Non credete al Gioco dell’oca

PIERGIORGIO PATERLINI
La frase che sento ripetere in questi giorni – “non ci sono più le grandi manifestazioni dei pacifisti” – sembra solo stupida, in realtà è importante. Chi la pronuncia ha un’idea bizzarra ma molto radicata di questo momento storico e di come va il mondo. In generale, dico, molto oltre il “che fine hanno fatto i pacifisti di una volta”.

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Perché non è che non ci sono più le grandi manifestazioni dei pacifisti, non ci sono più le grandi manifestazioni e basta. Ma possibile che dobbiamo ancora ripeterlo? Ehi, ben svegliati. Un caffè? Doppio, magari? Sono anni (non mesi, non giorni) che lo vediamo e lo sappiamo. A contare bene – e c’è chi lo fa, puntigliosamente, e oggi con la tecnologia è facilissimo – le manifestazioni con centomila persone (figuriamoci quelle con un milione) sono in realtà fatte da dieci, quindicimila persone. Quando va bene. I dati largamente per difetto che davano un tempo le Questure, oggi sono dati reali.

Era semivuota piazza Maggiore a Bologna con Salvini e Berlusconi e la Meloni. Semivuota è spesso piazza san Giovanni a Roma anche nei momenti di maggiore spolvero, per non dire della manifestazione della Fiom e amici sabato scorso. Ed è così perfino quando ciò che è rimasto delle grandi organizzazioni di massa (la Cgil, alla fine) riesce ancora a organizzare pullman e treni speciali.

Quindi chi si chiede dove sono finite le adunate pacifiste è come chi pensa che ci sia un prima a cui tornare. Prima o poi, ma tornare. Tornare a “prima della crisi economica”, tornare a “prima della crisi dei partiti e della politica”, tornare a “prima dell’euro”. Eccetera.

Ragazzi, non so come dirvelo, ma toglietevelo dalla testa. Non sarà così. Non funziona così. Non sarà mai (più) così. Non so se esistano i corsi e i ricorsi della storia, alla lontana, molto alla lontana forse sì, metaforicamente magari sì, ma in realtà no. E non bisogna aspettare i secoli per rendersene conto. Spesso sono chiari, e oggi certamente, i segni che la storia non tornerà indietro, nel bene e nel male. Che alcune situazioni e momenti rappresentano cesure davvero epocali, rispetto alle quali si va verso il nuovo o verso una qualche forma di estinzione (fosse pure anche “solo” del cervello, personale e collettivo).

Non so se ci sarà quel “nuovo” che significa “meglio”, non ne vedo ancora le tracce, non so quando, non so chi lo porterà né come. Ma so che il prima è prima e basta. Ed è finito per sempre. E di sicuro ciò che ci aspetta, e che aspetta i nostri figli e i nostri nipoti, non sarà un ritorno a ciò che abbiamo già visto e conosciuto.

Sarà altro.

Se qualcuno spera dunque di vedere le marce per la pace, prenda una sedia e si metta comodo. Perché dovrà aspettare un bel po’. Garantito.

Ma vale per quasi tutto. Anzi, tolgo il quasi.

E, sinceramente, per bello che possa essere stato (a tratti e solo per un lato della medaglia, mai due), per schifoso che sia il presente (e lo è), per nebuloso o addirittura vuoto e regressivo che appaia il futuro (e che possa essere regressivo, per poco o per tanto, è più che possibile), mi piace di più così. Mi piace che la storia non assomigli a un cane che si morde la coda. Che i cicli della vita – anche qui, personale e collettiva – non si incartino su se stessi. Mi sono sempre arrabbiato quando sentivo dire che il comunismo non ci sarebbe mai potuto essere perché era fallito e perché non si era mai visto. Come se queste potessero essere prove. Ho sempre ribattuto che se il ragionamento era questo, allora la ricerca scientifica – che cerca appunto non di replicare qualcosa di già conosciuto, ma di creare inventare scoprire ciò che ancora non si conosce o non c’è, ma è possibile o anche solo ci piacerebbe – la ricerca scientifica, dicevo, non aveva senso.

Nessuno scienziato, nessun ricercatore, nessun filosofo pensa che tutto quello che possiamo immaginare o trovare sia ciò che abbiamo già visto. Perché allora dovrebbe essere così nell’economia, nella politica, nella vita sociale, nei modelli di famiglia eccetera eccetera eccetera?

Perfino nella letteratura, nell’arte, nella “creatività” in generale non credete – come si sente dire spesso – che tutto sia già stato detto inventato scritto. Non è vero.

Io voglio immaginare ciò che non si è mai visto. Cose mai viste. Non voglio – scusate l’eresia – un mondo senza l’Aids, voglio un mondo che sappia inventare il vaccino che annulla l’Aids.

In ogni caso, anche se tutta questa storia non mi andasse bene, sarebbe così lo stesso. Non ci sarà mai un ritorno a un “prima dell’Aids”. Ci sono mille ipotesi possibili, ma non quella. E non ci sarà mai più un mondo “prima della crisi economica”. E non ci sarà neanche un mondo con le grandi manifestazioni popolari. O se ci saranno, le grandi manifestazioni popolari, non saranno qui, e non saranno come le abbiamo conosciute, e non rinasceranno alla vecchia maniera.

Io sono più contento così.

Non mi piacerebbe affatto una storia che funzionasse come un perenne Gioco dell’oca.

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Piergiorgio Paterlini

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