Molenbeek, frontiera del dialogo

EDOARDO LUPPARI
Devo dire che la prima volta che misi piede a Molenbeek, in pieno mercato settimanale, mi sentii come consegnato alle fauci di un suk di Marrakech. Piuttosto spiazzante. Poco più in là, fresco di lettura di Houellebecq (Sottomissione), scambiai persino la cattedrale di Simonis per un’immensa moschea. Cosa non fa la suggestione.place-Mol.jpg

 

Più di qualcuno, al mio arrivo a Bruxelles, mi aveva caldamente sconsigliato di “attraversare il canale”. Salvo scoprire, ben presto, che la maggior parte di loro non ci era nemmeno mai stata.
Col tempo e un po’ di caparbietà affrontai le mie perplessità e i pregiudizi collettivi, che portano i nostri occhi a vedere cose che non esistono.

Oggi considero il fatto di vivere qui come una grande opportunità.

In questi giorni Molenbeek è tristemente alla ribalta dell’informazione: quello che per tutti è un caso di terrorismo internazionale, qui è anche una storia di quartiere.

Da sabato scorso nella piazza comunale le serate sono insolitamente illuminate dai riflettori delle videocamere. Il circo mediatico ha decretato il grande momento di Molenbeek: telecamere in spalla, tutti a raccontare la fucina del terrorismo internazionale …

Ammetto che, dopo aver appreso degli episodi di Parigi, ho evitato accuratamente di seguire i media.
E l’ho fatto deliberatamente: per poter riflettere più liberamente. In casi come questo – è stato scientificamente studiato – i media diventano ossessivi e monomaniaci, tendono a recitare il proprio mantra in una sorta di ipnosi collettiva.

A volte è ancor peggio, si veda il caso, dell’articolo del Messaggero del 15 novembre, firmato da Giulia Aubry. Me l’ha inviato un amico e l’ho letto con un occhio per non tradire il mio intendimento. Ma è solo un esempio tra i tanti.

Questo genere di informazione insinua in maniera subdola stereotipi solo per la causa del sensazionalismo.
L’immagine di un quartiere “sottoposto alla Sharia” non corrisponde alla realtà.

Ho ricevuto diverse chiamate, messaggi, da parte di amici di tutta Europa e dall’Italia. Evidentemente avevano letto i giornali.

Mi chiedevano se stessi bene … a Molenbeek. Se fossi sano e salvo.
Ho cercato di spiegar loro che la situazione è ben diversa e più complessa delle facili etichette affibbiate dai media.

In questi giorni, camminando per le strade del quartiere, ho osservato soprattutto una cosa, che difficilmente si misura ma si sente: gli occhi della gente. Ed ho letto una cosa, oltre alla paura: la sconfitta.

Questa gente è sconfitta due volte, perché sarà per sempre bollata come abitante del “ghetto terrorista”.

Da quando abito qui, quasi un anno, ho conosciuto decine di persone, di associazioni e di amici attivi nel quartiere. Costoro, tra cui molte donne, lottano per dare a Molenbeek un’immagine più aperta, più veritiera e multiculturale.

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Sono le persone come loro a ricevere lo schiaffo più grande. E sono marocchini, berberi ma anche francesi, belgi, rumeni, africani, italiani.
A proposito di italiani: pochi sanno che prima di essere il “ghetto marocchino”, Molenbeek fu il punto di arrivo di numerosissimi italiani.

Lo testimoniano tutt’oggi i nomi sui campanelli, basta farsi un giro per il quartiere.

Era la seconda onda migratoria, a partire dagli anni ‘70 e provenivano principalmente dalle miniere. Passare alle fabbriche di Molenbeek era un’occasione di riscatto. Molenbeek ha sempre avuto questa vocazione di quartiere di passaggio, a suo modo trampolino sociale.

Da italiano residente a Molenbeek, mi sento partecipe di questa storia, di appartenere a modo mio alla terza o quarta onda migratoria.

I miei figli frequentano uno degli asili del centro, un autentico esempio di mixité. Ma ho anche scoperto numerose realtà, a partire dal Vaartkapoen, nederlandofono, famoso per la sua sala concerti che ospita spesso artisti italiani di calibro, luogo di autentica integrazione e dialogo al di fuori di ogni retorica (con i suoi Café Quartier e numerose altre iniziative).

