Catalogna, il conflitto nazionalista è apparecchiato

ETTORE SINISCALCHI
Con la risoluzione votata lunedì a maggioranza dal Parlamento catalano il campo su cui si svilupperà la campagna per le imminenti elezioni generali del 20 dicembre viene delimitato allo scontro tra opposti nazionalismi. La risoluzione – passata coi voti dei deputati della coalizione tra Convergencia democratica (Cdc) e Esquerra republicana (Erc) e della candidatura d’Unitat popular (Cup) e i voti contrari degli altri gruppi (72 sì e 63 no) – è stata motivata con l’evidenza della volontà dei catalani espressa nelle urne nelle elezioni autonomiche del 27 settembre.

Il fatto che i partiti sovranisti, in un voto presentato come un surrettizio referendum indipendentista, non abbiano ottenuto la maggioranza assoluta e quel voto sia stato, in effetti, un rallentamento nel cammino indipendentista, non ha contato. Perché quello che è stato messo in scena è un teatro che risponde agli interessi dei principali attori in scena.

Da questo punto di vista, ieri non è successo molto. Si è compiuto soltanto un passo avanti nel cosiddetto “processo sovranista” e la drammatizzazione di commentatori e esponenti politici fa parte dello spettacolo.

La risoluzione, che dichiara solennemente l’avvio del “processo di creazione dello Stato catalano indipendente in forma di Repubblica”, non poteva certo essere una sorpresa visto che tutto quanto fatto finora portava a questo passaggio.

Quanto avvenuto è piuttosto la rappresentazione di un doppio fallimento politico: quello di un indipendentismo che agisce come se rappresentasse la maggioranza assoluta dei catalani e quello del Pp di Mariano Rajoy che utilizza la minaccia di rottura come (unica?) arma elettorale.

È del resto da almeno un anno che la questione è, con questo grado di drammatizzazione, sul tavolo e il Governo non ha minimamente tentato di affrontarla, proponendo per esempio un cammino di riforme o un tavolo che responsabilizzasse tutti i partecipanti.

Gli indipendentisti, dal canto loro, sanno bene che non hanno il consenso né la forza per arrivare in tempi brevi all’indipendenza.

Non a caso il feticcio del diritto a decidere sull’appartenenza della Catalogna allo Stato spagnolo, che è stato il simbolo dell’attivismo nazionalista di questi anni, è stato negato con la risoluzione che prospetta un percorso tutto dentro le istituzioni catalane (restando baluardo degli scettici di Podemos e dei socialisti).

Così come i nazionalisti centralisti e il governo del Pp sanno che non hanno l’autorevolezza per interrompere il processo muovendosi solo sul piano dell’autorità istituzionale. Occorrerebbe la maggioranza qualificata del senato per esautorare il governo catalano, meta difficile da raggiungere.

Per adesso, poi, un Governo catalano ancora non c’è e oggi (martedì) Artur Mas non verrà eletto presidente dato che la Cup ha rinnovato la sua contrarietà e i suoi sono voti necessari. E non ci sarà probabilmente a breve e, mentre si sondano possibilità fantasiose come un pool di gestione composto da un presidente e tre vice, non è da scartare la possibilità che si torni alle urne.

Su quale istituzione, quindi, dovrebbe intervenire il governo centrale, forse la presidenze dell’assemblea elettiva catalana? Per ora il governo di Madrid si limiterà a fare domani (mercoledì) un Consiglio dei ministri nel quale si delibererà di ricorrere contro la risoluzione presso il Tribunale Costituzionale.

Del resto il Parlamento catalano non ha ancora sfidato nessuna legge, demandando a un processo legislativo lungo e complesso per il quale serviranno mesi il prosieguo del processo. Un pasticcio che rappresenta bene l’irresponsabilità che guida i protagonisti della vicenda.

Ma il terreno nazionalista è il bastione di una politica in disperata ricerca di una sua legittimazione. In Catalogna, l’alleanza tra Convergencia democratica e Erc (due partiti che si battono fra loro per la supremazia del voto catalano), in parziale convergenza con la sinistra radicale nazionalista della Cup, spinge per descrivere uno scenario di un popolo oppresso dalla corona spagnola.

