Obama, the long good bye al Medio Oriente

GUIDO MOLTEDO
Sulla vasta regione centrale e cruciale nel cuore del Greater Middle East – il Grande Medio Oriente che va dai confini occidentali della Cina fino al Maghreb – oggi volano caccia, bombardieri e droni con le insegne di Francia, Regno Unito, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein, Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Iran, Turchia, Israele. E della Russia.

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Sono impegnati  in operazioni di “counterinsurgency”, che mirano a obiettivi definiti militari ma che regolarmente colpiscono popolazione civile e centri abitati. Gli aerei americani? Sono presenti, certo, con il loro carico di bombe e missili, senza contare che gli armamenti, anche quelli degli altri paesi, sono prevalentemente americani. E “americana” è la loro modalità d’intervento, tutta concentrata sulla guerra dal cielo, niente o pochi scarponi sul terreno, ma ampio ricorso ai cosiddetti proxy, i combattenti armati e addestrati alla stregua di milizie mercenarie.

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Niente scarponi sul terreno

Eppure, nel complesso, quella americana attuale è una presenza militare relativamente contenuta. Tanto che su Foreign Affairs (nel saggio “The End of Pax Americana”) Steven Simon e Jonathan Stevenson sostengono che “l’amministrazione Obama ha chiaramente fatto marcia indietro rispetto al recente interventismo statunitense in Medio Oriente, nonostante l’insorgenza dello Stato Islamico (noto anche come Isis) e la guerra aerea condotta dagli Usa contro di esso ”.

Il presidente democratico è criticato dalla destra, ma anche dai liberal interventisti, per “la sua supposta preferenza ideologica a favore di una riduzione dell’impegno americano a livello globale” e per la sua “riluttanza a impegnarsi in operazioni di combattimento di rilievo”. I suoi critici notano “l’avversione dell’amministrazione attuale a un ruolo attivo nella regione”, scrivono ancora i due analisti su FA.

Strano? Per Simon e Stevenson, in realtà, è stata la presenza militare attiva e diretta in Medio Oriente nei due decenni scorsi l’anomalia, sono state le guerre in Iraq, soprattutto, e in particolare quella dopo l’11 settembre, a “formare percezioni false, negli Usa e nella regione, di un ‘nuovo normale’ interventismo americano”. “L’indisponibilità [da parte dell’attuale amministrazione] a usare forze di terra in Iraq o in Siria non costituisce una ritirata quanto una correzione, il tentativo di ripristinare la stabilità che è durata per diversi decenni, grazie al contenimento della forza e non a politiche aggressive da parte americana”.

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Un T-6 di fabbricazione sovietica in dotazione agli egiziani nella guerra del Kippur, 1973

Il quadro di relativa stabilità mediorientale, come le situazioni in altre aree del mondo, era tale perché “garantito” dalla divisione del mondo in due blocchi, e il Medio Oriente era prevalentemente sotto l’ombrello statunitense. Protagonista dell’epoca, Henry Kissinger, sul Wall Street Journal, ricorda come, dopo la guerra arabo-israeliana del 1973, “l’Egitto abbandonò i suoi legami militari con l’Unione Sovietica e si unì al processo negoziale che portò ai trattati di pace tra Israele ed Egitto, e tra Israele e Giordania, che sono stato osservati per più di quattro decenni (perfino dalle parti impegnate nella guerra civile siriana), e al sostegno internazionale all’integrità e sovranità territoriale del Libano. (…) La presenza militare russa sparì dalla regione”.

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Henry Kissinger in un cartoon di David Levine

Kissinger pensa che sia possibile ripristinare una qualche forma di ordine nella regione, paragonabile a quello precedente alle guerre nel Golfo, ed è convinto che gli Usa possano svolgervi un ruolo di leadership. Sulla presenza russa è ambivalente, ma da uomo della guerra fredda considera il Cremlino un interlocutore e perfino un alleato tattico. In Siria, innanzitutto.

