Rock nella casbah. Per difendere i nostri valori

STEFANO LUSA

“Allo sceriffo non piace
Che si suoni il rock nella Casbah”
(Rock the Casbah – Clash)

Sera del 13 luglio 2015. Spiaggia di Socoa. Cornice basca. Tutto è pronto. La festa sta per cominciare. In un tendone degli uomini intonano malinconiche canzoni tradizionali. Poco più in la, sulla spiaggia, davanti al fortino, posto a difesa della baia, il volume inizia a salire e la musica elettronica sommerge la costa. Sulla sabbia hanno già preso posto centinaia di persona. Gruppi di ragazzi, famiglie e anziani stanno celebrando la presa della Bastiglia.

È una società arcobaleno quella che ci si trova davanti: biondi francesi si tengono per mano con giovani di origine magrebina; famiglie miste, con bimbi di tutte le sfumature, sui tavolini da campeggio le ostriche si accompagnano con il cuscus. Alle 11 in punto la musica si ferma. La gente intona a squarciagola la Marsigliese. Partono i fuochi d’artificio. Il cielo tra Biarritz e Hendaye s’illumina.
Inno nazionale e bandiere alzate, cantate da ragazzi di diversi toni cromatici, anche all’uscita dello stadio il 13 novembre, quando le deflagrazione delle bombe e delle raffiche di mitra, risuonavano ancora nelle orecchie di tutta l’Europa. È questa la Francia.

Qualche centinaio di chilometri più a oriente, il centralissimo quartiere torinese di San Salvario, situato tra il parco del Valentino e la stazione ferroviaria di Porta Nuova, è uno dei simboli del melting pot italiano. Lì la colorata comunità di immigrati convive con una fetta consistente della creative class cittadina. Da anni operatori locali lavorano per amalgamare il tutto e per trovare una sintesi per la nuova società multiculturale. È bello vivere a San Salvario. Lo dicono gli abitanti stessi della zona. Questa è l’Europa occidentale.

Un vero “orrore”, per alcuni! Come diceva Italo Calvino: “Quello che è il paradiso per qualcuno è l’inferno per altri”. Mezzo continente invaso da milioni di non autoctoni, da persone di religioni, culture, usi e costumi diversi, che starebbero colonizzando inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, italiani, svedesi e via dicendo. La parte molle e opulenta del continente preparata a sottomettersi a masse di migranti, per nulla intenzionati a integrarsi, anzi pronti alla jihad. È l’Ovest privo di valori cristiani, dove tutto è consentito, persino il matrimonio tra due uomini o tra due donne. In sintesi un moderno regno di Sodoma e Gomorra, pronto a rinnegare se stesso di fronte alla calata dei nuovi “barbari”.

Per la purezza etnica – esattamente come per la famiglia tradizionale – una speranza c’è e viene dall’Europa est. Lì non si rischia di sentir parlare arabo o qualche dialetto africano per le strade. La tonalità di colore, le pettinature, il modo di vestire è quasi del tutto squallidamente simile. Le diversità non ci sono, il multiculturalismo – e ancor meno il concetto di intercultura – non sono di casa e a quanto sembra nessuno vuole nemmeno che lo diventino.

Il premier ungherese Viktor Orbán ha eretto un vero e proprio muro antiimmigrati, la Slovenia sta seguendo il suo esempio. L’idea che sembra emergere è che bisogna difendersi dai profughi, ma anche dall’Occidente con i suoi “degeneranti” e “fallimentari” modelli che portano alla cancellazione dell’identità e al terrorismo. L’imperativo è proteggersi dallo straniero. Forse, in futuro, si potrebbe pensare di mettere il filo spinato anche ai confini occidentali, perché alla fin fine il “male” viene da lì.

A contrapporsi due concetti antitetici, forse, inconciliabili di Europa. Da una parte l’idea di un mondo inclusivo e dall’altra la convinzione dell’assedio e un clima da Basso Romano impero, dove si devono fare i conti anche con i “nemici interni”. Le aperture fanno paura al di la di quello che era stato il muro di Berlino e fanno ancora più paura in oriente. Nel 1982 i Clash cantavano: “Su ordine del profeta/Abbiamo bandito questa musica boogie/Che faceva degenerare il fedele”. “Rock the Casbah” era una chiara contestazione al divieto posto, in Iran, di ascoltare e suonare rock. L’Occidente non piaceva agli ayatollah e non piace nemmeno agli attentatori di Parigi.

Intollerabile per loro quella metà d’Europa pronta a dare rifugio ai siriani che fuggono. Inaccettabile che gli esuli siano così laici, così poco attaccati alla fede da lasciare il “paradiso in terra” che il cosiddetto Stato islamico vorrebbe creare. Gli attentati in Francia, sono una spallata diretta alla società multiculturale, che è oramai diventata uno dei cardini della cultura occidentale. Chi ha agito ha scelto l’obiettivo consapevolmente sapendo che colpire Parigi era sparare su un modello, più o meno funzionante, di convenenza laica tra la cultura mussulmana e occidentale.

Nessuno si illude. Praticare il multiculturalismo non è facile. Molti sbagli sono stati fatti. Non a caso gran parte dei terroristi non vengono dall’Oriente, ma sono i rampolli delle seconde, terze o addirittura quarte generazioni di immigrati. Sono cresciuti nelle stesse scuole dei belgi o dei francesi e nelle periferie delle grandi città del nord. Fior di sociologi ha cercato di spiegare il fenomeno con il senso di estraniazione che si respira ai margini della società e con il peso che un nome arabo può avere sulla ricerca di un posto di lavoro. Le frustrazioni derivate anche dalla differenza tra quelli che sono i diritti sulla carta e quelli che invece sono i diritti reali non bastano a interpretare il fenomeno. In ogni modo non bisogna lasciarsi prendere dal panico, né rinunciare a un modello, che nonostante qualche crepa, sta generando il nuovo melting pot europeo. Ad abbracciare lo jihadismo è solo una piccolissima parte della grande massa dei mussulmani che vivono in Europa. Quelli che lo fanno sono ammaliati dalle sirene mediaticamente efficaci e accattivanti della propaganda dell’ISIS. Del resto bisogna ammettere che i loro strateghi della comunicazione sono bravi a usare canoni e stilemi dell’immaginario occidentale. Forse per questo fanno più paura di quanto sia la loro effettiva forza sul campo.

L’Europa per una volta sembra aver voglia di reagire. I jet francesi sono in azione da giorni, non è escluso che qualcuno in Siria voglia anche appoggiarci lo scarpone. Al di la della guerra, però non resta che difendere in maniera ancora più forte i valori occidentali in cui la cultura italiana è profondamente immersa perché, come ci ha ricordato subito dopo gli attentati Ervin Hladnik Milharčič,uno dei più lucidi analisti sloveni: “La libertà l’uguaglianza e la fratellanza sono doni della Francia a tutta l’Europa. Vale la pena di difenderli con ogni mezzo. Senza panico. Questi sono i nostri fondamenti”. In effetti solo questa è l’Europa che possiamo immaginare.

Stefano Lusa

Stefano Lusa

@stefanolusa

ytali ringrazia Panorama (Fiume), che pubblicherà questo articolo nel prossimo numero della rivista

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