Il nuovo Senato, passo avanti

FRANCESCO MOROSINI
Il superamento del bicameralismo perfetto è vicino a divenire legge fondamentale della Repubblica. Manca ancora, come detta la procedura di revisione costituzionale, un’ulteriore passaggio alla Camera ed il referendum confermativo. Quindi, salvo imprevisti sempre possibili, la riforma sembra prossima al traguardo.

Cosa comporta ciò? Di fatto che il Senato della Repubblica ha votato, rendendo così i futuri senatori rappresentanti dei territori invece che della nazione, la propria radicale trasformazione in Senato delle Autonomie locali.

Difficile negare che è un cambiamento politicamente significativo: sia per gli attuali senatori che, di fatto, hanno votato la loro definitiva decadenza che per l’Assemblea stessa.

Infatti, perde il potere di conferire la fiducia al governo (ora solo della Camera); inoltre, vede drasticamente ridursi la propria partecipazione al potere legislativo, pur mantenendovi competenze, in particolare, in materia di revisione costituzionale, legislazione sugli enti locali e politiche comunitarie.

Inoltre, il nuovo Senato continuerà a partecipare all’elezione del capo dello Stato; infine, ed è importante, essere protagonista nella valutazione del funzionamento delle politiche pubbliche. Questa, per estrema sintesi, la riforma; è positiva e negativa per il Belpaese?

I pareri, è ovvio, differiscono; ma, dopo l’immobilismo, un passo avanti è stato compiuto.

Certo, difetti ce ne saranno; è inevitabile. Probabilmente, emergeranno in corso d’opera (ma valeva pure per la Legge fondamentale come pensata dalla Costituente), specie in relazione all’impianto generale – finanza pubblica, rapporti Stato/regioni, poteri del governo e del capo dello Stato – della nostra “macchina costituzionale”.

E vi si dovrà porre rimedio, nel caso. D’altronde, parafrasando il filosofo Neurath, anche i riformatori politici, analogamente agli scienziati, sono un po’ come dei marinai che debbono riparare la loro nave in mare aperto e senza poterla portare, come viceversa sarebbe opportuno, in bacino.

Ciò posto, almeno finisce, con l’assoluta parità di funzioni tra le due Camere della Repubblica, la cosiddetta “navetta”: ossia, il continuo passaggio di tutti i testi normativi (dato il nostro bicameralismo perfetto) tra le due assemblee.

Cosa non da oggi criticata da gran parte della dottrina costituzionalistica e da autorevoli leader politici; ed imputata, oltre che di appesantire il processo legislativo, pure dell’eccesso, per superarne tali lentezze, di decreti legge governativi.

L’obbiezione alla riforma è che la diminuzione dei poteri del Senato è un pericolo con la democrazia. Per il vero, la critica suona strana se viene da ambienti che da sempre hanno proposto il monocameralismo.

Tuttavia, valendo zero il cosiddetto argomento ad hominem (rifiutare un argomento in relazione al “chi è che lo propone”), merita rifletterci provando a definire la questione. Pertanto, se la preoccupazione consiste nella predominanza dell’esecutivo sul parlamento, essa pare opinabile.

Quantomeno perché il debordare del governo nel terreno del legislatore è stato anche il frutto del bicameralismo perfetto. A cui, però, va aggiunta un’altra osservazione.

Ovvero che nei sistemi parlamentari (dove il parlamento è il “vero” collegio elettorale dell’esecutivo) la “forza” del governo sul legislativo è determinata dal fatto che il premier è tale – salvo nel multipartitismo frammentato – perché dominus della propria maggioranza parlamentare: difatti, nel parlamentarismo l’equilibrio dei poteri è dato più dal rapporto maggioranza/opposizione che, come viceversa accade nel presidenzialismo stila USA, da quello Congresso/Amministrazione.

Insomma, il nesso tra riforma del Senato, poteri governativi e minore democraticità pare dubbio. Piuttosto, una valutazione andrà fatta, come detto, valutando il funzionamento complessivo della nostra “macchina costituzionale”: a partire dal rapporto, specialmente in ambito di finanza pubblica ed autonomia locale, tra centro e periferia. Insomma, con la riforma stiamo forse assistendo ai primi vagiti, fallita la Seconda, della Terza repubblica?

Meglio allora vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.

Articolo pubblicato su Il Mattino

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