Nabokov e Lolita, trasgressione e storia nel romanzo scritto 60 anni fa

MARIO GAZZERI
Lolita, il romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov, fu scritto in inglese e pubblicato inizialmente a Parigi nel 1955. Suscitò scandalo per i suoi contenuti e l’autore stesso lo tradusse in russo dieci anni più tardi.

 


Probabilmente nessuno ricorda, oggi, chi fosse la dodicenne Dolores Haze, protagonista di uno dei romanzi più famosi e controversi del dopoguerra.

Ma Dolores altri non era se non la Lolita del libro-scandalo di Vladimir Nabokov, che gli immaginari amici, la madre e il patrigno chiamavano con quell’affettuoso vezzeggiativo destinato a diventare simbolo di segrete, innominabili trasgressioni.

Un nome ormai diventato sinonimo di un’adolescenza innocente e forse anche per questo involontariamente provocatoria e che, storicamente, caratterizzò un momento di crisi nella consolidata morale cristiana delle società occidentali, in particolare negli Stati Uniti.

Il romanzo, scritto esattamente sessant’anni fa (1955) fu rifiutato dalle maggiori case editrici a cui Nabokov si era rivolto. Manoscritto rispedito al mittente.

Folle, osceno, nauseante anche per un freudiano illuminato. Questi i giudizi sommari, e freudianamente molto poco “illuminati”, che accompagnarono la lettura delle bozze da parte dei selezionatori delle case editrici.

In un periodo in cui alla Casa Bianca governavano Eisenhower e il suo giovane vice Richard Nixon, in un momento immediatamente successivo agli anni della caccia alle streghe del senatore Joseph McCarthy, in una fase in cui predicatori come Billy Graham, detto anche “il Papa protestante”, sfruttavano la sempre più capillare diffusione della televisione, il “caso Lolita” esplose come una bomba.

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Nabokov con il figlio Dmitri

Graham (oggi novantasettenne) fu il telepredicatore più ascoltato e seguito in un momento in cui la paura di uno scontro nucleare con l’Unione Sovietica si traduceva in un anticomunismo viscerale di cui fecero le spese, tra gli altri, i coniugi ebrei Julius ed Ethel Rosenberg (accusati di spionaggio a favore di Mosca) che finirono sulla sedia elettrica a dispetto delle proteste organizzate in tutto il mondo.

Graham aveva insistito, come decine di suoi emuli meno brillanti e fortunati, sull’equazione “comunismo uguale Anticristo” alimentando un vero e proprio clima di isteria nell’America puritana che vedeva nell’Unione Sovietica il suo grande nemico ateo.

Vladimir Nabokov, il grande scrittore russo nato a San Pietroburgo nel 1899 e fuggito assieme alla famiglia a causa della rivoluzione  bolscevica del 1917, dopo un lungo peregrinare tra Berlino e Parigi, con studi in Inghilterra e soggiorni in Italia, approdò infine negli Stati uniti dove, nel 1945 ottenne la cittadinanza americana.

Giovanissimo, aveva cominciato a scrivere sui giornali della comunità degli emigrati russi a Berlino, suo primo approdo dopo la fuga dalla ‘grande madre Russia’,  mettendosi in luce soprattutto per alcuni racconti la cui bellezza, nutrita peraltro di un senso di distaccato disincanto, aveva attirato l’attenzione anche di alcuni scrittori ed editori a Parigi.

Racconti che oggi si possono ritrovare in Italia nella magnifica antologia curata dal figlio Dmitri Nabokov ed edita da Adelphi.

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Nabokov a sette anni col padre a San Pietroburgo

Molti i suoi romanzi scritti nei decenni successivi (Il dono, Ada, Disperazione, Fuoco Pallido, l’autobiografia Parla, ricordo e, ovviamente, Lolita che fu pubblicato a Parigi (1955) dalla Olympia Press, casa editrice americana per i cui tipi uscirono in Francia anche libri di Henry Miller, William Borroughs e di altri autori bloccati dalla censura negli Usa.

Dopo un paio d’anni, Nabokov riuscì a far uscire il suo romanzo proibito anche negli Usa, dove la strada verso una maggiore tolleranza era stata aperta anche grazie alla pubblicazione di Peyton Place, un libro senza pretese di una giovane trentaduenne, Grace Metalious, che sollevava il velo sui segreti e i peccati di una immaginaria cittadina della provincia americana. Il libro vendette milioni di copie, così come accadde in seguito a ‘Lolita’.

La storia di Humbert Humbert che sposa una vedova per poter stare accanto alla dodicenne figlia della donna verso la quale è attratto da un ossessivo desiderio, non ha convinto tutti i critici per quanto riguarda le qualità letterarie del romanzo.

Ma Graham Greene ebbe a dire che Lolita era stato uno dei maggiori romanzi del Novecento.

E Pietro Citati, dal canto suo, ne parla come di un libro di abbagliante bellezza. Certamente difficile da dimenticare l’incipit del libro-proibito.

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia…… Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola, era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”.

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Mario Gazzeri

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