Ma quando si scende nella specificazione di un percorso per uscire dal ginepraio attuale, Kissinger divaga,  negando l’evidenza dell’overstretching militare americano ed eludendo peraltro alcuni aspetti consistenti nell’attuale quadro mediorientale, alcuni dei quali non rilevanti ai tempi nei quali la sua dottrina guidava la diplomazia statunitense ma oggi estremamente importanti. In particolare, ignora del tutto i curdi, sorvola su Israele e sul suo governo attuale, e quasi omette la Turchia. Kissinger sembra più che altro assillato dal dover dimostrare che la via scelta da Obama come strada maestra per ricostruire una politica complessiva in Medio Oriente sia sbagliata e pericolosa. L’architetto della pace con la Cina di Mao è infatti estremamente critico nei confronti del disgelo con l’Iran, anche perché, non ingiustamente, considera il negoziato con Teheran l’inizio di un percorso, avviato dall’amministrazione Obama, per ridisegnare la mappa mediorientale, non una nuova impossibile pax americana alla Kissinger, ma un nuovo sistema di rapporti di forza che garantisca un certo stabile equilibrio nella regione nel quale l’America conservi un ruolo notevole ma decisamente minore rispetto al passato.

Una regione diventata molto meno strategica per gli Usa, da quando l’America, da essere grande importatore di energia, sta andando oltre l’autosufficienza fino a diventare esportatore. E da quando l’enfasi strategica americana si è spostata su altri quadranti critici.

Scrivono ancora Simon e Stevenson: “Nella realtà dei fatti, la principale spinta alla marcia indietro americana non è quel che succede a Washington ma ciò che succede nella regione. Gli sviluppi politici ed economici in Medio Oriente hanno ridotto le opportunità di un efficace intervento americano fino al punto di farle svanire, tanto che i dirigenti politici a Washington l’hanno riconosciuto e agiscono di conseguenza. Ciò dato, la moderata marcia indietro degli Usa non dovrebbe subire ripensamenti ma piuttosto andare avanti, almeno in assenza di una significativa minaccia agli interessi americani”.

Il disgelo con l’Iran risponde a una realistica “lettura”, da parte degli strateghi obamiani, di questa nuova realtà mediorientale, nella quale spicca la forza di soggetti non statuali (nonstate movements, come dice Kissinger), l’Isis, innanzitutto, che sono l’esito e l’evidenza della disgregazione di stati costruiti a tavolino, dopo la fase coloniale, tra questi anche la stessa Arabia Saudita, che è stato nei decenni uno dei due perni, con Israele, della politica statunitense nella regione. Già “quattro stati nella regione, osserva ancora Kissinger, hanno cessato di funzionare come stati sovrani, Libia, Yemen, Siria e Iraq, e sono diventati bersaglio di nonstate movements che cercano d’imporre il loro dominio”.

Nell’attuale visione nella cerchia obamiana, solo Iran, Turchia ed Egitto possono essere considerate nazioni strutturate, dove è presente lo stato, sebbene anch’esse siano attraversate da conflittualità non irrilevanti legate alla presenza di cospicue minoranze etniche e religiose, di cui in passato non si aveva cognizione ma che oggi si fanno sentire. Curdi, copti, alawi, tanto per citarne alcune, un tempo non lontano erano sotto traccia o addirittura sconosciuti.

Inoltre, queste stesse nazioni, anche se basandosi su calcoli diversi, sono egualmente interessate, quanto e più degli Usa, a contrastare fenomeni come l’Isis e al Qaeda, e relative filiazioni. E lo è massimamente anche la Russia. L’ingresso massiccio di Mosca nello scacchiere mediorientale è motivato, infatti, soprattutto dal timore che la caduta di Damasco apra la porta alla creazione di una base del terrorismo islamico che ha tra i suoi obiettivi principali la penetrazione nelle regioni russe con popolazioni musulmane.

“La principale preoccupazione della Russia – osserva Kissinger – è che il collasso del regime di Assad possa riprodurre il caos della Libia, condurre l’Isis al potere a Damasco, e trasformare tutta la Siria in un santuario per le operazioni terroristiche, in grado di raggiungere le regioni islamiche all’interno della Russia meridionale, nel Caucaso e altrove. In superficie, l’intervento russo serve alla politica dell’Iran a sostegno della componente sciita in Siria. Se si guarda più a fondo, gli scopi della Russia non richiedono un’indefinita continuazione del potere di Assad. È una classica manovra di riequilibrio del potere per distrarre la minaccia terroristica sunnita dalla regione russa di confine. È una sfida geopolitica, non ideologica, e a questo livello dovrebbe essere affrontata”.

