Garzón in campo. Lo scenario spagnolo in vista del voto di dicembre

CLAUDIO MADRICARDO
Baltasar Garzón, l’ex magistrato spagnolo, torna alla politica in vista delle elezioni generali del 20 dicembre presentando “La izquierda”, una formazione che va ad arricchire il già frammentato panorama della sinistra iberica, e che si propone di dialogare in primo luogo con Izquierda Unida (IU). Pare essere questo, più che la presentazione di una propria lista, il disegno politico che sta alla base del nuovo tentativo di Garzón, che già nel ‘93 era stato eletto deputato per il PSOE contro il quale, ripresa la toga di magistrato, non aveva però indugiato a procedere giudizialmente per corruzione.

Vi siete ricordati di cambiare l'ora agli orologi? Quindi il 20 dicembre non dimenticate di cambiare il governo del paese. Grazie

Vi siete ricordati di cambiare l’ora agli orologi? Quindi il 20 dicembre non dimenticate di cambiare il governo del paese. Grazie

Noto per aver spiccato un mandato di cattura internazionale contro Augusto Pinochet e per inchieste come quella del caso Gürtel che gli è costata l’espulsione dalla magistratura per prevaricazioni nelle indagini, Garzón ha di recente assunto cariche nel Tribunale Penale Internazionale dell’Aia e ha diretto il collegio di difesa del fondatore di Wikileaks Julian Assange.

A spalleggiare Garzón figurano personalità importanti della vita politica e culturale spagnola, come l’ex direttore generale dell’Unesco Federico Mayor Zaragoza e gli scrittori Luis García Montero e Almudena Grandes.

L’intento è di riunire tutti gli spazi politici che non stanno in Izquierda Unida, a cominciare da Además, Somos Izquierda, i Verdi, il Partido Humanista e Ezkerra Verdeak. In tutto ciò il ruolo di Baltasar Garzón non sembra ancora ben definito, anche se ha dato la sua paternità al progetto e recentemente abbia dichiarato che “partecipare attivamente a una campagna non significa essere candidato”. Il che potrebbe essere, oltre che la sua posizione personale, anche la decisione finale della formazione che capeggia.

Se le attenzioni politiche della nuova formazione si rivolgono in primo luogo a IU, esse non escludono però a priori Podemos di Pablo Iglesias. La cui recente svolta moderata difficilmente potrà consentire di arrivare a un accordo in tempi brevi. Tanto più che IU ha scelto di mantenere ferme le proprie proposte radicali sulla nazionalizzazione delle imprese energetiche e sull’introduzione di un reddito di base garantito. Mutuando proposte che già appartenevano al lessico politico di Podemos, visto la rotta di Iglesias verso un programma “più realista”. Il progetto di “La izquierda” va comunque ben oltre le elezioni di dicembre dal momento che ipotizza l’apertura di un processo costituente secondo un modello di stato repubblicano e laico con ampio spazio di decisione per le comunità autonome e le nazionalità storiche della penisola, che attui un processo straordinario di regolarizzazione degli immigranti nonché l’uscita dalla Nato. Che quindi non si andasse verso una formazione da “fronte popolare” era noto da tempo, soprattutto dopo che la consultazione online di Podemos ha respinto l’alleanza con IU per le prossime elezioni politiche, ma non a livello regionale.

Difficile dire se la strategia di Iglesias che evita di mescolarsi con una formazione politica (IU) incapace di interpretare il cambiamento, sarà alla fine premiata dal voto. Per l’intanto c’è che Podemos sta uscendo maluccio dai sondaggi commissionati da El País, quotidiano mai stato tenero col movimento di Iglesias. Il primo, pubblicato qualche settimana fa, prevedeva solo un 18,1 per cento dei voti, ben dieci punti meno del risultato dello scorso gennaio. Il che confermerebbe la crisi di Podemos, forse accentuata anche da fattori esterni, come la vicenda di Syriza in Grecia, dove la mancanza di un piano alternativo come risposta all’Europa, avrebbe fatto toccare con mano agli elettori la sostanziale inanità politica dei movimenti “populisti”.

