Il Bel Paese nel fango

ROSANNA LAMPUGNANI
Dai terremoti alle grandi alluvioni, la storia d’Italia è costellata di catastrofi naturali. Un Paese nel fango (Rizzoli), il nuovo libro di Erasmo D’Angelis con la prefazione di Matteo Renzi, è un’analisi impietosa degli errori e delle colpe che hanno portato il nostro Paese al disastro e un programma in undici mosse per cominciare a scrivere una pagina di futuro.

copertina

Letteralmente: chiunque amministri una comunità, sia sindaco o governatore, o abbia responsabilità governative dovrebbe avere sulla scrivania un libro edito da Rizzoli: Un Paese nel fango.

Perché la quantità di dati, cifre, esempi sono un bene prezioso per la memoria del Paese: è un racconto disperante della tragedia che da decenni si abbatte al Nord e al Sud (ma soprattutto al Sud) ogni qualvolta le piogge vanno oltre la media o la terra trema; ma anche ogni qualvolta l’Unione europea butta un’occhiata più attenta su come si spendono le risorse messe a disposizione per combattere il dissesto idrogeologico.

Erasmo D’Angelis – oggi direttore de l’Unità, ma fino a pochi mesi fa a capo dell’unità di missione creata da palazzo Chigi all’inizio del 2014 proprio per contrastare i disastri ambientali – dalla sua postazione ha potuto mettere insieme documenti accumulatisi per lustri nei vari dipartimenti e uffici – certamente non segreti – riuscendo quindi a fare una radiografia puntuale.

Come dice il sottotitolo, si tratta di fatti, colpevoli, rimedi, i quali possono essere adottati a partire dalle norme esistenti, se solo ce ne fosse la volontà politica. Per esempio, risale al 1904 il Regio decreto numero 53 che afferma essere gli alvei dei fiumi proprietà pubblica.

Ebbene deve averlo sempre ignorato la Regione Calabria se, il 18 gennaio 2013, indisturbato il fiume Crati esondò nella piana di Sibari, riversandosi in uno dei siti archeologici più importanti della Magna Grecia. Se non si fosse occupato l’alveo del fiume con agrumeti, se si fosse fatta regolare manutenzione la rovina sarebbe stata evitata: sufficienti i quattro milioni, disponibili sin dal 2010, ma fermi nella contabilità speciale della Regione.

In questo caso, di chi le responsabilità?

L’interrogativo non si può non formulare – per fare un altro esempio – anche per la frana di Agrigento del 1966, causata da un sovraccarico edilizio: chi autorizzò la costruzione di 8500 immobili, una quantità sufficiente per 160 mila abitanti, in una realtà che ne contava solo 40 mila?

Sono questi due casi emblematici di come le leggi vengono violate o aggirate, ma del resto le responsabilità sono anche in alto, se la norma 183 del 1989, varata per la difesa del suolo, è stata svuotata di contenuto dalle 1500 prescrizioni intervenute successivamente e colpevolmente, se è vero che il 24,9% del territorio italiano è a rischio frane, il 18,6% a rischio allagamenti e il 38,4% a rischio di entrambe le calamità. In proposito c’è un paragrafo del libro dedicato all’edilizia spazzatura, cioè alla quantità di edifici, pubblici e privati, costruiti nelle zone a rischio.

Si tratta di cifre impressionanti, perché coinvolgono 21,8 milioni di abitanti, cioè il 36 per cento della popolazione. Si tratta di 75 mila edifici pubblici, di cui il 75 per cento dislocati al Sud, che in tal senso vanta, in questa brutta graduatoria nazionale,  i primi tre posti: la Campania, con 5,3 milioni di abitanti in 489 Comuni in pericolo, la Sicilia con 4,7 milioni di abitanti in 356 Comuni e la Calabria con due milioni di abitanti disseminati in tutti i Comuni.

Quanto agli edifici produttivi, i primi due posti in graduatoria sono ancora meridionali: Campania con 15.900 immobili, Sicilia con 12.600. Ma attenzione: se nel Mezzogiorno le cifre negative raggiungono dimensioni inquietanti, il Centro-Nord non è esente da errori, deficienze e malversazioni. Non basta, infatti, ricordare – per esempio – la tragedia del Vajont o  l’alluvione di Genova di un anno fa, perché nel 1970 un’onda di piena mise in ginocchio la Liguria, come ricordava Fabrizio De André con Dolcenera.

Quarantaquattro anni separano questi ultimi due eventi, molto si poteva fare per evitare il secondo, ma non è andata così. Ma del resto se molte tragedie continuano a costellare la storia nazionale tra le cause va annoverata quella che viene chiamata artificializzazione del suolo, in cui “eccellono soprattutto Lombardia e Veneto”, ma è la Liguria – appunto – che detiene il record peggiore: il quaranta per cento della fascia costiera entro i trecento metri dal mare è cementificato.

In un Paese che conta il settanta per cento di tutte le frane dei Ventotto Paesi dell’Unione europea e che tra il 1945 e il 2015 ha contato 5.455 morti per calamità naturali, 2.458 Comuni interessati da questi eventi, solo nel 2014 si sono  accumulati quattro miliardi di euro di danni pubblici e privati.

In 45 anni i governi hanno erogato 16,6 miliardi e le Regioni, a partire dal 2000, altri 31,6 – risorse a cui si sono aggiunte quelle europee a partire dal 2002. Ma molti dei soldi messi a disposizione non sono stati utilizzati.

La task force di palazzo Chigi ha scoperto, infatti, che dei circa 6,5 miliardi di investimenti pubblici fatti negli ultimi quindici anni solo la metà (alla fine di giugno 2014) è stata utilizzata per avviare i cantieri. Un dato confermato dal fatto che solo in alcune Regioni la lotta al dissesto idrogeologico è diventata priorità di bilancio posto fuori dai vincoli (Puglia, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia), mentre in altre Regioni (Campania e Calabria) “l’investimento è stato pari a zero”.

C’è però da precisare che se è vero che Regioni e Comuni sono spesso inadempienti (per esempio, a causa del mancato rispetto delle norme UE in materia di depurazione delle acque da parte di 2500 Comuni l’Italia pagherà una multa di circa mezzo miliardo di euro), la burocrazia a livello nazionale ci mette del suo. D’Angelis racconta che la delibera del Cipe numero 32 ha impiegato 9 mesi “per fare arrivare i primi settecento milioni assegnati a territori fragili” contro frane e alluvioni.

Nove mesi, “il venti per cento della legislatura”. Tuttavia è bene che l’unità di crisi, oggi coordinata dall’economista Mauro Grassi, continui a vigilare, ma c’è un’in congruenza grave, gravissima: i dipartimenti universitari di geologia dal 2000 al 2014 si sono ridotti da trentotto a otto e fra tre anni scenderanno a cinque (rispettivamente a Milano, Padova, Firenze, Roma e Bari), una riduzione pianificata,  ma con quale strategia?

Cinquant’anni fa Leo Longanesi – si ricorda nel libro – affermava che  “alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione”. E, a quanto pare, continua a preferirla.

Rosanna Lampugnani

Rosanna Lampugnani

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