Dopo Parigi. Non nominiamo Dio invano. Parla la teologa Marinella Perroni

LUNA MOLTEDO
Religione e terrorismo. Islam e morte. Queste e altre associazioni simili costellano il “discorso” dominante dopo gli attacchi di Parigi. Che fondamento possono avere, se ne hanno uno, collegamenti così per spiegare quanto è avvenuto? ytali. conversa con Marinella Perroni, docente presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo.

Marinella Perroni

Marinella Perroni

Lei, in quanto teologa, pensa che ci sia un nesso tra fondamentalismo religioso e terrorismo? C’è una matrice legata alla religione?
Ci sono due modi di vedere e interpretare la religione islamica e questa è una delle cause della carneficina nei loro paesi. E questo coinvolge anche quelli che poi, in un modo o nell’altro, sono compromessi con la parte sciita o sunnita. Sono in gioco degli interessi talmente grandi, enormi, che penso che Dio sia l’ultima delle preoccupazioni.

Il Dalai Lama, pochi giorni fa, ha dichiarato, in merito attentati di Parigi, ”pregare è illogico: è un problema creato dall’uomo, non può risolverlo Dio”. Lei è d’accordo?
Questo è vero però è anche vero che si può fare una propaganda in nome di Dio, si possono convincere delle persone a fare delle cose che umanamente non sarebbero magari in grado di fare.

Spesso o c’è la droga o un uso strumentale della religione anche per interessi politici. Ma questo lo conosciamo molto bene anche nella religione cristiana. È molto difficile tagliare con il coltello cosa è religioso e cosa non lo è. C’è molta confusione.
La religione è stata anche utilizzata come strumento di sottomissione, di ideologia religiosa. Lo sappiamo che questo è possibile perché lo abbiamo vissuto. Poi non sappiamo in quali modi e come.
Non sappiamo se quelli che urlano Allah Akbar siano imbottiti di cocaina oppure effettivamente ci credono e sono convinti. Bisogna distinguere tra la sfera religiosa e quella politica.

Gli attentatori di Parigi erano francesi a tutti gli effetti. Lei pensa che alla base di questa rabbia contro l’Occidente ci siano problemi di disagio sociale e di mancanza di integrazione nei nostri paesi?
Ho la sensazione che queste persone maturino un “essere contro” l’integrazione. Penso che per loro il nemico da abbattere sia proprio l’integrazione. Ovviamente non sappiamo se queste storie individuali possano essere lette con criteri sociologi, psicologici, relazionali.

È vero che sono nati in Francia ma oggi è così difficile il confine sulla nazionalità, intendo quello interiore. Non direi con sicurezza che sono francesi. L’identità è una cosa molto complessa. A livello interiore, intendo, come dicevo.

Quale può essere un modo per affrontare questi enormi problemi legati al terrorismo?
La situazione di oggi è molto più complessa rispetto a quella dell’Europa quando si trovò ad affrontare le guerre di religione all’interno poi della stessa tradizione cristiana.

Oggi la situazione è più complessa perché siamo in un mondo globalizzato ed è più difficile identificarla come la questione di un continente o di una nazione. Certamente credo che la situazione vada affrontata sul territorio, nei loro paesi, nel rapporto tra popolazione e governanti, nella povertà. E nell’uso che, nei loro paesi, si fa della religione.

Lei è favorevole all’intervento di Hollande in Siria?
No, per carità. I bombardamenti non sono la soluzione. Non la sono mai stata. Però io sono anche dell’idea che da anni non è stato fatto nulla per quelle popolazioni. E non solo in Siria.

I campi dei profughi palestinesi sono lì da quarant’anni e passa. Dunque non sono le bombe di Hollande che risolvono la situazione ma forse potrebbe servire un intervento Onu. Ma, ripeto, non lo so. Penso che nessuno sa quello che si dovrebbe fare, è come parlare al vento. Sono cose molto complesse. Sono processi storici molto lenti e la guerra, fatta così, non ha mai aiutato i processi di pace. Purtroppo siamo più bravi a dire cosa non si deve fare che a trovare soluzioni.

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Luna Moltedo

@LunaMoltedo

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