Quadri in vendita? Prendiamola come un meraviglioso pretesto

CHIARA CASARIN*
“Ha ragione o ha torto Brugnaro?” Domanda sbagliata.
“Dipende.” Risposta incerta.
Quando non si riesce a dare riposta a una domanda non è perché questa sia troppo difficile.
È perché è posta male.
Se dovessimo e potessimo fare una media di tutte le risposte date da veneziani e non (amanti dell’arte e non), forse la più frequente sarebbe proprio questa: dipende.
Che sia o meno una boutade quella del Sindaco di Venezia non fa molta differenza.

L’annuncio della possibile vendita di un dipinto appartenente alle collezioni dei Musei di Venezia per risanare un debito soffocante è certamente, e al di là di tutto, un pretesto meraviglioso.
Siccome non trovo particolarmente edificante sciogliere le migliaia di ipotesi sul caso, oppure fare un elenco di soluzioni alternative e tantomeno giudicare gli intenti, penso che questa faccenda sia uno di quei casi in cui le riflessioni che ruotano attorno al soggetto sono molto più interessanti del soggetto stesso. Perché?

Non sarebbe la prima volta che si mette in vendita un “pezzo importante” di Venezia e della sua cultura e, spesso, nelle precedenti occasioni queste vendite sono andate a buon fine. Talvolta con ampio plauso altre con disappunto della gente.
Non ricordo sia mai stato “venduto” un ponte o la facciata di un palazzo in piazza San Marco (se non temporaneamente per finanziarne il restauro).
Però ricordo di aver vissuto alcune delle ore più belle della mia vita in alcune librerie che ora sono negozi di maschere Made in Altrove. Ricordo di aver sentito parlare dei cinema che ora non ci sono più e di aver visto altri angoli della città in cui la cultura nasceva, si promuoveva e si svolgeva. Quei luoghi sono rimasti fisicamente dov’erano, ovvio, ma hanno cambiato la loro funzione. In un caso eclatante, un fatiscente magazzino è diventato un museo di fama mondiale.
Possiamo ancora ammirarne i muri, le colonne, le decorazioni ma il loro contenuto si è trasformato.
Lentamente e inesorabilmente le cose cambiano, nel bene e nel male. Si trasforma e si adatta anche il carattere di un luogo così come si danno il cambio le generazioni e le razze.

Il problema su cui ci si dovrebbe davvero concentrare è quello della salvaguardia dell’identità e non sono così convinta che questa coincida con la proprietà.
L’identità è fatta di tradizioni, di eredità culturali, di linguaggi, di abitudini, significa sapere chi siamo (o almeno farci questa domanda), cosa ci unisce, cosa ci accomuna e cosa ci rende tutti diversi. L’identità di una nazione è trasmessa, sì, anche attraverso il suo patrimonio storico e artistico, alimentare, naturalistico e via dicendo.

L’identità di Venezia affonda le sue paline nei secoli e lentamente è andata definendosi per quella che è oggi. Ricca di storia, di storie, di cose e di persone.
L’amore per questa città e per la sua identità fa parte della cultura di ognuno di noi.
È un po’ come se non riuscissimo a liberarci dalle emozioni quando parliamo di Venezia e di tutto ciò che in un modo o nell’altro la riguarda. Ma ragionare con il cuore conduce talvolta in errore e questo accade soprattutto quando si deve dare un valore alle cose.
L’identità di Venezia è anche fatta da tutte quelle persone che parlano, che dicono la loro sulla gestione della città, sugli errori delle amministrazioni, sui problemi e sulle soluzioni. La ricchezza di ogni società è il confronto, il dialogo, lo scambio di opinioni.

La nostra occasione, quella da non perdere davvero, è confrontarci per capire cosa ne pensano gli altri, magari alcune menti illuminate oppure semplici cittadini.
Così come stiamo facendo qui.
La cultura è scambio, vita, movimento. Non proprietà.
Quando l’attenzione della gente è rivolta verso un simbolo, si avranno sempre letture diverse e a volte contrastanti.
Questo dibattito ha fatto nostro per sempre quel quadro, altro che un atto di acquisto.
Parleranno i fatti, certo, ma per ora non mi schiero né a favore né contro perché per ora c’è solo una domanda. Ed è pure posta male.

*Docente a Ca’ Foscari, è curatore d’arte contemporanea. Collabora per Artribune, Vanity Fair e altre testate nazionali. È in stampa il suo libro “L’autenticità nell’arte contemporanea” ZeL Edizioni, Treviso 2015.
casarin

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