L’effetto domino della svolta catalana

CLAUDIO MADRICARDO
Con settantadue voti a favore e sessantatre contro, il  Parlament de Cataluña ha messo un altro pesante mattone verso la dichiarazione di indipendenza dalla Spagna, proseguendo il lungo processo iniziato con il voto dello scorso 27 settembre.

A votare a favore i deputati di Junts pel Sí e della Candidatura di Unidad Popular (CUP), che dalla consultazione passata avevano ottenuto la maggioranza dei seggi, anche se non quella del voto popolare in virtù della legge elettorale in vigore.

Il voto impegna il governo catalano a iniziare nel giro di un mese il processo costituente che dovrà rendere possibile la “disconnessione democratica” dalla Spagna, non dandosi troppa pena per le reazioni delle istituzioni della penisola, a cominciare dal suo Tribunale Costituzionale. Al quale il leader del Partido Popular e primo ministro Mariano Rajoy ha già annunciato oggi che ricorrerà, dopo aver incassato l’appoggio del segretario del PSOE Pedro Sanchez nel corso del loro incontro alla Moncloa.

Respinta, invece, con centoquattordici voti contrari e undici a favore una mozione presentata da Catalunya Sí que Es Pot che chiedeva un referendum per l’indipendenza, in un’aula in cui la sparuta pattuglia degli undici deputati del Partido Popular sventolavano bandiere spagnole e catalane.

Raul Romeva di Junts pel Sí ha commentato la proposta di risoluzione indipendentista definendola una “domanda massiccia” del popolo catalano, aggiungendo che il risultato elettorale del settembre passato “si conti come si conti, in voti o seggi” ha espresso una volontà chiara e incontestabile, che è andata a colmare il vuoto lasciato dal referendum indipendentista che non si è potuto celebrare per il veto del governo centrale.

E ha sottolineato il carattere sociale della risoluzione approvata,, che “dà risposte alle urgenze e ai compiti sociali” che pesano sulla società catalana.

L’obiettivo finale è quel di creare una repubblica catalana che dovrà assicurare lo stato di diritto che secondo Romeva ora non sarebbe garantito dalle istituzioni monarchiche, e che sarà lo strumento con cui operare contro la corruzione, assicurando la separazione dei poteri.

Per la CUP, la deputata Anna Gabriel ha difeso la risoluzione, definendola “ un atto di rottura con la legalità e l’imposizione spagnola” dal cui Stato la Catalogna non si sente rappresentata. Terminando col rivendicare la legittimità democratica di fronte alla legalità.

Nei piani  dei promotori della risoluzione passata in parlamento, pare  esserci la speranza  che nel 2016 si possa arrivare a celebrare il referendum indipendentista, grazie all’appoggio di Podemos, di Izquierda Unida e della nuova amministrazione comunale di Ada Colau.

Una legislatura, quella del Parlamento catalano, che è cominciata con gli  scandali per corruzione  che hanno colpito formazioni politiche come Convergència, la formazione di ispirazione liberal-democratica, cosa che per certi versi potrebbe creare un terreno favorevole ai sostenitori dello sgancio dalla monarchia di Felipe VI.

Di tono completamente opposto le reazioni delle opposizioni, a cominciare da quella di Inés Arrimadas di Ciudadanos, che ha definito il piano di Junts pel Sí e della CUP come “una follia”, un salto delle leggi, e come la “peggiore sfida alla democrazia degli ultimi trent’anni”.

Mentre da parte di Miquel Iceta, segretario dei socialisti catalani, anche lui contrario alla risoluzione approvata, si è contestata la tesi che quello dell’indipendenza sia un desiderio maggioritario tra la popolazione, vista la sconfitta del plebiscito indipendentista del 27 settembre.

“L’obiettivo della legislatura deve essere altro” ha dichiarato Iceta, accusando i promotori della risoluzione di parlare di “negoziare dopo che hanno negato legittimità alle istituzioni spagnole”, e osservando come “situare le istituzioni catalane fuori dalla legge e’ temerario e ci porta a un disastro per cui pagheremo dei costi temerari”.

Tanto più che Junt pel Si e CUP per l’esponente del PSC non godono di nessun mandato democratico che li autorizzi a fare questo passo, e vogliono che “ci disconnettiamo dallo Stato di diritto, però sono loro che si stanno disconnettendo dalla maggioranza.”

Simile la posizione dell’esponente del Partido Popular,  Xavier García Albiol, il quale, parlando quasi per tutta la durata del suo intervento in castigliano,  ha a sua volta  smentito che le posizioni indipendentiste godano dell’appoggio della maggioranza della società catalana, e rivolgendosi direttamente al presidente Artur Mas che lo stava ascoltando in aula, ha ricordato come la Catalogna è stata fatta anche dagli immigrati e che nessuno vi potrà essere espulso.

E che il suo partito “non permetterà che nessuno debba usare il passaporto per uscirne”.

Quale effetto possa avere la decisione del Parlamento catalano sulle elezioni generali fissate il prossimo 20 dicembre, forse è prematuro per dirlo.

Sta di fatto che essa pare destinata a spandere una sorta di effetto domino sulle altre comunità regionali che aspirano a una maggiore autonomia dalla Corona spagnola, se non proprio all’indipendenza da essa.

E non è certo un caso che le regioni che più risentono della tentazione di andarsene sono in genere quelle più ricche che costituiscono il vero motore economico della penisola iberica.

Discorso a parte richiederebbero le conseguenze che le posizioni assunte ieri sulla Catalogna da parte dei raggruppamenti politici nazionalmente rappresentati provocheranno nel resto del paese, in termini di travaso di voti da una formazione e l’altra e della prevedibile esasperazione di una campagna elettorale che giocoforza vedrà al centro il tema dei nazionalismi.

Anche alla luce dei sondaggi fino ad ora disponibili che fotografano una situazione che pare scommettere  per un’alleanza tra PP e Ciudadanos, con un PSOE lasciato al palo, un Podemos ridimensionato e un crollo di Izquierda Unida.

Con il rischio patente che il governo che sarà eletto dal voto, anziché dare soluzione alle problematiche messe prepotentemente sul tavolo dall’azzardo catalano, scelga la strada tutto sommato più facile, che coinciderebbe con un arroccamento in difesa della legalità dello stato spagnolo. Pagante forse sul piano del voto, di sicuro penalizzante per la soluzione dei gravi problemi in attesa di risposta che squassano la Spagna di Felipe VI.

Claudio Madricardo

Claudio Madricardo

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