Ciao Marino, ma Renzi è lo sconfitto (non sa combattere con i marziani)

GUIDO MOLTEDO
Ignazio Marino è dunque messo rudemente alla porta con un procedimento extraistituzionale, attraverso atti notarili, non atti politici limpidamente esposti ai cittadini nelle sedi proprie. Un evidente vulnus istituzionale.

Il sindaco della capitale, eletto con i simboli di una coalizione, non di un solo partito, dai cittadini elettori, dopo essere stato selezionato attraverso elezioni primarie del centrosinistra, non del solo Pd e dei suoi iscritti, è così eliminato con un colpo di mano. Come altro definirlo?

I precedenti? Sindaci costretti a lasciare l’incarico? Giorgio Orsoni a Venezia. Flavio Del Bono a Bologna. Per fatti piuttosto gravi ed eclatanti. Mai, prima d’ora, il sindaco di una grande città, della capitale, era stato rimosso per ragioni nebulose, via via cangianti, che nessuno ha ancora veramente capito. Già: rimosso perché? Per la sua cattiva performance: ma non devono essere gli elettori a valutare il proprio sindaco al termine del mandato, con il loro voto di conferma o di bocciatura? Oppure per la faccenda degli scontrini? Oppure perché le segretarie hanno firmato per lui i rimborsi spese? (In quest’ultimo caso, poi, dovrebbe essere convocata dai giudici ben più che mezza Italia). O che altro?

Con connotati diversi, con metodi diversi, certo, ma la storia della detronizzazione di Marino e della sua esperienza ha un precedente nella storia del lavorìo di logoramento e di delegittimazione politica, più raffinato, meno spudorato nelle forme esteriori (Orfini non è il suo maestro D’Alema) che portò alla doppia caduta di Prodi (con la cattiveria successiva dei voti mancati per la sua elezione a presidente della repubblica). Il Pd – quello nuovo di Renzi come quello vecchio di D’Alema – semplicemente non tollera i personaggi che fanno comodo per fare da maschera, finché servono, per poi, se diventano protagonisti, sbarazzarsene.

A rimuovere Marino è un segretario/presidente del consiglio che guida il governo senza essere parlamentare, nominato dal presidente della repubblica, non in virtù di un voto popolare. Il suo braccio operativo a Roma, che sta conducendo l’operazione di azzeramento della giunta Marino, Matteo Orfini, è un parlamentare che chissà se mai sarebbe diventato tale se avesse affrontato l’elettorato senza lo scudo protettivo del suo partito, senza l’orrendo porcellum. La sua carriera è avvenuta rigorosamente dentro il partito, attraverso le consuete pratiche di cooptazione. Non sorprende che per lui viga il primato del partito rispetto alla volontà popolare, rispetto alle procedure richieste dalla democrazia.

La vicenda Marino, si sa, ha diviso l’opinione pubblica, romana e nazionale. Quando un po’ di polvere si sarà depositata sui fogli dei giornali di questi giorni, si vedrà nitidamente che, al centro del caso, non c’è la controversa personalità del chirurgo prestato alle istituzioni, ma il grado di auto dissoluzione della politica – della politica come l’abbiamo conosciuta – a cui si è arrivati, un processo di auto dissoluzione non solo subito ma anche scientemente voluto e che non è affatto sgradito a chi oggi occupa posizioni di potere.

Se l’effetto di tutto questo, è alimentare i distacco dalle urne, ridurre la platea degli elettori, ci saranno esponenti politici che grideranno a parole la loro denuncia della disaffezione alla politica, senza poi far nulla per contrastarla (già, dove sono i Bersani, gli anti-renziani nella vicenda romana?); ci saranno altri esponenti che saranno quanto mai lieti di doversi misurare con una minoranza sempre più ristretta di elettori attivi.

I media hanno giocato un ruolo, nell’affare romano, che conferma la loro subalternità a un potere politico screditato. È un problema democratico, il principale del nostro tempo, l’impossibilità ormai di disporre di informazioni limpide e il più possibile disinteressate su qualsiasi evento, specie se di rilievo.

Rispetto a Ignazio Marino, gran parte dei giornali si è uniformato al copione scritto dagli avversari del sindaco, il quale è stato difeso, dai pochi che l’hanno difeso, male. Nel senso che la difesa dei sostenitori di Marino è stata soprattutto una difesa di rimessa, che ha accettato di volta in volta “il campo di gioco” scelto dai nemici del sindaco.

Inoltre, si sono via via mescolati i piani dell’attacco al sindaco e alla giunta politici (lo stato miserevole della pulizia, dei trasporti, del decoro) e personali – le insinuazioni e “rivelazioni” tese a screditarne la sua “pretesa integrità”, dalla faccenda della Panda in poi. Poi, quando Marino, con insospettabile, caparbia determinazione, ha reagito ed è andato avanti, il frame, la cornice del racconto, come dicono i comunicatori, si è spostata sul suo essere diventato non un problema, ma il problema, con il porre il suo ego al centro del discorso, e così facendo andando contro l’interesse della città. La sua legittima, ovvia, autodifesa si è trasformata in un’aggravante della colpa (quale?).

Si è perfino sentito cianciare di una pretesa richiesta al premier di “onore delle armi” al sindaco, per confermare le dimissioni, di un riconoscimento del suo ben operare come sindaco: cioè Renzi, secondo una simile richiesta, avrebbe dovuto cacciarlo via e, nel farlo, riconoscerne i meriti? Capite la pazzia di chi ha scritto queste scempiaggini, una pazzia attribuita a Ignazio? E il marziano sarebbe Marino? Poi l’altra follia, quella di inventarsi un blitz di Marino a Ciampino, per incontrare Renzi al suo rientro dall’America Latina. Non solo s’inventano frottole, poi, evidentemente, il sindaco non fa le cose che gli attribuiscono i giornali, e s’inventano sulle invenzioni suoi ripensamenti e smentite. Questo è stato il registro costante nella narrazione dell’affare Marino.

La storia non finisce qui, ma già può essere temporaneamente conclusa con diverse morali della favola. Su tutte, intanto, spicca una riguardante Matteo Renzi.

Il premier è elogiato da amici e nemici per la sua felina, intuitiva, spiazzante capacità tattica, sa giocare all’attacco come raramente si era visto nella politica italiana anche nelle fasi più contrappositive e conflittuali. Ha un mix, anche qui raro nei politici italiani, di conoscenza dei vecchi meccanismi politici (c’è ancora chi vede in lui un democristiano) e di abilità nel gestire i nuovi meccanismi politici legati alla comunicazione, specie della generazione digitale. Con questa miscela ha mandato in pellicceria vecchie volpi come Veltroni, D’Alema e Bersani.

Ma la confrontation con Marino denota un deficit che già in altre occasioni era venuto a galla: fatica, e sbaglia, quando gioca di rimessa, specie contro un avversario che, come lui, non è catalogabile nella vecchia politica. I giornali hanno definito Marino un marziano. Perché? Solo perché non è uno come Orfini, e in più i voti, lui, se li è sudati? Ecco, con uno che non è come Orfini, Matteo può finire alle corde, se si trova costretto a giocare di rimessa. Deve stare attento, Renzi, perché Marino è tutt’altro che un marziano, e, se lo è, deve sapere che non è solo: i marziani stanno invadendo il nostro pianeta.

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