Una grande partita geopolitica nel piccolo Nepal

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CLAUDIO MADRICARDO
Il Madhesh nel sud del Nepal è la regione dove maggiormente si concentra la popolazione originaria dell’India, in buona parte emigrata dallo stato del Bihar. Una popolazione che ancora oggi conserva legami con le famiglie di provenienza giusto al di là del confine.

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Da più di due mesi, a seguito dell’approvazione della nuova costituzione nepalese, il Madhesh è percorso da violente manifestazioni che hanno causato pure alcuni morti. Una situazione d’incertezza politica che può costituire un ottimo terreno per ingerenze da parte dei colossi vicini, in primo luogo dell’India. Ma anche della Cina.

Ma quali sono gli obiettivi del governo indiano?

In primo luogo ottenere la trasformazione del sistema elettorale uscito dalla nuova costituzione nepalese, dando dimostrazione di voler garantire l’eleggibilità di coloro che hanno la nazionalità indiana in Nepal.

In secondo luogo, riaffermare la propria tradizionale influenza sul piccolo paese.  Conseguenza immediata per il Nepal è stata che l’India ha bloccato le forniture di carburante, del materiale di soccorso per i terremotati, e di ogni bene che normalmente passava per il confine tra i due paesi che è sempre stato aperto, con centinaia di camion fermi nella zona di Raxaul-Birgunj.

Il pretesto con cui l’India ha in pratica chiuso la frontiera è che i rifornimenti sono stati bloccati a causa delle tensioni interne che agitano il Terai che avrebbero reso insicuri i passaggi dei camion.

Un vero e proprio avvertimento con cui l’India di Narendra Modi ha tentato di riaffermare il suo tradizionale ruolo di guida politica.

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Narendra Modi

Ha costretto il governo nepalese a destinare le scarse risorse di carburante in primo luogo ai mezzi dell’esercito, della polizia e ai trasporti pubblici, favorendo con ciò il fiorire del mercato nero nella capitale e nel resto del paese.

Una situazione che ha aggravato le condizioni delle migliaia di persone rimaste senza casa dopo i terremoti dello scorso aprile che hanno causato circa diecimila morti.  E sono ancora in buona parte costrette a vivere e a cucinare all’aperto.

Le stagionali presenze dei trekkers stranieri che costituiscono una fonte di introiti non indifferenti per le povere popolazioni delle montagne sono dimezzate.

Una situazione pesante e solo parzialmente attenuata dall’invio di rifornimenti via area da parte di organizzazioni non governative operanti in Thailandia e Bangladesh, e con la speranza che l’apertura di altri otto varchi di confine col Tibet, oltre a quello già in funzione, possa in qualche misura lenire la penuria di carburanti, medicinali e cibo, che passerebbero attraverso i distretti di Manang e Langtang, a nord del Nepal.

Anche se Pechino, a giudizio degli osservatori nepalesi, ha agito con cautela ed è stata ben attenta a non peggiorare le sue già difficili relazioni con il colosso indiano.

E, fino ad ora, nonostante un accordo che prevede il rifornimento del paese, è stato fatto in un modo giudicato del tutto insufficiente dai nepalesi.

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È pur vero che la nuova costituzione nepalese ha indubbiamente sfavorito la rappresentanza della popolazione del Mahdesh e i manifestanti accusano in genere la ricca Kathmandu di sottovalutare i problemi della regione.

Com’è altrettanto vero che inizialmente da parte del governo centrale si è fatto orecchie da mercante, limitandosi a fronteggiare e reprimere la piazza.

Solo di recente pare essersi determinato un cambio di linea da parte del primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli che si è detto disposto a trattare. Cosa ancora non del tutto sufficiente a risolvere le tensioni, dato che uno dei postulati della nuova carta costituzionale è che il Nepal cessa di essere una nazione hindu, diventando un paese laico.

Ed è infatti questo il secondo fattore che al suo vicino meridionale e al suo primo ministro Narendra Modi, che ha basato le sue fortune sul nazionalismo hindu, di certo non può piacere.

Come, del resto, non risulta gradita la diminuzione dei seggi spettanti alla popolazione nella regione oggetto di turbolenze politiche.

E quindi, poi, il blocco “non ufficiale” del confine nepalese, deciso dall’India, che ha permesso al governo di Delhi di esibire i muscoli, al piccolo ex regno himalayano, nell’intento di ristabilire l’influenza già esercitata in passato che gli sta sfuggendo. E di tutelare la rappresentanza di origine indiana.

Tuttavia e a conti fatti, si può certo dire che la scelta politica del governo Modi ha avuto l’effetto di ottenere l’opposto di quanto volesse perseguire, finendo per alimentare sentimenti anti indiani in tutto il paese tranne, ovviamente, che nel Mahdesh.

Tanto è vero che solo prima del blocco, due dei maggiori partiti politici nepalesi (quello del Congresso e il Partito Comunista marxista-leninista) erano visti come molto vicini agli interessi indiani. Mentre attualmente, per effetto della crisi in corso, se ne sono allontanati.

Se si considera che nell’attuale parlamento nepalese i due succitati schieramenti hanno assieme 371 seggi su un totale di 601 parlamentari,  che il Partito Comunista maoista ha 80 deputati e non è per nulla filo indiano, che perfino il Rashtriya Prajatantra Party, partito induista di destra con ventiquattro deputati, che ha lottato per mantenere il carattere confessionale dello stato nepalese, ora ha criticato l’India per il blocco,  il risultato della politica di New Delhi potrebbe essere definita un vero e proprio disastro.

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Panorama dall’alto di Kathmandu

Un problema molto serio per la più grande democrazia del mondo.

Democrazia che vede diminuire sensibilmente l’enorme influenza di cui ha sempre goduto in Nepal, e non solo per il predominio economico esercitato sui vicini himalayani, ma soprattutto per l’esistenza di circoli nepalesi storicamente filo indiani.

Dato che fino a prima di varare la nuova costituzione, il Nepal non ha mai assunto una decisione politica di peso senza il placet del gigante indiano.

E che quando in passato, si trattasse del re Gyanendra o del maoista Prachanda, si è cercato di controbilanciare l’influenza indiana ricorrendo ai cinesi, chi stava al comando ha finito per perdere il potere.

Com’è successo all’ex re e pure all’ex guerrigliero maoista, assurto al massimo potere e costretto a dimettersi nel maggio del 2009.

Al momento la situazione politica in Nepal è cambiata e, grazie alla costituzione, tra la gente del popolo e i leader politici si è approfondito il senso della sovranità.

Mentre a protestare e a chiedere un cambio della legge, su cui per altro il governo di Kathmandu pare sinceramente intenzionato a discutere, sono rimasti solo i leader Mahdesi, di origine indiana.

Il cui scopo immediato pare essere sì quello di ottenere un maggior peso in termini di seggi, come probabilmente gli spetta. Ma che sul medio periodo potrebbe evolversi verso una secessione della intera regione del Terai dal Nepal e alla più ricca India.

Ipotesi sui cui molti oggi dalla “ricca” Kathmandu sono pronti a scommettere.

claudio madricardo

@claudiomadricar

 

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