questo modo, secondo il sindaco, “Venezia è pronta a inaugurare una prassi che potrebbe essere seguita anche da altre città”.

Stando a Il Sole 24 Ore, la proposta faceva parte di un “dossier” presentato il 5 ottobre ai parlamentari veneziani che conteneva altre misure come, per esempio, “un biglietto d’ingresso per i turisti che si accingono a varcare l’area marciana o la zona di Rialto” e “la cancellazione dello status di sito d’interesse nazionale per l’area industriale di Marghera”, togliendo vincoli, per attirare nuovi investimenti privati. In risposta all’articolo, il sindaco ha prodotto subito un comunicato stampa, nel quale dava una smentita sulla vendita dei quadri, ma soltanto parziale: “Non è stata decisa alcuna cessione di opere d’arte di pregio.

Sarà necessario procedere ad una verifica attenta e puntuale del patrimonio a disposizione, ma al momento non esiste alcun elenco.

La situazione di bilancio di Venezia è nota a tutti, per cui certamente c’è la volontà di fare un approfondimento in questo senso: in mancanza di altre risorse, la necessaria salvaguardia della città potrebbe anche dover passare attraverso la rinuncia ad alcune opere d’arte cedibili perché non legate, né per soggetto né per autore, alla storia della città” – una frase, quest’ultima, riferita anche a Klimt e a Chagall, come si desume da altre dichiarazioni riportate dai media.

A commento, circola poi una dichiarazione del ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini, che ipotizza quella di Brugnaro “sia solo una battuta o più comprensibilmente una mezza minaccia per chiedere più risorse al governo in vista della stabilità”, dato che “le norme del Codice beni culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito. Un dibattito che, visto dall’estero, fa altro male alla credibilità italiana”. Sui giornali e nei media, seguono diversi commenti, alcuni a favore della vendita, molti contro.

In quale quadro inserire questa vicenda fatta di dichiarazioni importanti, apparse su un giornale nazionale, poi parzialmente smentite, delle quali diretti interessati – tipo la direttrice dei Musei civici – vengono a sapere solo dai giornali, contro le quali c’è una levata di scudi, ma poi ancora non sappiamo cosa succederà?

Quattro sono i contesti principali che sceglierei.

1. I parametri UE, le pressioni per la riduzione del debito pubblico e i patti di stabilità, che impongono vincoli alle spese e alle entrate delle amministrazioni pubbliche, hanno portato i comuni a dover tagliare servizi, privatizzare e vendere loro beni. La politica tende ad appiattirsi sull’economia e sulla finanza, perdendo la capacità di immaginare mondi e soluzioni diverse, a meno di non assumere posizioni anti-sistema (uscita dalla UE ecc.).

2. La crisi di credibilità del pubblico ha lasciato spazio all’affermazione di visioni del mondo centrate sul mercato e sull’impresa, come fattori di buona gestione, di sviluppo e soddisfazione dei bisogni. Gli stessi enti pubblici vengono concepiti come aziende. La tendenza è quella di calcolare il loro patrimonio, attribuendo un valore in euro a spazi, terreni, immobili, oggetti, incluso isole e beni artistici, mercificandoli.

3. Lo svaporamento dei partiti, la riforma elettorale, la personalizzazione della politica, l’ascesa di amministratori senza esperienza nella macchina pubblica, hanno visto un aumentato ruolo e visibilità del sindaco, e, spesso, una minore mediazione e discussione, prima di annunciare misure di governo.

La tendenza è verso una partecipazione che si riduce al momento elettorale e le politiche sono tarate per vincere le prossime elezioni, privandole di lungimiranza.

4. La vendita di beni pubblici e più in generale la privatizzazione, hanno visto la comparsa di forme creative di resistenza e di protesta dal basso, nell’opinione e nell’amministrazione pubblica. I tentativi di consentire la privatizzazione dell’acqua ha portato alla riscoperta dei “beni comuni”, come cose da difendere e valorizzare. A Venezia, la messa all’asta, da parte del demanio, dell’isola di Poveglia ha suscitato un movimento collettivo che ha intrapreso un’iniziativa di azionariato popolare per prevenirne l’acquisto da parte dell’imprenditore Brugnaro, prima della sua elezione.

Immagino che la scelta di inserire Klimt tra le opere d’arte cedibili in quanto “non legate, né per soggetto né per autore, alla storia della città” metta i Musei civici in imbarazzo. Nel 2012 grandi energie sono state investite nella mostra Gustav Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione, tenutasi al Museo Correr. La Giuditta II (Salomé) aveva un ruolo centrale e si voleva dimostrare il rapporto forte tra Venezia e Klimt: la basilica di San Marco come fonte di ispirazione nell’uso dell’oro da parte dell’artista; “la grande apertura sulla modernità che lui portò alla Biennale di Venezia nel 1910.

Quando arrivò Klimt i veneziani – chi sorrideva, chi tacciava Klimt di scandalo – ma non c’è dubbio che la città molto avveduta acquistò un pezzo straordinario la Giuditta del 1909 mostrando un’apertura di mente, un’apertura internazionale eccezionale”. C’è un aspetto tutto veneziano della vicenda Klimt-Chagall là dove il sindaco propone come criterio per la scelta delle opere vendibili quelle “non legate, né per soggetto né per autore, alla storia della città”. Queste parole diffondono una visione della città, provinciale, ripiegata su sé stessa e sul suo passato.

Nel corso del Novecento, Venezia, grazie soprattutto alla Biennale, è venuta definendosi non solo come luogo della memoria della Serenissima, ma anche come spazio cosmopolita dove le opere e le architetture antiche, anche loro frutto di scambi culturali transnazionali, dialogano con i linguaggi della contemporaneità.

E’ per avere un’esposizione permanente internazionale di opere contemporanee di valore che il comune ha acquistato dalla Biennale del 1910 il Klimt e da quella del 1928 lo Chagall, anticipando quell’accumulo di iniziative (Palazzo Grassi, Prada, la Facoltà di arti visive e design dello IUAV…), che ci consentono di negare il fatto che la città sia diventata simulacro di sé stessa, un parco a tema storico, Venezia soltanto come tuffo nel passato.

Gli annunciati criteri di vendibilità e la ventilata intenzione di far pagare un biglietto per entrare nelle aree di San Marco e Rialto, sono un ulteriore impulso alla percepita museificazione e vanno contro il progettato ripopolamento della città storica, che qui da noi è sentita come una vera emergenza. Come limitare l’accesso ai luoghi più centrali e simbolici della città, che conservano ancora funzioni sociali, senza snaturarli? Queste ipotesi sembrano più una resa che una soluzione.

Dato che entrambe le proposte sono di difficile realizzazione, probabilmente siamo davvero nell’ambito di affermazioni provocatorie, segni del tempo presente, che generano confusione in una città già confusa e in crisi di identità. Forse l’unico dato certo è che, dopo queste polemiche, molti percepiranno il Klimt e lo Chagall come beni comuni da difendere.

*Luca Pes è direttore della Scuola di umanistica e scienze sociali della Venice International University, dove insegna Storia di Venezia.
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