Il mio Pasolini privato

PIERGIORGIO PATERLINI
Ricordo esattamente dov’ero e con chi e cosa stavo facendo quel 2 novembre all’ora di pranzo.

Ero in cucina incollato alla tv. Non potevo staccare gli occhi dallo schermo. E da mio padre. Aspettavo la sua frase ricorrente preoccupata rabbiosa: farai quella fine lì. Ma quel giorno non la pronunciò, il giorno in cui forse la sentiva più vera vicina probabile, non il solito sfogo. Per questo, credo, non la pronunciò. Quella volta dirla non avrebbe recato un po’ di sollievo alla sua frustrazione e non avrebbe esorcizzato la sua paura. Davanti a quelle immagini, pronunciarla avrebbe reso più reale la terribile predizione invece di allontanarla. Moltiplicato il terrore. Quel giorno tutto era così vero e insopportabile e impossibile che l’esorcismo non avrebbe funzionato. Mio padre stava con lo sguardo fisso, come me, e non aprì mai bocca. L’unica volta in tutta la sua vita in cui non disse niente davanti a un telegiornale che srotolava senza pietà notizie commenti immagini drammatiche. Fu così che per la prima e unica volta riuscì a farmi davvero paura. Quel silenzio custodiva un’impronunciabile profezia che adesso non trovava nemmeno il coraggio di essere detta. Questo la rendeva possibile concreta spaventosa. Avevo 21 anni.

Ci vollero giorni perché mi ricordassi che io l’avevo visto in carne e ossa Pier Paolo Pasolini. Solo una volta, di sfuggita. Al cinema Capitol della mia città, Reggio Emilia, la sala dove si faceva il cineforum. Cinque anni prima, il 20 febbraio 1970, pomeriggio. Ero in quinta ginnasio e la scuola ci aveva portato – frequentavamo il classico, dopotutto, studiavamo il greco – alla prima di Medea. Il film era cominciato da pochi minuti quando un riquadro di luce si era improvvisamente aperto alla sinistra dello schermo, e dalla porticina laterale era entrato lui, con gli occhiali neri, e si era seduto nella sua poltroncina di prima fila. Il giorno dopo avevo saputo che, alla proiezione serale, fascistelli e benpensanti locali gli avevano tirato ortaggi e insulti.

E ci vollero anni per scoprire che Pasolini aveva per un poco abitato proprio qui, a Scandiano di Reggio Emilia, e frequentato il mio stesso liceo, e qui aveva avuto uno degli amici più cari, Luciano Serra, con cui aveva fondato – studenti universitari a Bologna entrambi – la rivista Officina.

Solo un anno dopo la sua morte, invece, nel mio sperduto paesino della Bassa reggiana, per una concatenazione incredibile di eventi, avevo conosciuto un ragazzo, una delle persone che si sarebbero rivelate fra le più importanti della mia vita. Era passato davanti a casa mia, al crepuscolo, a piedi. Ma abitava vicino a Pordenone, a una manciata di chilometri da Casarsa. Proprio lui mi avrebbe presto accompagnato sulla tomba ancora fresca di Pier Paolo Pasolini.

La prima casa che mi ha accolto a Roma, sempre nel 1976, era a Pietralata, e non c’è bisogno che spieghi.

E non potete neanche immaginare come mi batta il cuore ogni volta che vedo la fotografia di Pasolini seduto vicino all’ex Gasometro di Roma. Si vedono già i palazzoni che, a partire da piazzale della Radio, costeggiano sui due lati viale Marconi.

La prima delle migliaia di volte che sono andato a Roma nella mia vita, nell’estate della terza media, ero arrivato di notte con i miei compagni di scuola. Alloggiavamo in un albergo di suore, quattro ragazzi per stanza. Appena arrivati, davanti alla finestra aperta della camera si era stagliata quella struttura metallica che non riuscivamo a decifrare ma ci aveva impressionato, così imponente ed evanescente insieme. Buia nella notte buia sembrava, nella metropoli che ci intimoriva ed eccitava, qualcosa di alieno.

L’ex Gasometro è stata la prima cosa in assoluto che ho visto di Roma.

E questo è ancora niente perché, una decina di anni dopo, ancora a Roma avrei incontrato la persona più importante di tutta la mia vita. E anche dalla finestra di casa sua si vedeva, vicinissimo, l’ex Gasometro. Di tutti gli sconfinati quartieri della capitale, di tutte le strade le piazze le case, lui abitava proprio in uno dei palazzi all’inizio di viale Marconi.

Dite quello che vi pare. Se siete arrivati fin qui penserete di aver sprecato un bel po’ di minuti della vostra vita. Ma io il 2 novembre non mi chiederò quale sia l’eredità storicapoliticasociologicaculturaleesteticapoetica di Pasolini, quale profeta sia stato, quale e quanta la sua grandezza e quali le sue contraddizioni, e l’omosessualità e le lucciole e Valle Giulia e sua madre e Freud e il Palazzo e io non ho le prove ma so. E nemmeno tornerò ancora una volta – se non con il cuore – al suo feroce assassinio e all’infamia di una verità colpevolmente mai accertata. Dimenticherò anche le troppe stupidaggini che mi è toccato leggere e ascoltare per quarant’anni tondi tondi. Non dico che questo lo faccio già tutti i giorni, ma di sicuro non aspetto l’anniversario.

Me ne starò dunque con questi ricordi così personali, custodirò e cucirò insieme e farò un po’ di slalom fra tutte queste mie coincidenze amorose. Che amorose lo sono davvero tutte, in modo diverso ma tutte, e sono il filo della mia vita. Uno dei fili. Uno dei più importanti. Mio padre, il mio amico di Cordenons, i miei compagni di scuola, i primi amici romani, l’amore per Reggio Emilia e per Roma. E per l’uomo che ha diviso con me tutta la vita.

Non ve ne importerà nulla e avete ragione. Ma questo è ciò che oggi passa il convento. Ciò che di più vivo e vero e mio ho da raccontare.

Pier Paolo Pasolini e un bel po’ di cazzi miei.

Gratis. Per chi ne ha voglia. E per quelli che non sono riusciti a scansarli.

LE NUVOLE

ytali ha recentemente pubblicato Tolentino Mendonça: l’Italia riconosce di nuovo il poeta lusitano – e “pasoliniano” di Francisco de Almeida Dias

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