Infatti, sembra proprio questa la linea di condotta seguita da tempo dal segretario di stato John Kerry nella sua mai interrotta relazione, anche nei momenti più tesi tra Washington e Mosca, con il suo omologo russo Sergei Lavrov, culminata nell’incontro tra Barack Obama e Vladimir Putin.

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Sergei Lavrov e John Kerry

Questa inedita convergenza Mosca-Washington è al tempo stesso considerata inevitabile ma non auspicabile da Kissinger, perché implica, come sta accadendo, il rientro della Russia nello scacchiere mediorientale, mentre, contemporaneamente, avviene un progressivo ritiro americano dalla regione, che sembra proporsi addirittura come un ritiro strategico.

Nella visione democratica, anche in quella di Hillary Clinton, come dimostrò negli anni alla guida del dipartimento di stato, il disinvestimento americano dal Medio Oriente va di pari passo con un impegno sempre maggiore in Estremo Oriente, in America Latina e in Africa. Per motivi e calcoli geopolitici e perché le materie prime oggi strategiche non sono in Medio Oriente.

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I presidenti Putin e Rohani assistono alla firma di sette accordi di cooperazione tra Iran e Russia il 24 novembre 2015

Che la Russia assuma più peso e più presenza in Medio Oriente è forse meno insidioso, dal punto di vista di Washington, del crescente ruolo della Cina, non solo in Asia, ma in Africa e nella stessa America Latina. In fondo, Mosca, difendendo Assad e provvedendo così a difendere se stessa, consente a Washington di procedere al ridimensionamento della sua presenza nell’area e a tentare di ridefinire e a ridisegnare una nuova dottrina globale nella quale il Medio Oriente perde la parte di protagonista primario finora giocata.

In questo passaggio pesano aspetti “ideologici” e interessi che possono ovviamente compromettere e perfino bloccare un tragitto che, sulla carta, ha una sua logica e perfino una sua necessità, che vanno anche al di là della dottrina Obama e interessano quasi oggettivamente lo stesso “sistema America” nelle sue proiezioni e ambizioni planetarie.

La Russia è il primo ostacolo, almeno fino a che le due superpotenze non riusciranno a ritrovare un equilibrio strategico paragonabile a quello dell’epoca della guerra fredda. Finora, si è proceduto su un doppio livello, quello della confrontation (Ucraina, diritti umani, armamenti) e quello della collaborazione (nei negoziati iraniani). Nel frattempo, il Cremlino, con Putin, è tornato a essere il grande nemico nel dibattito politico americano, nel quale ancora ci si misura, sul tema dei rapporti con Mosca, come si fosse ancora ai tempi della guerra fredda.

Israele, ovviamente, resta al centro della politica statunitense. Ogni idea di riduzione della presenza americana nella regione deve misurarsi con questa priorità ineludibile. La sola percezione di un disimpegno americano proprio mentre la situazione israelo-palestinese si fa nuovamente incendiaria sconsiglia scelte strategiche che possano apparire indifferenti se non ostili nei confronti d’Israele.

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Un tweet del presidente iraniano Hassan Rohani nel corso dei colloqui sull’Iran Deal. Twitter, che è meno popolare tra i giovani iraniani di FB, Viber o Instagram, è il social più usato dalla leadership di Teheran

L’Iran, nella visione di Obama, non esce semplicemente dall’emarginazione di “stato canaglia” ma assume un ruolo in sintonia con la sua posizione a cavallo tra Medio ed Estremo Oriente e, come si è detto, rispondente alla sua condizione di nazione strutturata e in grado di esercitare una parte conseguente nella regione. Ma resta ancora forte, anche qui per ragioni di percezione che però conservano un grande peso, l’immagine di un paese con un regime teocratico e intollerante, ostile all’America e nemico irriducibile d’Israele, nonché di paese leader degli sciiti, in antagonismo con il mondo sunnita.

