Carlo Ceschi, perché l’Italia dell’arte gli deve tanto

LUNA MOLTEDO
Sabato 7 novembre, presso il Palazzo Ducale di Genova, si ricorderà la figura di Carlo Ceschi. Fu Soprintendente ai Monumenti e, nel secondo conflitto mondiale, si impegnò in Liguria per attuare le preventive opere di protezione degli edifici monumentali. Poi, dal 1955, insegnò Tecnica del restauro all’università di Roma. La sua attività culturale venne riconosciuta pubblicamente con l’elezione ad Accademico di San Luca con il conferimento delle medaglia d’oro al merito della Cultura e dell’Arte da parte del ministero della Pubblica Istruzione.

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Si può affermare che Carlo Ceschi fu uno dei primi in Italia a occuparsi di tutela dei monumenti e del paesaggio.

Vincolò l’Appia Antica che poi divenne parco archeologico con Antonio Cederna. In quegli anni erano in pochi, come oggi d’altronde, ad opporsi ai tentativi di cementificazione selvaggia. Una battaglia, quella per la tutela del paesaggio, destinata a durare per decenni. E che ancora oggi non si è conclusa. Anzi.

La tutela del patrimonio artistico conta, in Italia, una storia di quasi un secolo e mezzo, che inizia con la creazione dello Stato unitario. In realtà, si possono contare notevoli precedenti nelle normative degli stati pre-unitari, che vennero inizialmente mantenute. Nel 1912 lo storico e filosofo italiano Benedetto Croce si espresse a favore del paesaggio, dicendo che questo non è solo natura ma storia, e quindi come ogni monumento o bene di interesse storico artistico deve essere tutelato. Ovviamente la tutela è molto legata anche al restauro dei monumenti.

Per gli studiosi di storia dell’arte e architettura, e non solo, il nome di Carlo Ceschi viene associato, tra le altre cose, al libro Teoria e storia del restauro del 1970 e che ancora oggi si studia nelle università e accademie.

Insegnò “Tecnica del restauro”, a Roma, presso la Facoltà di Lettere e nel 1963 presso la Facoltà di Architettura. Sviluppò la teoria del restauro critico di matrice brandiana (Cesare Brandi, Teoria del restauro, 1963) confrontandosi sul campo anche con la ricostruzione postbellica.

Oggi, rispetto ai tempi di Ceschi, si parla molto di più di tutela e conservazione. Però mancano, forse più di prima, le risorse economiche necessarie affinché i monumenti non crollino come è avvenuto a Pompei poco tempo fa. E, per dirla tutta, ci sono le leggi per tutelare il paesaggio e i monumenti ma, nel nostro Paese, non c’è l’attitudine a mettere in pratica la teoria e dunque la salvaguardia del patrimonio storico-artistico viene sempre messa in secondo piano.

Proprio per questo motivo, è importante ricordare persone come Carlo Ceschi che, nel secolo scorso, contribuirono concretamente a rendere l’Italia migliore. L’azione capillare, talvolta spericolata, con cui formando una piccola squadra con i componenti del suo ufficio saliva sulle macerie dopo i bombardamenti, spegnendo i resti degli incendi e poi puntellando, raccogliendo frammenti, staccando affreschi e documentando i danni con fotografie e rilievi, è esemplare.

La conservazione di un bene – che presuppone la trasmissione al futuro delle informazioni ivi codificate –  implica anche la conservazione, nella maggior misura possibile, del sistema costruttivo e del concetto strutturale originale e degli schemi statici originali. Il progetto di restauro non conosce ricette, ma la situazione va valutata caso per caso. È il metodo stesso a suggerire delle linee di buona prassi.

In Italia, come abbiamo già accennato, la tutela del patrimonio artistico è antica, anzi si può dire, senza commettere errore, che è la più antica del mondo.

Ma, nonostante le leggi di tutela, un po’ per mentalità e un po’ per mancanza di finanziamenti, la maggior parte dei monumenti versa in uno stato di degrado preoccupante. Un intero patrimonio artistico vilipeso e dimenticato. E pronto a crollare – nel vero senso della parola – sotto il peso dell’incuria e della mancanza di soldi.

Carlo Ceschi, con meno mezzi di oggi ma con un’eccezionale capacità di coniugare competenze tecniche e conoscenze storico-critiche sulla cultura artistica del luogo, avviò e in parte concluse numerosi interventi.

Con la ricostruzione postbellica si presentò la necessità di tutelare il paesaggio e di studiare i piani regolatori per contenere l’espansione urbana.  Ceschi collaborò, infatti, all’elaborazione del piano regolatore di Genova e l’attenzione al paesaggio ligure si concretizzò nella redazione di piani paesistici come quello di Nervi e soprattutto nel fondamentale intervento per la tutela del Monte di Portofino.

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La sua attività nel dopoguerra e fino alla promozione alla prestigiosa Soprintendenza della Capitale nel 1953,  riguardò il restauro di ben cinquanta chiese monumentali e di duecento palazzi danneggiati per i quali dovette affrontare moltissimi problemi tecnici, finanziari e amministrativi.

Di questo grande lavoro pubblicò, nel 1953, due relazioni sul Bollettino D’Arte del ministero. Da ricordare, di grande rilevanza a livello urbanistico, fu la proposta per il risanamento di Tor di Nona, quartiere della città storica destinato alla demolizione e salvato grazie a questa iniziativa.

Inoltre vanno ricordati i restauri, di grande valenza, come quello dell’Arco di Costantino, della Colonna Antonina, del Colosseo. E last but not least l’intervento per la chiesa di Santo Stefano Rotondo, nel Rione Celio a Roma, che poi sarà oggetto di un complesso e importante studio.

Sabato 7 novembre, al Palazzo Ducale di Genova, sarà molto interessante poter ascoltare gli interventi per ricordare la preziosa attività di Carlo Ceschi. E sarà anche un’occasione per accendere i riflettori sulla salvaguardia del paesaggio e dei beni storico-artistici che sono una risorsa del nostro Paese che ha urgente bisogno di uscire dalla condizione di buio e degrado culturale.

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