Donne in Italia, ancora una lotta senza pari. Conversando con Angiolina Arru

LUNA MOLTEDO
Angiolina Arru, storica della famiglia e dell’identità di genere, a lungo docente presso l’Università degli Studi di Napoli, ci spiega perché in Italia manchi ancora la parità uomo-donna partendo da un’analisi dei problemi culturali e legislativi.

“Sono convinta – dice Arru – che tutte le norme, in Italia, sulla parità di genere sono ancora arretrate e rendono le donne diseguali.

Ad esempio fino alla riforma dello stato di famiglia del 1975, vigevano ancora delle norme incostituzionali: c’era ancora il capo famiglia, il cognome della donna si perdeva se si era sposate. Fino al 1975 la dote non era ancora proibita. Il codice di Napoleone e poi il codice civile dell’Unità d’Italia del 1865 aveva reso non obbligatoria la dote. Quindi le donne vivevano a carico di questa dote paterna amministrata dal marito e non lavoravano.

Una cosa tremenda che differenziava i sessi: l’uomo era quello che produceva e la donna era, in un certo senso quella che consumava. Poi la dote fu proibita e considerata reato nel 1975”

Nel mondo del lavoro c’è la parità di genere oppure l’Italia è ancora arretrata?
Penso che sia arretrata: i salari, per lo stesso lavoro, molto spesso, sono diversi tra uomo e donna. Non c’è sempre la parità. Ed è grave. Rispetto al resto d’Europa siamo molto indietro.

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Disegno di Francesca Ascione

Non è stata ancora approvata la legge sul doppio cognome. Perché, qual è il nodo?
Non c’è uguaglianza neanche in questo. Per aggiungere il doppio cognome bisogna fare una procedura talmente lunga che fa passare la voglia. L’ultimo baluardo di potere è proprio il cognome paterno. A meno che una donna non sia ragazza madre e dunque, in quel caso, può dare il suo cognome.

La legge è un retaggio del diritto romano per cui il padre, pater familias, è il capo famiglia e la donna non contava nulla. È impressionante che ancora oggi non ci sia una legge sul doppio cognome. C’è una legge, in merito, che giace ancora in Senato. Sta nel cassetto.

C’è un problema culturale per cui non vengono affrontati questi nodi giuridici o manca proprio l’interesse? 
Secondo me le donne sono molto sminuite e non hanno ancora una personalità giuridica totalmente completa, uno statuto giuridico paritario. Finché non c’è uno statuto giuridico veramente paritario, a mio parere, le donne sono vulnerabili nel lavoro, socialmente, nell’immaginario maschile e così via.

Sono convinta che la parità normativa totale sia fondamentale altrimenti non si va avanti. È la base da cui partire e siamo in ritardo.

Il Tribunale dei diritti umani di Strasburgo, nel febbraio 2014, ha multato l’Italia perché non c’è la legge sul doppio cognome. Siamo multati in continuazione. La legge giace al Senato ma non va avanti perché il governo ha altro da fare. Pensare che una legge su temi così importanti venga dimenticata, dà la misura che siamo molto indietro.

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Disegno di Francesca Ascione

Sulla parità di genere, rispetto agli altri paesi europei, siamo indietro dal punto di vista legislativo?
Sì, siamo il fanalino di coda. Siamo stati perfino multati, come dicevo. L’articolo 21 del Trattato di Lisbona proibisce ogni discriminazione di sesso, di razza, di età etc  Dunque qualsiasi disparità tra i sessi, è multata. Tutti i paesi si sono adeguati dal punto di vista legislativo. Ad esempio, solo la Grecia ha ancora la differenza di salario.

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. In Italia una donna su tre ha subito violenza fisica o psicologica. Lei che messaggio vuole lanciare?
Sono convinta che ogni segno di disparità renda ancora più fragile il sesso femminile. E la disparità è un segno di grande inciviltà di un paese. Bisogna partire dalle norme perché quando ci sarà uguaglianza vera e giuridica allora la donna sarà meno vulnerabile. Io continuo a battermi per le norme. Parte tutto da lì.

*Disegni a cura di Francesca Ascione

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Luna Moltedo

@LunaMoltedo

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