L’altra India di Kumar

CLAUDIO LANDI
Le recenti elezioni in Bihar stanno producendo importanti effetti nel sistema politico indiano. Sul lato dei vincitori. Sul lato degli sconfitti.

In primo luogo ci sono ovviamente i vincitori, la Grand Alliance fra Janata United Dal, RJD e Congresso. Primo partito della coalizione vincente in termini di seggi e voti è risultato l’RJD di Lalu Prasad, ma il vincitori politico appare essere il chief minister e leader dello Janata United, Il Nitish Kumar.

Questo recente risultato elettorale per il rinnovo dell’Assemblea legislativa del Bihar potrebbe davvero aver messo in pista anche  a livello nazionale proprio Nitish Kumar.
Ricordiamo la vicenda di questo leader politico. Kumar è un leader molto interessante: è un esponente politico laico e socialista, leader di un partito laico e progressista, lo Janata United Dal, che era nel passato alleato del BJP solamente per le tante complessità e contraddizioni della politica indiana (lo Janata United è nato come fiero nemico del Congresso ai tempi dell’Emergenza di Indira, e ciò ha comportato la sua alleanza storica con il BJP). Nitish Kumar però, due anni or sono circa, ha avuto durissimi scontri politici proprio con l’attuale primo ministro Narendra Modi del quale non condivideva minimamente né l’agenda economica né le tendenze di destra anti-islamiche. Morale: Nitish e lo Janata United ruppero con il BJP. E ora, (lasciamo qui perdere i diversi e travagliati passaggi politici della vicenda di governo del Bihar), Nitish Kumar si trova leader di una coalizione, quella Grand Alliance fra lo stesso Janata United, l’RJD di Lalu Prasad e il Congresso di Sonia Gandhi. Con questo successo, Nitish Kumar potrebbe emergere come il punto di riferimento nazionale di una possibile potenziale alternativa a Narendra Modi.

Si potrebbe persino dire che l’India attende da tempo il confronto politico e anche civile, fra il progetto della destra nazionalista, religiosa e anche sviluppista in senso pro-impresa e quello di una “sinistra” laica, pluralista, e sviluppista ma con forti attenzioni sociali.

Il confronto appunto fra Modi e Kumar.

Kumar potrebbe diventare il punto di riferimento di un’ampia coalizione alternativa al BJP: una coalizione multipartitica più guidata dal Congresso come la vecchia UPA, Alleanza progressista unita che ha fatto il suo tempo con la disfatta del Congresso nelle elezioni nazionali del 2014. Si tratta per ora di una mera potenzialità e quindi non si può ancora parlare di una ripresa di dinamica di alternanza nel sistema politico indiano.

Abbiamo molto utilizzato il condizionale per una ragione precisa. Kumar infatti potrebbe diventare il punto di riferimento di quell’ampia coalizione alternativa al BJP e di orientamento laico e riformista solo se riuscirà a dimostrare di poter proporre davvero un “modello Bihar” all’India intera: il suo governo precedente ha prodotto una efficace politica di sicurezza pubblica, la costruzione di infrastrutture e un inizio di politica sociale per lo stato tra i più poveri del subcontinente indiano. Ma ora Nitish Kumar avrà a che fare con il suo alleato più forte, Lalu Prasad e il suo partito, l’RJD.

Qui nasce il problema per Nitish: Nitish Kumar dovrà rendere “compatibile” il partito di Lalu Prasad, con un serio progetto di buongoverno.
Ma Lalu e il suo partito sono sotto accusa per numerosi casi di corruzione. E poi ci sono comunque i rapporti di forza a livello nazionale. La realtà per ora del sistema politico indiano rimane quella di un partito, il BJP, in una posizione di quasi predominanza nel sistema di governo: il Congresso è troppo debole per essere alla guida di qualsiasi alternativa e le contraddizioni attorno alla dinastia Nerhu rendono quel partito ancora debole.