Poi c’è la Maison des Cultures, giustamente chiamata “Casa delle culture” e non della cultura.

O associazioni come TYN (Talented Youth Network) che operano con un forte radicamento nel quartiere con la missione di lavorare sulle potenzialità dei giovani, sviluppando le loro capacità ed il loro engagement di cittadini.

Ho frequentato i piacevoli aperitivi del Centre Maritime e di Radio Maritime, dove il quartiere si incontra e si racconta. E vi assicuro che la birra c’era.

Il panettiere sotto la mia prima residenza, a due passi da Place Saint-Jean Baptiste è curdo ma parla almeno sei lingue, senza contare gli scampoli di italiano. Gli ho chiesto dove le ha imparate. Mi ha risposto “qui, per vendere il pane ci vuole”.

Incontrando tutte queste realtà ho pensato sempre e solo una cosa: Molenbeek – e di Molenbeek ne esistono certamente altre in tutta Europa – è un laboratorio, una frontiera. Lungi da me il voler negare quello che è stato più o meno ampiamente dimostrato.

Non mi interessa fare apologia, ma voler etichettare realtà come queste è non solo condannarle alla segregazione, ma anche condannare se stessi al conflitto.

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Perché il conflitto c’è e lo si può cogliere. Nei mesi scorsi ho avuto l’occasione di lavorare, principalmente per strada, per un’inchiesta della Regione di Bruxelles.

Ho parlato con centinaia di persone ed ho capito che, a torto o a ragione che il conflitto sociale qui è pesante e si è aggravato con la crisi economica. Questo è certamente un humus non promettente, ancor peggio se lo si irriga di pregiudizi (da entrambe le parti) e di assenza di dialogo.

Ci sono numerosi fraintendimenti e, da italiano, ho provato a spiegare il mio punto di vista ovvero che lo stato belga è uno stato che chiede molto ma che dà anche molto.

Per chi si muove qui, le opportunità ci sono. Ho invitato coloro che si lamentavano a farsi un giro in Italia: lì sì che la disoccupazione giovanile supera il trenta per cento ma praticamente non esistono i sussidi statali, il CPAS, le formazioni remunerate (cioè ti pagano per formarti), l’indennità di disoccupazione è fortemente ridotta.

Vivere qua, in definitiva, è certamente una scelta, significa mettersi nell’ottica della sfida al confronto. Ma è rigorosamente vietato farlo in maniera naif.

Essendo un incontro alla frontiera, o la relazione è autentica, seppur dura, oppure sfocia nell’ipocrisia e nella retorica. Il confronto culturale non può avere posizioni a priori, è un lavoro quotidiano e mai scontato.

La tolleranza, me lo ripeto sempre ultimamente, non è semplicemente una questione di buonismo o di grande pazienza, ma è il solo modo di poter evitare il conflitto che è la sconfitta di tutti.

A Molenbeek l’Europa si confronta con il suo altro che, giusto o sbagliato lo dirà la storia, ha accolto, coltivato e lasciato esprimersi secondo la propria cultura. Questo poteva accadere solo in un paese così speciale come il Belgio.

Oggi, mercoledì sera (mercoledì 18 novembre – ndr), a quasi un anno di distanza dai fatti di Charlie Hebdo, centinaia di persone si riuniranno nella piazza comunale per affermare un’identità del quartiere differente da quella affibbiatagli dai media.

Allora si diceva con orgoglio Je suis 1080, oggi diverse realtà ed organizzazioni, tra cui il Vaartkapoen, propongono il motto “Molebeek donne de la lumière/geeft licht/ مولنبيك تشع نور / gives light”.
La vera lotta contro il terrorismo qui in Europa, ma non solo, si fa con la cultura. Se per ipotesi, con un movimento individuale, interiore e al tempo stesso collettivo, ogni singolo sapesse superare la paura, che in gran parte è paura dell’altro, ogni minaccia terroristica sarebbe fortemente indebolita.

 

LA COMUNE DEL BELGIO

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