Genova, se il fiore tecnologico lascia la città

ALBERTO LEISS
È possibile che la parola Genova, nome della città in cui sono nato, derivi dal latino ianua, che significa porta. Per i romani era il limite verso i territori dei Galli. Come un Giano bifronte la città guarda il mare e il Mediterraneo, ma anche le colline e le pianure che ha alle spalle, fino a spingere lo sguardo sino ai paesi e i mari dell’Europa del Nord.

Come molti sanno il grande storico Fernand Braudel indicò in Genova una delle capitali dell’economia-mondo capitalistica, tra il ‘500 e il ‘600, prima che investimenti finanziari un po’ avventati verso l’impero spagnolo e le sue guerre ne determinassero un drammatico crack. Sì, le “bolle” finanziarie globali che ogni tanto esplodono non sono una novità recente. Il primato è passato poi, sempre secondo Braudel, a Amsterdam, Londra, New York.

Ma da quel lontano tracollo Genova sembra afflitta da una ricorrente sindrome del declino. Ogni tanto rialza la testa – fu uno dei vertici, con Torino e Milano, del “triangolo industriale” che sostenne il boom italiano – per poi ripiombare nella più cupa depressione e autosvalutazione.

Ho letto sul Corriere della sera che il governo pensa di affidare all’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) un ruolo di progettazione e coordinamento per realizzare nell’area dell’ex Expo a Milano un nuovo centro per la ricerca scientifica e tecnologica. Questo IIT ha sede su una collina genovese, ed è una delle non moltissime cose buone – non solo a mio parere – fatte dalla politica nazionale e locale per la città negli anni scorsi. (Grazie, voglio ricordarlo, all’intelligenza di amministratori di centrosinistra come il sindaco Pericu e il presidente della Regione Burlando, che hanno fortemente sostenuto il progetto nonostante provenisse inizialmente dall’esecrabile terzetto Tremonti, Bossi, Moratti).

Mi sono detto: be’, un bel riconoscimento per la mia Genova! Che ingenuo: a cena con amici liguri l’altra sera ho ascoltato il ritornello del tipico mugugno. Ecco, ora ci scipperanno l’IIT a vantaggio di Milano. Del resto ce lo meritiamo, siamo una città in declino! D’altra parte ho visto che anche a Milano non l’hanno presa bene: c’erano già dei progetti dell’Università meneghina sull’area Expo. Che cosa vogliono ora questi genovesi?

Meglio non parlare del corporativismo che spesso ottunde un’istituzione che dovrebbe essere votata all’esatto contrario, come, appunto l’Università. A Genova, per esempio, l’Università si è guadagnata un abbastanza universale discredito per non essere riuscita a decidere – nell’arco di un abbondante decennio – se si sarebbe trasferita nell’area di un costruendo parco scientifico tecnologico che accanto a industrie grandi e piccole a alta tecnologia, prevedeva – un po’ come si pensa per Milano – un campus di Ingegneria. Il relativo finanziamento pubblico forse non andrà perduto perché proprio l’IIT, che già accoglie più di un migliaio di scienziati e ricercatori di tutto il mondo, ne prenderà il posto.

Il direttore scientifico dell’istituto, Roberto Cingolani, assicura sui giornali genovesi che non ci sarà alcuna smobilitazione in Liguria, e su quelli milanesi che certo opererà insieme a tutti i soggetti scientifici della recentemente ribattezzata “capitale morale”.

A me piacerebbe che, soprattutto dalle parti della sinistra, o meglio delle sinistre che sono di nuovo in creativa proliferazione, si prestasse la dovuta attenzione a questi processi che riguardano la formazione della cultura scientifica di un intero paese, e non solo. Addirittura, ci si dovrebbe ogni tanto chiedere se ciò che viene ideato e brevettato in questi affascinanti laboratori – una volta resi operativi – sarà davvero utile a migliorare la “qualità della vita”, come viene solennemente annunciato.

Alberto Leiss

Alberto Leiss

da il manifesto

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