Mentre, per il secondo sondaggio condotto lo scorso 28 ottobre e pubblicato ieri dal giornale spagnolo riguardante la previsione dei seggi, il Partido Popular (PP) otterrebbe tra i 93 e i cento seggi, il PSOE (Partido Socialista Obrero) di Pedro Sanchez tra gli 88 e i 98, Ciudadanos la formazione capeggiata da Albert Rivera tra i 72 e gli 84. Quanto a Podemos, sarebbe accreditato tra i 42 e 46 seggi, mentre IU passerebbe dagli 11 seggi di adesso a 5, il che dimostrerebbe che meglio le sarebbe convenuto allearsi col movimento di Pablo Iglesias. C’è da osservare comunque che Ciudadanos supera il PSOE in termini percentuali, ma che solo in virtù della legge elettorale spagnola, che premia le formazioni maggiormente rappresentate sul territorio, il PSOE lo sopravanza in seggi.

Tale discorso non riguarda comunque solo i socialisti, ma va esteso anche al PP, pur esso in forte perdita di consensi, ma pur sempre anche lui premiato dalla ripartizione disuguale del voto del sistema spagnolo.

D’altronde non è nemmeno un caso che Mariano Rajoy, data la situazione, ammicchi una volta a possibili alleanze governative con Ciudadanos, gli “indignados” di destra. E un’altra non escluda in via di principio collaborazioni con i socialisti. Il che sarebbe il bacio della morte per il PSOE, che vedrebbe perdere buona parte del suo elettorato a favore di Podemos. Che non a caso da tempo al Partido Socialista Obrero ha cucito addosso i panni di una formazione di destra. Una situazione questa del PSOE, che la recente rilevazione demoscopica sembra aver messo a nudo.

Assediato a sinistra da Podemos cui cede voti. Ma con un flusso di preferenze calcolato sul cinque per cento già passate a Ciudadanos. Che il segretario socialista Sanchez, probabilmente sbagliando, ha fino ad ora ostentatamente ignorato perfino di citare, come non esistesse. Fino ad ora, perché proprio in virtù dei trend elettorali, il PSOE si è finalmente accorto della necessità di un cambio di strategia, che metta al centro degli attacchi non solo il PP di Rajoy, ma anche il movimento di Rivera. Al fine di smascherarne la natura di destra, presentabile ma pur sempre affine al PP. Su cui fino ad ora si è glissato nella propaganda socialista, forse anche per non danneggiare o mettere a rischio certe situazioni di collaborazione in governi locali. E nonostante fosse ben chiaro, a onor del vero, che Ciudadanos, di fronte alla scelta con chi governare tra popolari e socialisti, ha sempre preferito alla fine i primi.

Per non dimenticare poi che sul versante della questione “memoria historica”, tema che ha sempre diviso drammaticamente la Spagna democratica dai nostalgici del franchismo che intasano il PP, solo poco tempo fa nel consiglio comunale di Calatayud, nei pressi di Saragozza, Ciudadanos si è schierato contro chi voleva fosse revocata la medaglia d’oro che la città aveva in passato tributato al dittatore. Episodio piccolo, certo. Ma forse utile per capire la vera natura del movimento di Albert Rivera, ed eventualmente per attaccarlo con maggior argomenti da parte dei suoi avversari. Il quale in uno scenario che ha sancito la fine del bipolarismo su cui si è basata fino ad ora la vita democratica spagnola, e in cui le tre grandi formazioni politiche PP, PSOE e Ciudadanos sembrano avere simile consistenza, oggi è comprensibilmente sotto tiro. Con la scadenza elettorale del 20 dicembre alle porte. Ma che già dal giorno successivo alle elezioni potrebbe essere oggetto di tutt’altre attenzioni da parte di chiunque uscirà premiato dalle urne.

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