Il sindaco marziano? Non è a Roma, è a Venezia

SILVIO TESTA*
C’è un marziano anche a Venezia, non solo a Roma.
Ho seguito la conferenza stampa con la quale Luigi Brugnaro e Paolo Costa hanno presentato il progetto “Tresse Nuovo” per togliere le navi da crociera da Bacino San Marco e sono rimasto sconfortato. Non per il progetto, che ha le stesse criticità del Contorta e che comporterà, checché ne dicano, l’allargamento e l’arginamento del Canale dei Petroli, ma per il livello dozzinale dell’argomentare del sindaco.

Per significare la sua distanza dalla città d’acqua, gli oppositori lo chiamano in modo sprezzante “Gigio da Spinea”, e a me non piace, ma sui temi lagunari Brugnaro si è presentato davvero come un marziano catapultato sulla terra, totalmente all’oscuro di ogni cosa.

A Venezia c’è stato un dibattito di cinquant’anni tra visioni diverse della salvaguardia, ma alcuni punti fermi sono patrimonio condiviso. Quando Brugnaro ha replicato “è una balla che s’inventa lei” a Cristiano Gasparetto di Italia Nostra che denunciava l’erosione della laguna ha dimostrato di non conoscere neppure una riga degli studi ultraquarantennali dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova che ha indicato nel Canale dei Petroli il killer che sta trasformando la laguna in un braccio di mare.

Quando ha sostenuto che il Mose non è stato fatto per difendere Venezia dall’acqua alta ma per fronteggiare la crescita del livello del mare a causa dei cambiamenti climatici, ha dimostrato di non sapere che il Mose è stato voluto per tutelare (forse) Venezia, ma mantenendo all’interno della laguna una portualità altrimenti incompatibile; e quando ha aggiunto che le barriere si alzeranno cinque o sei volte all’anno ha comprovato di non sapere che con un innalzamento del mare di soli 30 cm. al 2050, al di sotto di ogni più ottimistica previsione, le maree oltre i 110 cm, soglia di innalzamento delle paratoie, saranno 203, con 325 chiusure (coi falsi allarmi). La “cura” Mose, proposta quando dei cambiamenti climatici nulla si sapeva, ammazzerà il “cavallo” porto, e quando Brugnaro piange la mancanza di risorse dovrebbe sapere che ogni centesimo della legge speciale anziché a Venezia è finita alla grande opera mangiasoldi, e non in virtù dello Spirito Santo.

Brugnaro sostiene che i veneziani, eleggendolo, hanno approvato il progetto delle Tresse, ma scorda che solo un cittadino su quattro l’ha votato, e comunque dimentica che le amministrazioni locali sono “uno” degli attori che costituiscono lo Stato, assieme agli altri livelli di governo, alle leggi, alle procedure, agli organi della Giustizia. Lo Stato non ha un padre padrone che decide per tutti.

Brugnaro accusa “quelli del no a tutto” d’aver paralizzato la città, ma se costoro hanno lottato contro il progetto Contorta alla fine bocciato a furor di popolo dalle istituzioni deputate e dalla libera comunità scientifica, chi ha buttato via quattro anni? Chi l’ha proposto o chi giustamente l’ha osteggiato? E se succederà altrettanto per le Tresse, di chi sarà la colpa?

Brugnaro, infine, agita la retorica del lavoro, e fa bene, anche se i 5 mila posti da difendere a qualsiasi prezzo sono un mantra indimostrato. Ma il lavoro non è l’unico valore da perseguire, va contemperato con le esigenze dell’ambiente e della salute, altrimenti si arriva agli esiti inaccettabili di Taranto dove si è barattato lavoro con cancro. E le soluzioni ambientalmente sostenibili ci sono: non le Trezze ma le navi incompatibili fuori dalla laguna.

*Autore dei saggi E le chiamano navi e Invertire la rotta (Corte del Fontego editore).
Silvio Testa

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