Dalla “guerra al terrorismo” alla politica del realismo

FRANCESCO MOROSINI
L’azione di guerra non convenzionale (terrorismo) che ha colpito Parigi da un lato, dall’altro la recentissima riuscita operazione antiterrorismo del Ros dei Carabinieri, mostrano entrambe come l’Occidente, e in particolare il Vecchio continente, siano ad alto rischio. Per il vero, ormai è dal conflitto iugoslavo che la guerra è tornata ad abitarlo; nondimeno, oggi la minaccia, toccandone direttamente le capitali più importanti, ha fatto un salto di qualità.

Più esattamente, oggi il terrorismo coinvolge il Nord del mondo – come la Francia tragicamente testimonia – perché prova a trasformare in guerra civile interna alle sue metropoli un conflitto valoriale che, per quanto nella sua essenza religiosa abbia una dimensione globale, tuttora nella sua attuale dimensione geopolitica di potere ha la sua posta principale in Eurasia e in Medio Oriente. In altri termini le priorità dell’ISIS, se lo interpretiamo come un attore strategico razionale, di certo sono quelle di aggregare su di sé la comunità sunnita, sia militarmente sia cercando di costruire un suo welfare nei territori che controlla, onde stabilizzarsi dove ha la propria “culla” geopolitica (in primis Iraq/Siria); e solo poi, nel caso, puntare ad allargare il Califfato risalendo il Mediterraneo. Ma allora perché le bombe in Europa? Difatti, se questa è la strategia, potrebbero sembrare al minimo intempestive sui tempi.

La scelta del terrore, allora, tenendo l’ipotesi dell’ISIS come attore strategico razionale, è che essa dipenda dal fatto che gli interventi delle potenze esterne minaccino di far fallire il suo disegno geopolitico; e la Francia, per non dire della Russia che non a caso ha appena subito la perdita di un suo aereo commerciale, sono entrambe esposte su questo obiettivo.

Quindi, l’attacco a Parigi è interpretabile come il tentativo di aprire un fronte interno agli “infedeli”. Per rappresaglia, certo; ma principalmente per creare una sorta di “sindrome di Stoccolma” nelle opinioni pubbliche “infedeli” dei paesi particolarmente impegnati sul fronte iracheno/siriano. La logica di ciò è creare in esse l’illusione di garantirsi sicurezza (ma con tutta probabilità sarebbe solo momentanea) opponendosi per paura alle operazioni militari in quelle che l’ISIS stesso ritiene le proprie basi geopolitiche primarie.

Pertanto il terrore, proprio perché attuato per le ragioni dette, sarebbe stato anticipato rispetto a tempi geopoliticamente più maturi – per maggior forza politico/statuale dell’ISIS in Medio Oriente e di sua massima egemonizzazione delle comunità islamiche immigrate – per l’espansione del Califfato in quello che viene ritenuto “il mondo degli infedeli”.

Attenzione, però: la realtà è più sfaccettata di quanto appaia. Nel senso che la forza dell’ISIS dipende, oltre che dalla capacità attrattiva del suo progetto di “mobilitazione politico/militare per la fede”, pure dal fatto che riesce ad incanalare, specie in Iraq, le preoccupazioni del mondo sunnita che vede logorarsi le sue sfere d’influenza rispetto al mondo sciita ed all’Iran, potenza regionale sciita che ovviamente ambisce a una propria sfera d’influenza nell’area. Per questo affrontare la sfida con categorie semplicistiche come “sono contro l’umanità” serve poco. Il punto è che questo “approccio morale” al terrorismo – che poi a ben vedere è la perfetta immagine speculare dell’idea che “chi va farsi saltare in aria” ha della democrazia – ha dei gravi limiti. Certo, coglie la dinamica valoriale – ben rappresentata da quei francesi che nello stadio sotto attacco cantavano la Marsigliese – dello scontro in atto. Tuttavia, limitandosi ad esso, si rischia di cadere nel semplicismo complottista.

