De Gregori versione Bob. Ecco che ne pensa il massimo dylaniano italiano

ALESSANDRO CARRERA*
Non ho ancora potuto ascoltare l’intero “Amore e furto“, il disco di undici canzoni di Bob Dylan tradotte da Francesco de Gregori. Conosco, come tutti, le versioni precedenti di “Non dirle che non è così” (“If You Say Her, Say Hello”), “Via della povertà” (“Desolation Row“) e “Come il giorno” (“I Shall Be Released“). E ho ascoltato su youtube “Un angioletto come te” (“Sweetheart Like You“). Quattro su undici non sono abbastanza, e soprattutto vorrei sentire “Dignità” (“Dignity“) e “Non è buio ancora” (“Not Dark Yet“), una canzone del 1997 che, per dirne una, quando David Bowie l’ha sentita è immediatamente corso in sala di registrazione a registrare una sua versione (ancora inedita), tanto ne era rimasto colpito.

Sono un fedele di De Gregori e non ho mai pensato, al contrario di molti, che “non ha mai fatto più niente di buono dopo…” (inserire qui l’album a scelta). C’è molto di buono anche nei suoi ultimi dischi. Ascoltate “Gambadilegno a Parigi“, ascoltate “Guarda che non sono io“. Ecco, appunto questa canzone è già, se non una cover, una splendida riscrittura di “It Ain’t Me, Babe” di Dylan, forse migliore di qualunque possibile traduzione. Non è un segreto che negli ultimi anni, già parecchi a dire il vero, De Gregori si fa scrupolo di produrre almeno un’imitazione di Dylan per ogni disco che incide. Prende la base di accordi di, che ne so, “Memphis Blues Again“, adotta una melodia abbastanza simile, riscrive il testo a modo suo e se ne esce con “Il suono delle campane“. Nel suo penultimo album “Viva Voce” addirittura vi è una doppia imitazione: “Buonanotte fiorellino“, che era già una riscrittura di “Winterlude“, viene adattata alla musica di “Rainy Day Women No. 12 & 35“.

Ma un conto è adattare, riscrivere, fare del bricolage dylaniano, un altro è tradurre Dylan in rima e metrica. Perché i testi di Dylan sono zeppi di doppi, tripli, quadrupli sensi, giochi di parole, espressioni idiomatiche rese letterali ed espressioni letterali trasformate in idiomatiche. Come trasporre tutto questo in un’altra lingua? Chi scrive ne sa qualcosa, avendo tradotto l’intero corpus dylaniano 1962-2001 per un volume di 1200 pagine uscito da Feltrinelli nel 2006. All’inizio non volevo riempire il libro di note lessicali, e dove lo ritenevo possibile avrei volentieri tradotto in rima e metrica. Ma dopotutto le mie traduzioni le dovevo scrivere, non cantare. E non volevo ridurre la complessità dei significati, così che le canzoni che ho tradotto in rima e metrica sono molto poche (“My Back Pages” ad esempio), mentre le note esplicative hanno aggiunto più di cento pagine a un volume già difficilmente maneggiabile.

Cosa poteva fare De Gregori se non ridurre la complessità dell’originale e sostituirla con la grazia della sua lingua e della sua voce? Ma c’è di più: De Gregori si è confrontato con Dylan da poeta a poeta, da testo a testo, ignorando volutamente la massa di dylanologia cresciuta esponenzialmente dagli anni Settanta ad oggi, facendosi suggerire dalle nude parole di Dylan quali parole poteva inserire lui. Il risultato, come lo posso ascoltare in “Un angioletto come te”, è incantevole, ma certamente non è più Dylan, è De Gregori, come del resto è giusto che sia. Condizionato da troppa conoscenza del testo, ho notato subito che le forti allusioni religiose del testo sono (inevitabilmente) sparite.

Su youtube ho visto poi dodici minuti della presentazione del disco alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano, nella quale De Gregori ha ammesso la sua perplessità all’immagine della “casa con le molte stanze e i pavimenti ignifughi” dove vive il padre della donna di cui parla la canzone. Non avendo voluto, per sua scelta, leggere niente se non il testo, ha ignorato che la casa dalle molte stanze è una citazione dal Vangelo di Giovanni 14, 2, prefigurazione del paradiso che viene pochi versi dopo, e che nella sua traduzione arriva un po’ di sorpresa. Il “padre” nella canzone non è un uomo ricco che possiede un aereo privato, è Dio, il Dio al quale la donna deve tornare ora che il diavolo (il padrone del locale) se n’è andato. E i pavimenti a prova di fuoco non si riferiscono tanto ai parquet delle case americane, ma al fatto che le stanze del paradiso non possono essere toccate dalle fiamme dell’inferno.

Ma si poteva trasporre tutto questo in una canzone italiana, dove oltretutto i riferimenti legati alla religiosità evangelica americana resterebbero comunque incomprensibili, e cantati in italiano suonerebbero fuori posto? No, non si poteva, e quindi ha fatto bene De Gregori a ignorarli. Mi dispiace piuttosto che la citazione da Samuel Johnson inclusa nella canzone, “il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”, sia stata mancata, sostituita com’è da “l’amore di patria è l’ultimo rifugio che c’è”. Magari questo verso si poteva rendere in modo più fedele. Ma forse il De Gregori che ha scritto “Viva l’Italia” negli anni del terrorismo, in cui per dirlo ci voleva del coraggio, non voleva suonare antipatriottico.
E la voce, ovviamente, non si tocca.

AlessandroCarrera1

*Alessandro Carrera è nato a Lodi nel 1954, si è laureato in filosofia all’Università degli Studi di Milano e dal 1975 al 1987 ha fatto l’insegnante, l’ufficio stampa di un’etichetta discografica, il folksinger, il cantautore (con una partecipazione al festival del Club Tenco di Sanremo nel 1978) e il caporedattore di riviste scientifiche e un po’ meno scientifiche (compresa una di studi esoterici). Dal 1987 al 2001 è stato Lettore d’italiano del Ministero degli Affari Esteri, ha insegnato in varie università degli Stati Uniti e del Canada e ha lavorato per conto degli Istituti Italiani di Cultura di Toronto e di New York. Dal 2001 è direttore del programma di Italian Studies alla University of Houston, in Texas. Ha pubblicato studi di filosofia, letteratura e musica (classica e popolare), raccolte di poesie e opere di narrativa. Il suo romanzo breve La vita meravigliosa dei laureati in lettere (Sellerio 2002) è stato un piccolo bestseller. Per i Meridiani Mondadori ha tradotto tre romanzi di Graham Greene e per Feltrinelli tutte le canzoni e le prose di Bob Dylan. Nel 1993 è stato uno dei vincitori del Premio Montale, nel 1998 ha vinto il Premio Loria per il racconto e nel 2006 il Premio Bertolucci per la critica letteraria. Ha raccolto tre anni di articoli scritti per il quotidiano Europa in L’America al bivio della democrazia (Vertigo 2008).

Io, Bob Dylan. Le mie canzoni, i miei amici, i miei nemici

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