A Madrid, un Partido popular in caduta libera spera di ritrovare il consenso che, in questa fase, appare perduto. Sempre più accerchiati dagli scandali che, dal centro alla periferia, disvelano decenni di corruzione, uso clientelare della cosa pubblica e accumulamento di fondi neri, i popolari vedono con terrore il dissanguamento di voti verso la nuova formazione di Ciudadanos.

Ergersi a paladini della Spagna Una y Grande è l’ultima salva di munizioni rimaste, in questo momento, al Pp di Mariano Rajoy.

Lo stesso accade in Catalogna. La Cdc, chiusa per il momento la storica stagione dell’alleanza coi cattolici nazionalisti moderati di Uniò democràtica de Catalunya, proprio per l’accelerazione sovranista, ha investito tutto nel “processo”.

Anche qui pesa il sollevamento della cortina che ha occultato per decenni un sistema di potere basato in buona parte sulla corruzione e l’uso disinvolto di denaro pubblico. Il padre del catalanismo moderno, Jordi Pujol, protagonista della stagione delle trattative con Madrid per ottenere sempre maggiori gradi di autonomia, è travolto da vicende di corruzione, occultamento di fondi all’estero e finanche questioni oscure legate a eredità famigliari.

Dominata da Artur Mas, la Cdc ha costruito la macchina sovranista con l’unica prospettiva di rinnovare la permanenza alla presidenza catalana dello stesso Mas e perpetuarsi al potere. Con il piano che scricchiola per l’indisponibilità della Cup, iniziano a aprirsi varchi critici dentro il partito, cosa assolutamente inedita, e potremmo essere davanti alla fine dell’esperienza politica di Mas.

Però il meccanismo funziona, decine di migliaia di catalani credono nel processo costituente e altrettanti spagnoli temono il disfacimento della nazione. Commentatori scrivono articoli allarmistici e leader politici si dispongono lungo le assi tracciate. Sullo sfondo, l’effettivo carattere plurinazionale della Spagna.

Una caratteristica per la quale la costruzione della Spagna delle autonomie, uscita dalla transizione, non basta più.

Le nazionalità sono diventate il serbatoio al quale attingere per mantenere il consenso, nell’era della crisi della politica – apparentemente impossibilitata a dominare sull’economia indirizzandola secondo una lettura della società – e il nazionalismo è diventato il carburante dei motori dei partiti per continuare a rappresentarsi come centrali nelle vite delle persone.

Il tutto condito dal più originale apporto che la penisola iberica ha dato alla politica europea: il nazionalismo di sinistra. Ossimoro mai veramente messo alla prova, neanche nella vicenda basca, che ora produce quel senso identitario che la politica non riesce a dare.

Lo scivolamento dal “socialismo in un solo paese” al “socialismo in una sola comarca” che ha caratterizzato parte della storia della sinistra basca, si ripropone in Catalogna per la Cup, con una forza nuova e adatta ai tempi, non messa in dubbio dal fatto che i compagni di viaggio siano i rappresentanti politici dei gruppi di interesse predominanti.

La gabbia nazionalista imprigiona anche Podemos e i socialisti. I primi incapaci di offrire una visione alternativa e autonoma, di mettere in discussione i tabù nazionalistici, e quindi bocciati nelle urne nel loro progetto di intercettare il voto dei socialisti delusi (raccolti in parte da Ciudadanos proprio come argine all’indipendentismo); i secondi che, per una leadership poco consistente, ancora tentennano, incapaci di resistere, in Catalogna alla spinta nazionalista (dividendosi in fazioni in lotta in una dinamica dalla quale solo ora sembrano iniziare a vedere l’uscita) e a Madrid incapaci di risolvere la questione del nazionalismo castiglianista – centralista presente nel Psoe, per proporre una soluzione federalista che sia forte e coerente.

Il risultato, nel voto di settembre, è stato che la Catalogna non ha presentato il conto al malgoverno catalanista, come in maggio era successo col voto del comune di Barcellona e di tante città del paese.

Adesso la scena è pronta per le prossime elezioni politiche, nelle quali non si parlerà di welfare, politiche industriali e strategie comunitarie contro la crisi economica ma di Spagna Grande e Repubblica catalana.

Il conflitto nazionalista è apparecchiato e sulla tavola le uniche pietanze sono vessilli nazionali l’un contro l’altro branditi. Il poco tempo a disposizione, non fa sperare in modifiche del menù.

Ettore Siniscalchi

Ettore Siniscalchi

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