Angola, quarant’anni dopo. Crisi da indipendenza?

JANDIRA LUDMILA MORENO DO NASCIMENTO
L’Angola – il paese che si appresta a diventare il primo esportatore di petrolio del continente africano, ricco di diamanti e minerali- oggi festeggia i quaranta anni dall’indipendenza del dominio portoghese, iniziato nel 1843.

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Ventisei di questi quarant’anni hanno visto il paese impegnato in una durissima guerra civile che ne ha dilaniato l’assetto non solo politico ma anche culturale, e perfino geologico e naturale: è impossibile quantificare il numero di mine anti-uomo sparse come il sale nel mare, gli edifici e le case coloniali crivellati e bombardati, le infrastrutture fatiscenti, le strade dissestate e interrotte bruscamente. Se le città versavano in uno stato di sovrappopolamento e auto distruzione, le campagne invece venivano abbandonate perché pericolosissime: erano zone di combattimento tra l’esercito ufficiale del MPLA e i ribelli dell’UNITA.

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Poi nel 2002 la pace, suggellata con la morte del capo dei ribelli Jonas Savimbi.
Nel 2004 l’Angola ha dato segni di ripresa economica, anche ostentati – come non citare il sontuosissimo matrimonio tra una delle figlie dell’attuale presidente Dos Santos e il magnate portoghese Hugo Pego – e da allora non si è più fermata diventando il paese africano col tasso di crescita più alto grazie all’aiuto della magna Cina che attraverso ingenti somme di denaro e la costruzione di infrastrutture più che necessarie è diventato il primo partner commerciale del paese sorpassando così gli Stati Uniti e il Portogallo. Con quest’ultimo in particolare il trend si è invertito: la diaspora dei portoghesi in cerca di fortuna è ricominciata proprio dal paese che li ha cacciati nel ’75 ed ironia della sorte l’Angola sta comprando sempre più azioni e quote delle aziende pubbliche portoghesi in fallimento, con buona pace dell’opinione pubblica che reclama a gran voce della mancata trasparenza sull’origine dei capitali usati dal presidente angolano.

Nonostante i tassi di povertà e di disoccupazione siano scesi considerevolmente, da circa sei mesi a questa parte voci di crisi economica si rincorrono: il calo del prezzo del barile ha fatto la sua parte, le numerosissime imprese petrolifere hanno accusato il colpo e forse la paura ha fatto il resto.
Alcides Sakala, vice-presidente per le relazioni internazionali dell’UNITA, intervistato da un’emittente lusofona a Washington, ha riferito che la crisi è artificiale, creata apposta per poter permettere al governo di gestire come vuole il danaro pubblico insomma.

Intanto il governo nazionale ha già preso delle misure cautelari: da un po’ di mesi a questa parte il dollaro americano non è più la valuta di scambio, i salari, sia pubblici sia privati devono essere pagati con la valuta locale, il Kwanza, non si possono inviare o ricevere dollari sui conti bancari. In compenso la valuta cinese, Yuan, è stata dichiarata buona quanto quella locale. Non c’è da temere, gli angolani sono sempre stati un popolo duttile, riusciranno a imparare anche il cambio Kwanza-Yuan, statene certi.

Ma l’economia non è l’unica a soffrire in questo periodo buio, medievale come l’hanno definito alcuni media portoghesi, anche i diritti umani sono messi a dura prova: il 19 marzo scorso il New York Times denunciava che il tasso di mortalità è il più alto e che i bambini muoiono di fame in un paese che navigava sull’olio, pieno di ricchi proprietari Porsche. Un articolo che ha creato un certo imbarazzo dentro i vari palazzi ministeriali, colti di sorpresa evidentemente.

L’ultima gaffe risale invece al 20 giugno scorso quando quattordici giovani sono stati preventivamente incarcerati per essersi riuniti per una marcia pacifica con l’intenzione di leggere un libro messo al bando (Ferramentas para destruir o ditador e evitar nova ditadura — Filosofia política da libertação para Angola trad. Strumenti per destituire il dittatore ed evitare una nuova dittatura – Filosofia politica della liberazione dell’Angola). L’autore, il giornalista Domingo Cruz, è tutt’ora in carcere.

Quando il giovane rapper luso-angolano Luaty Beirao ha deciso di iniziare uno sciopero della fame come strumento di protesta contro l’ingiusta carcerazione sua e dei suoi compagni i fari dei media internazionali, per la seconda volta in pochi mesi, si sono rivolti sulle violazioni dei diritti umani in Angola. Il giovane Luaty altri non è che il figlio di Joao Beirao, il direttore generale della fondazione(udite udite) Josè Eduardo dos Santos fino al 2006, l’anno in cui è morto. Lo sciopero continua, la popolazione manifesta per la liberazione dei quattordici giovani eroi, l’Angola indipendente ci perde la faccia. Ma non importa, il processo di gemellaggio con la Cina è a buon punto. Quella Cina a cui invece perdere la faccia non piace per nulla.

Jandira Moreno Do Nascimento

Jandira Moreno Do Nascimento

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