Euro 2016, il calcio azzurro verso un nuovo disastro? A leggere i numeri…

UMBERTO ZANE
Il Ct Conte denuncia: “troppo poco spazio per la Nazionale e pochi italiani in campo”. E i dati delle prime dodici giornate di campionato gli danno ragione. Quali rimedi?

Riusciranno i nostri eroi delle italiche pedate, tra poco più di sei mesi, a Euro 2016, a evitare alla nazionale di calcio l’ennesima brutta figura in una competizione internazionale?

In un calcio seriamente malato come quello nostrano, alle prese con cronici bubboni (bilanci edulcorati, società a rischio fallimento, dirigenti spesso non all’altezza, stadi sempre più obsoleti e deserti, scandali scommesse) conveniamo che l’interrogativo potrebbe non essere così fondamentale.

Ma quando scendono in campo gli azzurri, si risveglia in noi prepotente l’orgoglio nazionale, e i sessanta milioni di Commissari tecnici italiani, reclamano sempre bel gioco, spettacolo, e risultati. Quelli appunto che sono mancati negli ultimi dieci anni, con un’Italia che, dopo il trionfo mondiale del 2006 (dovuto peraltro se vogliamo a situazioni contingenti, nate, guarda caso, dall’ennesimo scandalo che aveva coinvolto il nostro calcio, e in prima persona, molti dei giocatori, e gli stessi tecnici, facenti parte della Nazionale).

Dopo Berlino sono arrivate due amare eliminazioni al primo turno nei mondiali del 2010 e 2014, e un’altra ad Euro 2008, con un’unica parentesi positiva ad Euro 2012 (secondo posto). A questi rovesci sono da aggiungere le mancate qualificazioni alle Olimpiadi di Londra 2012 e a quelle brasiliane del prossimo anno, e la caduta verticale nel ranking mondiale, che ha fatto perdere all’Italia il rango di “testa di serie” sia agli europei che nelle qualificazioni per la prossima rassegna iridata del 2018.

Non devono confondere i segnali di risveglio dei nostri club nelle competizioni europee: le squadre di vertice italiane sono infatti composte quasi interamente da giocatori stranieri.

Il primo problema dei rovesci azzurri è proprio questo: sono sempre meno i calciatori italiani che giocano da protagonisti, non solo in squadre di rango, ma nella stessa nostra serie A.

I dati delle prime dodici giornate di campionato lo confermano.

Duecento i giocatori italiani sinora utilizzati: una media di dieci per squadra, che sembrerebbe a prima vista buona, ma che lo è molto meno analizzando più attentamente le (comunque) fredde cifre.

Fa subito impressione, a esempio, che le prime quattro della classifica siano quelle che hanno utilizzato meno calciatori nostrani: l’Inter solo tre, la Roma quattro, la Fiorentina ed il Napoli cinque. Tra le big le uniche a invertire questa tendenza sono il Milan (tredici) e soprattutto la rivelazione Sassuolo, che con ben venti italiani impiegati è la società più “tricolore”, davanti a Frosinone (diciotto) e Bologna (quindici).

Dei duecento giocatori italiani in campo, solo però 79 possono essere considerati titolari (avendo cioè disputato almeno il 75 per cento delle partite (ovvero nove su dodici). In testa a questa particolare classifica è il Torino con nove italiani (sui dodici totali), seguito dal Sassuolo con otto, dal Chievo con sette (sui dodici totali), dal Frosinone e dal Bologna con sei. In coda, con un solo giocatore italiano “titolare”, Inter, Genoa (sui sei schierati) e Udinese (sui quattro schierati).

Fa specie che la società friulana, indicata come un modello da seguire per la sua organizzazione e la capacità di scovare talenti, si affidi, oggi come non mai, così poco ai giocatori nostrani: è addirittura l’unica in serie A che non abbia fatto ancora giocare un “giovane” italiano, ovvero un calciatore sotto i 26 anni.

Giovani che peraltro hanno trovato poco spazio complessivamente: sono solo 75 i giocatori che abbiamo visto in campo per almeno qualche piccolo spezzone di partita. Le società che hanno dato loro maggior fiducia sono state l’Empoli, il Verona e il Frosinone (con sette calciatori), seguite da Milan, Carpi e Sassuolo (con sei).

Ancora più difficile per un giovane trovare un posto fisso in squadra: sono solo 27 i giovani sotto i 26 anni che possiamo considerare (sempre sulla base del 75 per cento di presenze) “titolari”. Il record positivo spetta a Bologna, Empoli e Napoli con tre, mentre sono ben quattro le squadre che non hanno nessun giovane italiano nella formazione base: Udinese, Palermo, Lazio e Juventus. Proprio la società bianconera, che ha da sempre basato le sue fortune su un blocco italiano solido, si trova ora ad un bivio: sostituire i “senatori” Buffon, Barzagli, Chiellini con ragazzi italiani o affidarsi anch’essa sempre più a piedi stranieri?

Questa tendenza “esterofila” più volte denunciata dal Commissario tecnico Conte (che chiede oltre che un maggior impiego di giocatori italiani, anche più tempo per la Nazionale) può essere invertita nel breve periodo?

Le norme varate nei mesi scorsi dal Consiglio Federale (rose di 25 giocatori con almeno quattro giocatori cresciuti in Italia e altri quattro cresciuti nel vivaio della società) sembrano insufficienti se non ci sarà una brusca inversione di mentalità, che dovrà però essere accompagnata, se non indotta, da regole molto più ferree.

Dopo il disastro azzurro nei mondiali del 1966, per valorizzare i giocatori italiani fu proibito l’arrivo di giocatori stranieri: una decisione draconiana che, nei 15 anni successivi ha portato l’Italia a vincere un mondiale (1982), a sfiorarne un altro (1970), e ad arrivare quarta in un terzo (1978), nonché a trionfare in un europeo (1968) e a classificarsi quarta in un altro (1980).

Un provvedimento oggi ovviamente impensabile in un’Europa senza frontiere: potrebbe essere però secondo noi fattibile fissare un numero minimo di giocatori italiani sempre in campo.

Si potrebbe andare per gradi: tre giocatori (per squadra) già dal 2016, poi quattro dal 2017, cinque dal 2018 e sei dal 2019.

Solo a questo punto cambierebbe la politica delle varie società, che sarebbero “costrette” ad investire di più sui vivai, e soprattutto a “credere” nei giocatori italiani.

L’unica controindicazione potrebbe essere l’aumento esorbitante dei costi dei giocatori italiani: in questo la Federazione dovrebbe vigilare ed essere pronta a fissare delle regole perché questo non avvenga.

Nel frattempo non resta che fare un po’ il tifo per le società che puntano già sui giocatori italiani, a cominciare dal Milan, che una sua piccola “nazionale”, già potrebbe schierarla: Donnarumma, Abate, De Sciglio, Romagnoli, Antonelli, Montolivo, Poli, Cerci, Bertolacci, Bonaventura, Balotelli. In un ipotetico match contro il “resto d’Italia” di Conte come andrebbe a finire?

Umberto Zane

Umberto Zane

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