Nepal, una donna alla presidenza

CLAUDIO MADRICARDO
Bidya Devi Bhandari è la nuova presidente del Nepal, il piccolo paese himalayano diventato una repubblica solo recentemente, dopo 240 anni di regime monarchico finito tragicamente nel sangue.

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Una fosca tragedia shakespeariana, iniziata con l’assassinio nel 2001 del re Birendra, la cui figura suscita ancora grande rispetto nel paese, per mano del figlio Dipendra. Egli stesso vittima nella strage da lui perpetrata nel palazzo reale di Kathmandu. La fine di una dinastia, il cui epigono è stato il fratello minore Gyanendra, salito al trono dopo la strage, e trovatosi a dover fronteggiare il sempre più diffuso malcontento popolare e la guerriglia maoista.

Situazione che a un certo punto l’ha spinto a tentare il colpo di mano assumendo direttamente il potere esecutivo. Un tentativo andato però a male per la reazione del Loktantra Andolan, il grande movimento democratico che alla fine l’ha costretto a trattare con la guerriglia maoista di Pushpa Kamal Dahal, il leggendario Compagno Prachanda. Con ciò inevitabilmente segnando l’inizio della fine della monarchia in Nepal, e passando attraverso il lungo periodo della riconciliazione dopo gli anni bui della guerra civile che ha sconvolto il paese. La lunga fase del reinserimento nella società di chi aveva imbracciato le armi sollevandosi contro di essa.

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Infine la nascita della repubblica, proclamata finalmente nel Rashtrapati Bhavan, già residenza della dinastia Rana, il 28 maggio del 2008. Sul cui scranno più alto va ora a sedersi Bidya Devi Bhandari, andandosi ad aggiungere alle figure di donne che in passato hanno ricoperto cariche politiche apicali in Asia. Come Indira e (la piemontese) Sonia Gandhi in India, o come Sirimavo Bandaranaike in Sri Lanka, Benazir Bhutto in Pakistan, Begum Khaleda Zia e Sheikh Hasina in Bangladesh, o come María Corazón Aquino che ha ricoperto la carica di presidente delle Filippine. Ma di certo non con gli stessi poteri effettivi delle donne che l’hanno preceduta.

Dopo quelle leggendarie figure, arriva ora la cinquantaquattrenne Bhandari. Lei stessa esponente del Partito Comunista marxista-leninista del Nepal, e sostenuta da una larga coalizione di sinistra di cui fanno parte anche i maoisti. Eletta dal parlamento con 327 voti a favore, contro i 214 ottenuti dal suo diretto avversario Kul Bahadur Gurung. Nata in una famiglia appartenente alla casta dei bramini nel distretto di Bhojpur, la nuova signora del Nepal ha debuttato in politica partecipando al movimento studentesco nel 1979 e aderendo presto al PCN marxista-leninista.

Ma è stato soprattutto il suo matrimonio nel 1982 con il leader comunista più famoso del paese, Madan Bhandari, a cui ha dato due figlie, a segnare la sua esistenza. Alla cui ombra ha vissuto in silenzio come una “buona moglie” fino alla misteriosa morte del marito in un incidente aereo nel ’93. Ovvero la data che segna anche il ritorno alla vita politica attiva di Bidya Devi Bhandari, nella quale, e a giudizio unanime, ha saputo eguagliare le capacità oratorie del defunto marito. Qualità che le hanno spianato la strada alla carica di ministro della difesa e di vice presidente del Partito nel 2009, nel quale passa per essere una fedele del primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli. Lo stesso che all’inizio di questa settimana ha indicato proprio il suo nome per la carica presidenziale. Che secondo la nuova Costituzione rimane pur sempre una carica onorifica e di rappresentanza, per quanto di grandissima visibilità.

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Ciò detto, viene quindi automatico pensare che l’elezione di Bhandari non possa essere letta quale tappa dell’emancipazione vittoriosa delle donne. O almeno non così direttamente. Tanto più che da parte del movimento femminista nepalese non sono state lesinate in passato critiche alla stessa Bhandari, accusata per gli attacchi da lei portati alle lotte femminili, tacciate di essere influenzate dai valori culturali occidentali. Per quanto, piaccia o meno, è proprio alla Bhandari che si deve il risultato di vedere il 33% dei seggi parlamentari destinato alle donne in un paese in cui la divisione in caste, e soprattutto il dominio maschile attraverso l’ideologia patriarcale, la fanno ancora da padroni. Realtà questa sancita anche dalla nuova Costituzione, che in pratica mantiene le leggi discriminatorie di genere, negando per esempio alle cittadine di sesso femminile il diritto di trasmettere la cittadinanza ai propri figli in condizioni di parità come i maschi.

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È la stessa nuova legge fondamentale del paese, infatti, che stabilisce che una persona il cui padre o la madre sono nepalesi al momento della nascita, può diventare nepalese per discendenza. Se ciò in un primo momento può apparire promettente, in realtà a una madre nepalese si fa imposizione di generare un figlio con un padre che deve essere altrettanto nepalese, pena la non possibilità di trasmettere la cittadinanza al nascituro, che deve comunque venire alla luce nel paese. Con il primo effetto di mettere in una situazione svantaggiata proprio le donne migranti e quelle che hanno prole nata fuori dal Nepal. E nel contempo imponendo alla madre single di dimostrare la nazionalità del padre del bambino, dato che non le è possibile trasmettere la cittadinanza indipendentemente da quella del partner maschile. Come si può vedere, un netto regime discriminatorio nei confronti delle donne, e un problema consistente nel Nepal odierno, dove i matrimoni misti tra nepalesi e indiani sono in netta crescita. E dove il figlio nato da una donna nepalese sposata con uno straniero ha diritto solo a essere naturalizzato. Ovvero dove deve in pratica sottoporsi a un processo per nulla automatico che dipende dalla volontà dello stato e non è regolato da un principio di diritto. E in un paese in cui la corruzione permea di sé ogni rapporto pubblico-privato, può risultare facile capire cosa possa comportare e significare. Quindi, se gli uomini nepalesi sono anche cittadini nepalesi, capi famiglia e proprietari nonché gli eredi e protettori del Nepal, per quanto riguarda le donne nepalesi, esse sono cittadine di seconda classe che possono dare alla luce figli, ma senza poter dare loro identità. E pensare che, forse paradossalmente, la nuova carta fondamentale del paese himalayano ha assunto una posizione progressista riguardo ai diritti delle persone LGBT e contro il cosiddetto femminicidio.

Si è spinta a riconoscere perfino i diritti sessuali e riproduttivi e la parità tra i generi negli affari immobiliari e di famiglia. Tuttavia la diffusa discriminazione in fatto di cittadinanza non è solo una violazione degli impegni internazionali del Nepal, ma anche un’occasione mancata di riconoscere le donne come cittadini a pieno titolo. Oltre a costituire un probabile e pericoloso impulso all’aumento delle schiere di apolidi, retaggio degli anni bui della violenza politica, che ancora affliggono il paese.

Le foto paesaggistiche del Nepal sono di Claudio Madricardo

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