Quel “fascista” di Donald Trump

GUIDO MOLTEDO
All’inizio era considerato un intrattenitore, un clown, alcuni si divertivano, molti altri per niente; poi, sempre più, per il Partito repubblicano, è diventato un problema. Un problema tale da mettere a rischio la reputazione del Grand Old Party, anche se alla fine, come ancora molti scommettono, non sarà lui, Donald Trump, il candidato presidenziale che dovrà sfidare Hillary Clinton.

Finché si è trattato di battutacce misogine, e tante ne ha dispensate, si è pensato che col tempo avrebbe cambiato registro, avrebbe almeno attenuato la sua boria maschilista. L’accostamento a Berlusconi era inevitabile.
Dopo il berlusconismo, il trumpismo, titolava l’Economist. Finché se la prendeva con i latinos, si è detto: affari suoi, tanto se continua ad attaccarli così, la nomination se la sogna, è un traguardo impossibile da raggiungere senza il voto di quel blocco elettorale, decisivo in numerosi stati chiave.

Ma poi si è visto che Trump non aveva alcuna intenzione di cambiare direzione, ma al contrario non faceva che ulteriormente alzare i toni e la propaganda. Tanto che nel suo campo stesso hanno cominciato a lanciargli l’epiteto di fascista. Che non è roba da poco per uno che si candida a guidare gli Stati Uniti.

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Poi, con gli attentati di Parigi, il magnate del mattone ha rotto ogni argine, non del politically correct, ma delle basi stesse della convivenza democratica in un paese geneticamente multietnico e multireligioso come gli Stati Uniti.
Ed è iniziata un’escalation di attacchi contro la popolazione musulmana statunitense. Prima ha sostenuto che l’11 settembre 2001 la larga comunità islamica che vive in New Jersey, nella zona di fronte a New York, inneggiava agli attentati. Di qui, poi, l’idea di un registro per tutti gli americani di fede islamica.
Ce n’era già abbastanza per far dire a Max Boot, in un tweet, che “Trump è un fascista, e non è un termine che uso spesso e volentieri. Ma lui se lo è guadagnato”.

Boot non è un radical astioso, ma, fa sapere un servizio della Cnn, dedicato a “Trump fascista”, è un analista conservatore presso il Council on Foreign Relations ed è un consigliere di Marco Rubio, repubblicano legato alla destra del tea party e anch’egli aspirante presidente.

Un altro falco – resoconta ancora la Cnn – lancia contro Trump la parola che inizia con la effe. È il noto conduttore radiofonico Steve Deace, grande sostenitore di Ted Cruz, anch’egli in corsa per la Casa bianca su posizioni ultraconservatrici: “Se Obama avesse proposto come Trump un registro basato sull’appartenenza religiosa ogni conservatore del nostro paese l’avrebbe chiamato per quello che è – fascismo strisciante”.

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Altri esponenti di spicco del Partito repubblicano, come Jeb Bush e il governatore della Virginia Jim Gilmore, hanno accusato di fascismo proposte che ricordano ovviamente la schedatura degli ebrei durante il fascismo e il nazismo e la detenzione nei campi speciali degli americani di orgine asiatica, giapponese in particolare, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Recentemente un giornalista ha chiesto a Trump se una banca dati nazionale dei musulmani sarebbe cosa diversa dalla persecuzione subita dagli ebrei nella Germania nazista, e lui ha risposto: “Me lo dica lei”. Per l’establishment repubblicano e per i concorrenti di Donald Trump, tuttora in testa ai sondaggi tra gli aspiranti del Grand Old Party, nel crogiolo esplosivo di populismo senza inibizioni, fino a sconfinare col fascismo, di personalità forte e comunicativa, di slogan all’insegna dell’antipolitica c’è una miscela che può fare esplodere un partito ormai da un paio di decenni lacerato tra un’ala legata al Partito-establishment – i Bush – e un’ala estremista, a cui ripugna oggi forma di mediazione politica. Senza contare altri frammenti, come la componente libertaria, rappresentata da Rand Paul.

Ma finora, in qualche modo, queste anime del GOP sono riuscite a trovare un collante, seppure poco consistente, che le tenesse insieme.

Adesso Trump, con i suoi richiami di violento populismo all’America bianca e protestante più retrograda che si sente minacciata da una chimica demografica che sta obiettivamente trasformando la fisionomia del paese e mettendo fine all’egemonia wasp, rischia di far saltare il fragile equilibrio repubblicano. E in ogni caso, anche se fosse fatto fuori dal Gop, Trump ha fatto chiaramenbte capire che correrebbe per la presidenza come indipendente, quanto basta per far fallire qualsiasi speranza repubblicana di conquistare la Casa Bianca.

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A rendere ancora più corposa e fondata l’accusa di fascismo è anche il suo esplicito disprezzo nei confronti degli africani americani e dei loro diritti. In un comizio a Birmingham, in Alabama, città simbolo della lotta dei diritti civili, un manifestante nero è stato fisicamente aggredito da un gruppo di sostenitori di Trump. Un video messo in onda dalla Cnn mostra come l’uomo sia sbattuto a terra, preso a pugni e a un certo punto anche a calci. Il giorno dopo, Trump ha sibilato: “Avrebbe dovuto essere malmenato.”

Interpellato dalla Cnn, lo storico del nazismo Steve Ross ha osservato che “abbiamo avuto la stessa cosa che accade in Germania nel 1920 con la gente che veniva malmenata dalle camicie brune perché erano ebrei, marxisti, radicali, dissidenti e degli zingari”.

La carrellata di affermazioni da brivido è lunga ma non cessa di stupire, come l’elogio della tortura, il waterboarding, in particolare, per i sospetti di terrorismo. Non serve, gli è stato spiegato, oltre a essere immorale e disumano. E lui: «Il waterboarding? Potete scommetterci, lo approverei di nuovo in un attimo. Approverei qualcosa di più duro del waterboarding. Funziona. E se non funziona, lo meritano comunque per quello che ci fanno».

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@GuidoMoltedo

 

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