Difatti, uno dei padri del pensiero sociale moderno, Harold Lasswell,  proprio ragionando prima della Seconda guerra mondiale sui “mostri politici” del ‘900, affermava che è “una visione distorta della società mondiale ritenere che un orco gigantesco si sveglia e si alza armato da capo a piedi tra una popolazione di agnelli” (Harold Lasswell, Politica mondiale ed insicurezza personale), ricordandoci con ragione che è pura illusione ritenere che l’ordine internazionale sia minacciato, metafisicamente, dall’emergere delle forze dell’oscurità e dell’irrazionalità. In sintesi: i conflitti sono sempre tra umani; e mai, anche se sarebbe consolatorio pensarlo, con demoni.

Parole analoghe, meritevoli d’attenzione perché scritte su Foreign Affairs, rivista dell’elite dirigente degli USA poco dopo l’attacco alle Twin Towers (estate del 2002), sono quelle dell’analista Grenville Byford , preoccupato che così si legga “con criteri unidimensionali un problema multidimensionale”. Anzi, Byford si preoccupava che l’approccio etico (siamo il Bene) insito nel concetto di “guerra al terrorismo” (infatti titolava il saggio La guerra sbagliata) sia cattiva teoria, cioè incapace di cogliere realmente quanto accade, che porta a erronea prassi. La sua convincente critica – che pare confermata dal “caso Iraq”, dopo anni passati tra retorica democratica ed errori sul campo – una lettura retorica della sfida cada facilmente nel vizio autocelebrativo a scapito della realpolitik. La quale più che alla criminalizzazione del “soggetto terrorista”, è viceversa più attenta alla sua determinazione politica: ossia, a quale sia il suo campo di gioco; quali interessi propugni; insomma, a quale sia, nel contesto delle relazioni internazionali, il significato geopolitico e strategico del suo agire.

Il che ci porta comprendere che invece che il Male abbiamo di fronte un avversario ancora più temibile: un movimento radicale, tradizionalista e di matrice religiosa che reagisce “polemicamente” (violentemente) a ciò che percepisce come una minaccia esistenziale: la modernizzazione. Ma anche ad essere ben consapevoli che la sua forza di penetrazione è moltiplicata dai collassi politici del dopo primavere arabe, dal contenzioso politico religioso tra sunniti e sciiti, dal suo innestarsi nel conflitto per la di leadership dell’area di Turchia, Egitto, Iran e petromonarchie del Golfo. In altri termini, per dire col Grande Timoniere, queste tensioni sono l’acqua che fa nuotare il “pesce” ISIS la cui forza durerà fino a quando lo stabilizzarsi di sfere d’influenza tra queste potenze regionali creerà una forma d’ordine politico che di fatto lo indebolirà e marginalizzerà.

Sempre che ciò accada, naturalmente: nel senso che potrebbe pure succedere che questa forma d’ordine mai riesca a consolidarsi (ad esempio per la destabilizzazione delle petromonarchie via crollo continuo del prezzo del petrolio) portando così il problema a ingigantirsi ulteriormente. In ragione di ciò affrontare queste tematiche con le modeste categorie etico/politiche della guerra al terrorismo potrebbe essere suicida. Perché? Perché sono prive di capacità esplicative. Piuttosto, a quest’ultima va accompagnata la Ragion di Stato. Soprattutto perché questa è la mappa per orientarsi quando si opera in alleanza in una coalizione internazionale dove le Potenze partecipanti inevitabilmente definiscono lo spazio del loro agire secondo gli interessi e le alleanze nel terreno che vogliono tutelare.

Insomma, bisogna passare dalla “guerra al terrorismo” (intesa come ideologia) al realismo politico: ossia a una valutazione precisa dei limiti e dei costi – da tener presenti anche quando è la realtà ad imporre l’azione – di operazioni internazionali nel cuore energetico del Pianeta. Anche perché bisogna essere ben consci, per dire con l’analista militare francese Alain Joxe, che, date le nostre capacità d’intervento, più che fare ordine al massimo possiamo “regolare il disordine”. Quindi, se si deciderà di agire pesantemente in queste aree particolarmente delicate per evitare che in si solidifichino sfide globalmente destabilizzanti capaci d’infiammare dalla Cecenia al Sud-Est asiatico, bisogna sapere che sarà come mettere le mani in un nido di serpenti tenendo i piedi sulle sabbie mobili. D’altronde, nessuna ha mai detto che la politica, specie quella di sicurezza, sia un pranzo di gala. Per questo c’è la responsabilità della politica.

Francesco Morosini

Francesco Morosini

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