Podemos va all’attacco. Con un generale

ETTORE SINISCALCHI
Tra un mese, il 20 dicembre, la Spagna celebra le elezioni generali. Un voto quanto mai incerto, col governo in caduta di consensi, il precipitare della “questione catalana” e la generale sofferenza della Spagna delle autonomie, il sistema democratico sancito dalla Costituzione del 1978.

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Il generale José Julio Rodríguez, ex capo di stato maggiore della difesa ai tempi del governo Zapatero.

La crisi dei partiti ha portato alla nascita di nuove formazioni, Podemos e Ciudadanos, che puntano al bacino elettorale di popolari e socialisti che stentano a reagire all’assalto, non riuscendo a mettere in campo capacità di rinnovamento in grado di arginare l’erosione del proprio elettorato. I due partiti nuovi arrivano all’appuntamento in condizioni diverse, tra di loro e rispetto alle prospettive di partenza.

Gli arancioni di Ciudadanos non si sarebbero mai aspettati una così rapida crescita. Certamente godono dei favori dei media e di parte del mondo finanziario, che li considera un utile pungolo verso il Pp e un possibile interlocutore, probabilmente necessario, visto che i popolari non potrebbero governare da soli. La scalata nelle intenzioni di voto,  superiore a ogni previsione, dipende però anche dalla singolare posizione che consente al partito di Albert Rivera di intercettare i voti in uscita da entrambi i grandi partiti, Psoe e Pp. Le campagne contro la corruzione parlano agli elettori popolari delusi e la contrarietà ai nazionalismi periferici consente di intercettare il voto degli elettori socialisti più moderati intimoriti dalle estremizzazioni nazionaliste che, si veda la Catalogna, agitano il partito.

Il cerino resta così in mano ai viola di Podemos, la cui strategia di conquista del voto socialista in uscita risulta meno risolutiva – l’altro bacino al quale attingono è Izquierda Unida (Iu). I sondaggi riflettono questo quadro, col calo dei consensi della formazione di Pablo Iglesias, già manifestatosi con evidenza nelle urne catalane, anche se quel contesto particolare non consente di riportare tal quale quanto accaduto su scala nazionale. Non sono più i tempi in cui i viola veleggiavano fino al 35 per cento delle intenzioni di voto. La media degli ultimi sondaggi dà Podemos attorno al quindici per cento dei consensi, mentre Ciudadanos viaggia dal diciotto al venti (risultando in alcune rilevazioni secondo partito).
Parliamo di percentuali assolute in una ipotetica circoscrizione unica nazionale (come accade per le europee), mentre le cose sono più complicate quanto a attribuzione di seggi, favorendo il sistema elettorale spagnolo i partiti localizzati territorialmente e nelle piccole circoscrizioni elettorali.

Dopo aver risolto la contesa sul rapporto con Izquierda unida, con la vittoria della linea di Iglesias contraria a un patto elettorale nazionale, Podemos sembra ora tentare di costruire un’immagine più affidabile, anche per offrire all’elettorato socialista in uscita un più rassicurante approdo, limando e mettendo in discussione parte degli stereotipi della cultura politica della sinistra radicale. Si possono leggere così le ultime mosse di Pablo Iglesias sul piano elettorale e su quello politico generale. A partire dalla candidatura nelle liste di Saragozza del generale José Julio Rodríguez, ex capo di stato maggiore della difesa ai tempi del governo Zapatero.

Rodríguez, galiziano di Ourense del 1948, è stato nominato nel 2008 dalla ministra della difesa, Carme Chacón. Era l’ombra della ministra nei suoi viaggi in visita ai militari spagnoli delle missioni internazionali, quello che parlava alle divise, spiegava le intenzioni del governo, faceva in modo che venissero presentate nel modo migliore affinché i militari potessero accoglierle. Pilota di caccia di grande esperienza ma mai impegnato in contesti bellici, l’ex Jefe de Estado Major de la Defensa (Jemad) è sempre stato discreto, puntuale e stimato. Anche se sicura riserva democratica dell’esercito spagnolo, ha espletato il suo compito senza attirarsi accuse di essere un “militare rosso”, né subalterno al governo socialista che lo aveva nominato. Unico tratto distintivo fu il voler promettere anziché giurare quando ricevette l’incarico. Se qualcuno avesse scommesso su un suo impegno in politica avrebbe puntato sui socialisti, invece Rodríguez ha firmato per Podemos.

Non è la prima volta che nella storia spagnola militari si siano dati alla politica ma mai di così alto grado, e questo forse spiega la reazione stizzita del governo che ha immediatamente destituito il generale dell’Esercito dell’Aria dal ruolo di consigliere del Reale e Militare Ordine di Sant’Ermenegildo – intitolato all’allora re di Siviglia e martire della fede e riservato ai militari come distinzione di alto rango. Il governo ha spiegato la cessazione con la «perdita di fiducia e mancanza di idoneità per inadempienza dei doveri di neutralità». Aggiungendo che la comunicazione è avvenuta quando «ancora era militare della riserva, non compiendo il proprio dovere di neutralità». Rodríguez ha fatto sapere che aveva presentato le sue dimissioni al ministero della difesa già una settimana prima. Schermaglie a parte, l’inserimento dell’ex Jemad nelle liste di Podemos si può leggere come un passo verso l’elettorato socialista che rende più solida la proposta politica di Podemos.

Lettura che può essere confermata anche guardando alla posizione assunta sul tema del terrorismo internazionale, in particolare con riferimento ai fatti di Parigi, nei quali hanno perso la vita tre cittadini spagnoli.

