Pechino, la lotta al terrorismo e il destino degli uighuri

Xinjiang_Map_1230.jpgBENIAMINO NATALE
Venerdì 20 novembre, a una settimana esatta dall’attacco dello Stato Islamico a Parigi, i media di stato cinesi hanno pubblicato con risalto la notizia che 28 “terroristi” – le virgolette, come vedremo, sono necessarie – erano stati “annientati” dalle forze di sicurezza nella prefettura di Aksu, nella Regione Autonoma Uighura del Xinjiang, dopo “una caccia durata 56 giorni”. 

Pochi giorni prima, nel corso della riunione dei paesi del G20 che si è tenuta ad Antalya, in Turchia, il ministro degli esteri cinese Wang Yi aveva affermato che la comunità internazionale deve “abbandonare i due pesi e le due misure” e “riconoscere” che la Cina è “impegnata” a combattere il terrorismo nel Xinjiang, la regione che i nazionalisti locali chiamano Turkestan Orientale.

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Tre delle persone uccise nell’operazione di Aksu erano considerate responsabili del sanguinoso attacco alla miniera di carbone di Sogan del 18 settembre, nel quale erano state assassinate 16 o 18 persone secondo i media cinesi e “almeno cinquanta” secondo Radio Free Asia, l’emittente americana che era stata la prima a dare notizia del massacro.

In precedenza i media cinesi avevano taciuto sia la notizia dell’attacco che quella della risposta delle forze di sicurezza. Secondo le ricostruzioni, che si devono più ai media internazionali che a quelli cinesi, persone armate di coltello hanno prima aggredito i guardiani della miniera, poi gli operai che riposavano nel loro dormitorio e infine la residenza del proprietario della miniera stessa. I “dirigenti” dell’ attacco alla miniera sono stati individuati in Musa Toxtiniyaz. Metet Eysa e Tursun Jume – evidentemente uighuri, mentre le vittime erano in maggioranza cinesi.

I tre  sono stati scovati in una grotta sulle montagne del Xinjiang, dove si erano rifugiati con altre persone che, secondo quelle che RFA definisce “fonti locali”, erano in gran parte loro parenti: mogli, figli, nuore, alcuni bambini.  Tutti coloro che erano nascosti con i tre terroristi sono stati uccisi – da una bomba lanciata nella grotta secondo alcuni media, a colpi di lanciafiamme secondo altri. “Dopo il raid – ha dichiarato a RFA un commerciante che non ha voluto rivelare il suo nome – avevo sentito che il totale delle vittime era di diciassette persone, che appartenevano a tre famiglie”. “Più tardi ho saputo da alcuni clienti che vivono a Bulung e Karabakh (due cittadine non lontane dalla miniera) che tra i sospetti c’ erano altre due famiglie originarie di questi posti, e anche queste famiglie erano state cercate nel corso della caccia all’ uomo…”.

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Sono anni, almeno dal 2009, quando in sanguinosi scontri interetnici quasi duecento persone persero la vita a Urumqi, la capitale della Regione Autonoma, che le notizie provenienti dal Xinjiang sono frammentarie, spesso contraddittorie, a volte chiaramente falsate dalla propaganda governativa.

Di fatto la regione è chiusa agli osservatori imparziali. Se la visitano,i giornalisti stranieri vengono intimiditi, seguiti costantemente da agenti di polizia e messi nell’impossibilità di raccogliere opinioni e testimonianze.

Il Xinjiang è una regione enorme, ricca di materie prime e strategicamente situata ai confini con Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan, Afghanistan, Pakistan, India e Mongolia, che occupa l’ angolo nordoccidentale della Cina. Oggi è abitata da circa nove milioni di uighuri – i residenti originari della regione, che sono turcofoni e di religione islamica – e da una decina di milioni di immigrati da altre aree della Cina, di etnia han. Oltre a questi vivono nella regione circa un milione di esponenti di altre minoranze, come i tajiki, i kirghizi, gli hui (musulmani cinesi) e i mongoli. Nonostante la sua appartenenza alla Cina sia contestata dai nazionalisti uighuri, Pechino la considera parte integrante del suo territorio e ha reagito con durezza all’ emergere delle tendenze nazionaliste. Nel Xinjiang migliaia di persone sono state – e vengono tuttora – arrestate e processate in silenzio, e invariabilmente condannate nel silenzio garantito dal totale controllo dello Stato sui media.

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Non è noto, perché considerato un segreto di Stato, quante condanne a morte siano state eseguite nella Regione Autonoma ma secondo le organizzazioni umanitarie sono state almeno quaranta nel 2014, un anno nel quale nel resto della Cina il numero delle esecuzioni è sceso drasticamente. I casi di repressione più eclatanti sono quelli che riguardano gli ergastoli inflitti a Ilam Tohti, professore all’Università delle Minoranze di Pechino e nazionalista moderato e allo studente dicottenne Eli Mamut. Tohti è stato condannato sulla base di articoli comparsi sul suo blog e di alcune affermazioni che aveva fatto nel corso delle sue lezioni. Mamut per aver guardato sul suo telefono cellulare, insieme ad altri ragazzi, dei video che esaltavano il nazionalismo uighuro, circostanza che gli ha valso definizione di “leader di un gruppo terroristico”.

