In crisi la Bic, in crisi il corsivo. Vince, per ora, il touch screen

MARIO GAZZERI
Pens are dead, paper is dead and handwriting is a relic”. La sentenza del Guardian, scherzosa ma non troppo, sintetizza egregiamente uno dei più inquietanti e (sentimentalmente) dolorosi effetti collaterali della rivoluzione telematica. Pc, tablets, smartphones e gli altri recenti touch screen devices, non si limitano infatti a modificare abitudini e tendenze individuali e collettive per quanto riguarda la comunicazione ma rischiano di danneggiare, nel medio periodo, il mercato finora fiorente del più tradizionale strumento di scrittura: la penna.

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E il gigante incontrastato della penna a sfera, la Bic, sembra preoccupato dai risultati di un’indagine che i suoi stessi dirigenti hanno commissionato nel Regno Unito. Il dieci per cento degli studenti britannici (tra i 13 e i 19 anni) non possiede una penna e un terzo di loro non ha mai scritto una lettera, rivela il Guardian. Percentuale quest’ultima che sale al 56 per cento quando gli intervistati hanno dovuto rispondere alla domanda se avessero mai scritto una lettera o un semplice biglietto d’amore. La carta da lettere, nel paese della orgogliosa e invidiata Royal Mail, non si trova ormai più nel 56 per cento delle case. I dati pubblicati in questi giorni dal quotidiano britannico sono destinati a provocare un sorriso rassegnato e un leggero tuffo al cuore nei lettori più nostalgici.

Marcel Bich

Marcel Bich

Ma a Clichy, sede della multinazionale francese fondata esattamente settant’anni fa dal barone Marcel Bich, sono in pochi oggi a sorridere. Quando Bich acquistò dall’ingegnere ungherese László József Bíró il brevetto della penna a sfera da lui inventata, non tutti avrebbero scommesso sul successo dell’impresa. Ma vincendo resistenze abitudinarie e consuetudini conservatrici ai tempi in cui nelle scuole si usava da sempre penna e calamaio, la Bic (venduta per motivi commerciali senza più l’acca finale) si impose sul mercato vendendo dal 1945 ad oggi l’incredibile cifra di cento miliardi di penne in tutto il mondo. Il mercato delle penne stilografiche (le gloriose fountain pens) si salvò in parte grazie all’abilità dei suoi produttori che lo trasformarono in un prodotto di nicchia per appassionati e per acquirenti che mai si erano voluti arrendere alla ormai leggendaria “penna biro”.

László József Bíró in un francobollo ungherese

László József Bíró in un francobollo ungherese

È per lo più osservando determinati dettagli o certe particolarità che spesso ci si rende conto delle dimensioni di alcuni mutamenti epocali che, proprio per le loro dimensioni, non possono essere avvertiti nell’immediato e da tutti. Del cambiamento operato da Internet e dalle e-mail nella vita di ciascuno di noi, abbiamo avuto modo di confrontarci quasi quotidianamente in quest’ultimo quarto di secolo assistendo ad un graduale mutamento delle nostre abitudini, dell’organizzazione del nostro lavoro, della sostituzione di alcuni rapporti con altri e di alcuni linguaggi con altri, nella quotidianità delle nostre azioni e della nostra vita.

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Ma, appunto, altri segnali sembrano offuscare non solo gli orizzonti produttivi di Bic e delle altre industrie del settore ma il nostro stesso modo di vivere. Il più gravido di conseguenze sembra essere l’abbandono graduale del corsivo che tende a diffondersi come conseguenza dell’uso dei nuovi mezzi touch screen, anche tascabili, di comunicazione. Da quest’anno, in Finlandia, non è più obbligatorio nelle scuole primarie imparare a scrivere a mano. Nel paese scandinavo, come ricordava Andrea Tarquini, “la scrittura cartacea e a mano, con biro, stilo o matita resterà viva nel Paese ma come materia complementare. Un po’ più che facoltativa, insomma, ma non più materia prioritaria obbligatoria”. E anche negli Stati uniti, il Common Core State Standards, istituto che fornisce le linee guida per l’omogeneità dell’insegnamento nella scuola pubblica, ha eliminato l’obbligo del corsivo, come ricorda Federica Baroni sul blog nostrofiglio.it.

E questo è un argomento che ovviamente non preoccupa tanto il gigante francese delle penne a sfera (che da anni ha cominciato a diversificare il suo panorama di prodotti “usa e getta” producendo tra l’altro rasoi e accendini) quanto gli studiosi dello sviluppo neuro-cognitivo dell’infanzia. “La scrittura a mano in corsivo aiuta il coordinamento motorio del bambino come e più di altre attività come il disegno”, ci dice un’esperta del Movimento di Cooperazione Educativa (Mce). Ancora più pessimista lo psicoterapeuta Federico Bianchi di Castelbianco secondo cui “la perdita del corsivo potrebbe essere alla base di molti disturbi dell’apprendimento”. Staremo a vedere. Intanto sarà opportuno prender nota di queste osservazioni…con la nostra vecchia, cara penna a sfera!

Una risposta a “In crisi la Bic, in crisi il corsivo. Vince, per ora, il touch screen

  1. Da quando ho cominciato ad usare la tastiera del computer – parecchi anni ormai – anche io mi sono reso conto di aver disimparato a scrivere in corsivo. Quelle poche volte che prendo in mano una penna mi viene più naturale scrivere in stampatello, cosa che fin quando ero a scuola non riuscivo a fare, il corsivo mi veniva più naturale.

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