Per Obama è già un grande successo che sia riuscito a siglare l’accordo sul nucleare con Teheran. Andare oltre è impresa difficile. Per chi gli succederà, fosse anche Hillary Clinton, che sostiene l’accordo, sarà arduo evitare che il Congresso, a maggioranza repubblicana, torni alla carica per  cancellare l’intesa. In caso di vittoria repubblicana, alle prossime presidenziali, il dossier iraniano tornerà in primo piano, a meno che a vincere non sia un repubblicano “realista” in linea con il pensiero di Kissinger. Che critica l’Iran deal, ma non fino al punto da volerne la cancellazione.

Questi sono, in breve, gli ostacoli principali lungo un percorso di exit dal Medio Oriente da parte americana, un itinerario lungo, che richiede anni, destinato a essere costellato, come si è visto anche recentemente in Afghanistan, da arresti e ritorni indietro, rispetto agli annunci di disimpegno, e da ripensamenti, senza contare l’ovvia constatazione che, diversamente dall’epoca bipolare, oggi la superpotenza americana agisce in un mondo non solo multipolare ma in continuo movimento e trasformazione, con numerosi protagonisti in campo, alcuni dei quali, apparentemente, sorti dal nulla, come nel caso dell’Isis.

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Ma c’è anche la sua legacy, la sua eredità di presidente con due mandati, con la quale fare i conti. Barack Obama inizia la sua presidenza all’insegna di un rapporto diverso con il mondo arabo e con quello islamico, con parole di rottura, ma anche con gesti simbolici e comportamenti di rottura rispetto ai suoi predecessori. Ma l’approdo ora è assai diverso dalle premesse iniziali. L’esito delle sue scelte hanno prodotto più nemici che amici, più critiche che elogi, nel suo stesso campo politico e in quello avverso, a sinistra e a destra, in patria e all’estero, tra governi alleati e governi ostili. Mai un presidente americano ha avuto relazioni così tese con due alleati chiave dell’America come Israele e Arabia Saudita. E il sostegno alle “primavere arabe”, basato in realtà sul non intervento militare, diversamente da quanto avrebbero fatto i suoi predecessori, ha finito per farlo figurare come un leader ingenuo, incerto, riluttante e inesperto, che abbandona storici amici al guinzaglio dell’America, diventati logori pupazzi, in nome del sostegno a principi democratici “occidentali”, a bandiere sventolate da giovani, secondo la vulgata prevalente, invaghiti dell’Occidente e di internet, nuove generazioni di popoli che avrebbero fatto meglio a tenersi cari i loro dittatori invece di finire ostaggio di tagliagole o di integralisti o di generali golpisti.

Con lo stesso metro, da parti opposte, Barack Obama è oggi visto come il principale artefice della catena di focolai che incendiano il Medio Oriente.

Al di là delle critiche, più o meno fondate, resta il fatto che l’aspirazione di Obama a chiudere due guerre, avviate dai suoi predecessori, in Iraq e in Afghanistan, si sta sempre rivelando poco più, appunto, che un’aspirazione. E saranno un lascito per chi verrà dopo di lui.

Chi segue regolarmente le prese di posizione e i discorsi di Barack Obama, ha notato che solo in sporadiche occasioni e senza mai infierire, egli ha addebitato a chi l’ha preceduto il caos mediorientale. Si è comportato così perché questo è il suo stile politico, ma anche perché è il primo a sapere che sarebbe inutile difendersi dicendo di aver avuto in eredità una politica internazionale disastrosa e disastrata.

Un presidente, fatto raro in politica, che ha seguito in buona misura la linea indicata nelle due campagne elettorali che hanno portato alla sua elezione e rielezione, una linea basata su due principi: stendere la mano al nemico (l’Iran) e ritorno alla politica e alla diplomazia nelle relazioni internazionali, anche nei conflitti, con la guerra come ultima, estrema risorsa.

Così, nella storia che sarà scritta sulla nostra epoca presente, a pagare politicamente le conseguenze di due guerre sbagliate non ci sarà solo la dinastia Bush, con due presidenti e con la minaccia che ce ne sia un terzo, ma anche colui che è diventato presidente degli Stati Uniti per aver preso ferme posizioni di condanna dell’intervento nel Golfo, in netto contrasto con il grosso dei dirigenti democratici, allora in piena sintonia con Bush.

L’articolo è pubblicato su Critica Marxista, che ringraziamo

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@GuidoMoltedo

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