Pechino sostiene di essere una vittima del terrorismo condotto dal Turkestan Islamic Party (TIP), un gruppo legato all’ internazionale islamica del terrore. Nella sua precedente incarnazione, l’ East Turkestan Islamic Movement (ETIM), il gruppo estremista uighuro prese parte attiva nella “jihad” contro gli invasori sovietici dell’Afghanistan. Negli anni ottanta, in base ad un accordo tra gli USA e l’ allora leader cinese Deng Xiaoping. migliaia di giovani uighuri raggiunsero i mujaheddin che si battevano contro l’orso russo, non solo tollerati ma anche armati dalla Cina. In seguito, parte dei militanti uighuri decisero di rimanere in Afghanistan, stringendo rapporti di collaborazione con i successori dei mujaheddin, i Taliban alleati del regista del 9/11, il saudita Osama bin Laden. Gli estremisti dell’ ETIM erano associati agli altri movimenti radicali dell’Asia centrale, in primo luogo all’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) guidato dal carismatico militante conosciuto come Juma Namangani.

Quando nell’ autunno del 2001 gli avversari dei Taliban affiancati dalle forze speciali americane lanciarono il loro attacco ai complici afghani dello “sheik Osama”, i militanti dell’ETIM, dell’IMU e di altri gruppi centroasiatici furono in prima linea nella difesa della città di Kunduz, e furono spazzati via al termine di feroci combattimenti. Ventidue militanti del gruppo vennero arrestati in Afghanistan e inviati nel campo di prigionia di Guantanamo Bay. In seguito furono rilasciati e inviati nei paesi che avevano accettato di ospitarli – Albania, Svezia, Slovacchia e pochi altri – dato che secondo la magistratura americana la Cina non dava garanzie sufficienti di sottoporli a processi “giusti”. Testimoniando nel 2009 davanti al senato degli USA, lo studioso americano Sean Roberts affermo’ che era  “perfettamente ragionevole” ritenere che l’ ETIM avesse cessato di esistere.

Negli ultimi anni la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan ha assunto il ruolo di paladina degli uighuri e alla sua ombra potrebbe rinascere  – o potrebbe essere già rinato – un estremismo uighuro organizzato. Secondo la polizia thailandese sono stati infatti degli esuli uighuri aiutati da estremisti turchi dei Lupi Grigi – l’organizzazione alla quale apparteneva Mehmet Ali Agca, lo squilibrato attentatore di papa Wojtyla – a piazzare il 17 agosto scorso una potente bomba nel santuario di Erawan a Bangkok.

Il santuario è molto frequentato dai turisti cinesi e la bomba, che ha causato la morte di 20 persone, sarebbe stata una rappresaglia per il rimpatrio forzato in Cina di alcune decine di uighuri che erano fuggiti clandestinamente in Thailandia. Negli ultimi anni migliaia di uighuri hanno scelto di lasciare la Cina. Lo fanno clandestinamente perché per loro, come per i tibetani, e’ estremamente difficile avere un passaporto.

Molti di coloro che riescono a fuggire raggiungono la Turchia ma nutriti gruppi di esuli uighuri esistono anche negli USA e in Europa, in particolare in Germania. Pechino sostiene che molti di loro hanno raggiunto, o vorrebbero raggiungere, le aree di Siria e Iraq controllate dallo Stato Islamico ma non ha finora sostenuto con prove convincenti di quest’ affermazione.

Erdoğan è già al centro dei giochi nel Medio Oriente e in particolare nella guerra civile che sta dilaniando la Siria, e secondo i suoi critici si sta proponendo come leader dello schieramento estremista dell’Islam sunnita in concorrenza con la famiglia reale saudita. La Turchia è anche un membro della NATO e  questo complica la partecipazione piena della Cina all’alleanza internazionale che si sta formando per combattere lo Stato Islamico, una partecipazione auspicata da più parti e vista con favore anche da Pechino purché in funzione anti-uighura.

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I principali gruppi etnici cinesi

 

IL FUORILEGGE DELLA PALUDE il blog di Beniamino Natale

bennyY

@beniaminonatale

“Frequento l’ Asia dal 1978, quando feci il primo viaggio in India e decisi che ci avrei passato una parte della mia vita. Il mio primo viaggio in Cina risale al 1985 e fu un secondo colpo di fulmine…Dal 1992 al 2002 sono stato corrispondente dell’ ANSA da New Delhi, coprendo tutto il subcontinente e nel 2003 mi sono trasferito a Pechino, dove vivo tuttora. Ho scritto due libri, L’ UOMO CHE PARLAVA COI CORVI e APOCALISSE PAKISTAN (con Francesca Marino) pubblicati da MEMORI (www.memori.it)”

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