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Il generale José Julio Rodríguez commenta i fatti di Parigi

Finora Podemos aveva messo in secondo piano alcuni punti critici, evitando diversi temi scomodi o divisivi al suo interno, come le questioni internazionali, restando su un piano di ambiguità. Ha manifestato difficoltà a scostarsi dai cliché della sinistra anticapitalista, attirandosi accuse – non sempre infondate – di populismo terzomondista dalla stampa e dai commentatori politici. Con Parigi, Iglesias sembra aver ritrovato la capacità di sparigliare, sfuggendo al mirino dei critici e colpendo gli avversari, ritrovando la centralità della scena.

Mercoledì scorso il leader di Podemos ha chiamato il capo del governo, Mariano Rajoy, al quale ha offerto la sua collaborazione contro il terrorismo jihadista. Iglesias ha poi detto di aver «percepito come il capo del governo fosse cosciente della gravità della situazione», ha attaccato il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, che aveva ipotizzato un intervento militare in Siria, stigmatizzandone le «chiassate e le esagerazioni belliciste che lo fanno sembrare l’Aznar delle Azzorre» (l’arcipelago portoghese dove l’allora capo del governo spagnolo José Maria Aznar, Bush jr. e Tony Blair tennero nel marzo 2003 il vertice che sancì la rottura del fronte europeo e l’inizio della seconda guerra irachena).
Dopo aver criticato il patto anti-jhiadista siglato tra Psoe e Pp, ha sottolineato la «lealtà istituzionale» del suo partito e problematizzato l’approccio, dicendo che per prima cosa bisogna «levare l’acqua al pesce jihadista» con la chiusura delle rotte economiche, finanziarie e del contrabbando – territorio contiguo allo storico avversario della finanziarizzazione dell’economia – per indicare come via maestra la «stabilizzazione del vicino oriente» attraverso «un accordo strategico tra Europa, Russia e Stati Uniti».

Iglesias sembra voler rappresentare un tratto che accomuna trasversalmente gli spagnoli, l’avversione alle avventure militari e il risentimento verso Aznar e l’adesione al fronte di Bush e Blair. Evocando l’Iraq evoca, senza mai nominarle, le stragi di Madrid dell’11 marzo 2004, che gli spagnoli hanno rivisto in quelle di Parigi, e le rovescia sulle spalle di Rivera, trovando un punto debole nel populismo arancione che potrebbe continuare a colpire durante la campagna.

Le prossime elezioni spagnole si terranno in uno scenario totalmente inedito. Pp e Psoe continuano ad essere i due partiti maggiori – i primi dati tra il 26 e il 29 per cento, i secondi tra il 19 e il 22 – ma sono lontanissimi dall’ottenere una maggioranza relativa forte, e di assolute non se ne parla. Quattro partiti saranno tra loro distanziati da margini ridotti e si presenterà la necessità di formare un governo di coalizione. A tutti gli osservatori appare probabile che un accordo possa più facilmente essere trovato tra i popolari e gli arancioni. Se, come sembra, il Pp sarà comunque il primo partito, il re affiderà a Rajoy l’incarico per la formazione del governo. La coalizione tra Pp e Ciudadanos è lo scenario più probabile. Ma non tutto potrebbe andare al posto giusto e potrebbero esserci delle sorprese.

Né i viola né i socialisti possono adesso scartare l’ipotesi di dover iniziare il 2016 sedendo a un tavolo di consultazione per la formazione di una maggioranza parlamentare. E anche Izquierda unida (data attorno al cinque per cento) pensa al dopo. La nascita di Podemos l’ha messa a dura prova, arrivando ipotizzare una confluenza. Le lacerazioni arrivano adesso nel cuore dello staff che cura la campagna del giovane segretario Alberto Garzón, con le dimissioni di due elementi di spicco motivate col rifiuto a convertire l’attacco a Podemos nell’asse centrale della campagna elettorale e per la presentazione di una lista del Pce (che fa parte di Iu) alternativa a quella di En Comú Podem, la coalizione che si ispira all’esperienza di governo della città di Barcellona e che rappresenterà alle elezioni nazionali le sinistre catalane non socialiste e non nazionaliste.

Dal vicino Portogallo spira un vento che richiama altri scenari possibili, con un centrodestra apparentemente vincitore e la successiva formazione di una maggioranza parlamentare di sinistra che sta costruendo un’alternativa di governo. Il contesto istituzionale è molto diverso ma in Spagna si guarda anche a Lisbona. E negli ultimi mesi sono successe molte cose. L’esperienza nelle amministrazioni locali passate alla sinistra lo scorso maggio, soprattutto.

Presidenti di regione o sindaci, del Psoe  o delle liste di unità popolare, sono stati eletti spesso coi voti comuni, anche con il varo di alcuni governi di coalizione. Si sono aperti nuovi canali di comunicazione e collaborazione politica all’interno della sinistra. Il centro destra appare favorito, nei sondaggi come nella facilità di trovare accordi politici, ma nessuno scenario può essere certo.

Davanti alla crisi della politica e delle democrazie rappresentative, l’appuntamento elettorale rappresenta un momento significativo della ricomposizione del quadro politico spagnolo. L’interesse del prossimo voto è dato quindi non solo dalla grande incertezza ma anche dall’apertura – e dalla conferma – di nuove dinamiche politiche e democratiche.

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Ettore Siniscalchi

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