Gli altri partiti regionali finora hanno avuto forti difficoltà a confederarsi in modo autonomo ed anzi i due più importanti partiti regionali presenti nel Parlamento nazionale, l’AIADMK del Tamil Nadu e il TMC del West Bengala, spesso hanno qualche convergenza con il governo. Insomma la posizione del BJP non è difficile da comprendere: è al “centro” del sistema politico con una logica di quasi dominanza. Non a caso un economista-politologo indiano molto attento, Prem Shankar Jha, aveva parlato della possibilità della rinascita di un sistema politico a partito sem-idominante in India.

Ma se le segmentazioni e le tante fratture sociali, rendono plausibile un assetto a partito quasi dominante, d’altra parte proprio codeste contraddizioni sociali e culturali nonché il difetto di nascita della destra (la destra indù è una galassia politica molto fondamentalistica ma allo stesso tempo quando arriva al potere deve adottare agende sviluppiste in conflitto con quelle integralistiche), rendono possibile l’emergere di potenziali alternative.

E qui arriviamo al fronte degli sconfitti. Il BJP in effetti non ha perso tanti voti popolari, ma l’alleanza dei suoi avversari e la loro resistenza elettorale ha permesso appunto la sconfitta della destra in un meccanismo politico come quello indiano, caratterizzato dall’uninominale all’inglese, di collegio e a un turno. Ma la sconfitta elettorale c’è comunque stata e ha impedito al BJP di ampliare il suo gruppo parlamentare alla Camera alta.

Non solo: per due volte, in due elezioni statali importanti, è accaduto quest’anno che il BJP perdesse: prima a Delhi contro l’AAP, il partito dell’Uomo comune, riformatore e molto giovane, ora a Patna, Bihar, contro la Grand Alliance.

Ciò ovviamente ha aperto un confronto interno alla galassia della destra nazionalista.

In primo luogo è stato messo sotto accusa il braccio destra di Modi, il presidente del BJP Amit Shah. I cosiddetti veterani del partito sono così scesi in campo chiedendo una direzione collegiale del BJP in sostituzione di fatto di Amit Shah.

E poi c’è il solito RSS, i Volontari nazionali, la potentissima organizzazione chiave della galassia del nazionalismo e del fondamentalismo indù. L’RSS forma quasi tutta la classe dirigente della destra, sostiene il partito della destra e mobilita l’opinione pubblica nazionalista al suo fianco. Insomma, la carta RSS è una carta fondamentale per la destra indù. Ma appena il BJP conquista il governo, arrivano i problemi, anzi serissimi problemi e serissime contraddizioni.

In particolare la contraddizione fra l’RSS e la sua agenda di carattere integralistico, e il mondo economico, l’India corporate, il “grande capitale privato” dell’India, potentissimo con le sue reti di interessi e i suoi media di influenza. Il mondo economico infatti ha una sua agenda, un’agenda di sviluppo e di politica economica aperta all’impresa, alla grande impresa.

Il BJP di governo tende ad assumere un’agenda di carattere sviluppista, di destra, conservatrice ma comunque sviluppista.

Il BJP di lotta, potremo dire, tende a essere fortemente legato all’RSS e all’agenda integralistica, il BJP di governo tende ad essere più legato all’agenda di sviluppo.

Modi cerca di interpretare questa seconda agenda e ciò lo sta mettendo in contrasto con la potentissima RSS.

Le prime decisioni del governo Modi dopo il risultato del Bihar sembra aggravare questa frattura: il governo ha infatti deciso di aprire al capitale estero alcuni settori dell’economia indiana, un tema molto critico per la destra più fondamentalistica. Morale.

Il Bihar sta allargando la faglia politica interna della destra e peraltro da sempre caratteristica dei governi guidati dal BJP.

Da un lato abbiamo un potenziale leader di riferimento di un’alleanza alternativa, Nitish Kumar, che deve vedersela con un Lalu Prasad, alleato chiave, che però non sembra proprio il compagno di viaggio di un treno riformatore; dall’altro lato, Narendra Modi deve sempre di più vedersela con una fronda interna, in particolare con una destra integralistica che può metterlo in forte difficoltà, come dimostrano gli attacchi a Amit Shah. La situazione è sempre più interessante sotto il cielo dell’India.
BUON GIORNO ASIA

claudio landi

Claudio Landi

 

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