Rosa Parks, un rifiuto che cambiò la storia

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“Mi piacerebbe essere ricordata come una persona che voleva essere libera… affinché anche altre persone potessero essere libere”

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MARIO GAZZERI
Erano passati dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale durante la quale i soldati americani di colore avevano pagato un altissimo tributo di sangue per quegli ideali di uguaglianza e libertà che da sempre erano loro negati in patria in tempo di pace. E fu il primo di dicembre del 1955, esattamente sessant’anni or sono, che ebbe inizio la ribellione e il lungo cammino di liberazione dei neri degli Stati uniti.

E questo avvenne non in seguito a un evento di impatto sociale traumatico, come avrebbe potuto essere l’omicidio di un nero da parte di un agente di polizia o il linciaggio di un uomo di colore per una violenza (anche soltanto presunta) su una donna bianca, eventi frequenti che ritmavano col sangue le stagioni dell’odio degli stati del sud negli anni ’50, dall’Alabama al Mississippi all’Arkansas.

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Tutto cominciò con un garbato ma fermo rifiuto di una sarta di colore che tornando a casa su un autobus a Montgomery, Alabama, stanca per le tante ore di lavoro sottopagato, non volle cedere il posto ad un bianco. Rosa Parks, quarantadue anni, venne arrestata subito dopo il “suo atto sacrilego”, da due agenti ai quali si era rivolto l’autista, ligio alle norme comunali che prevedevano il regime di apartheid anche sui mezzi pubblici, oltre che nei ristoranti, nelle scuole, nei bagni comunali e praticamente in tutti i posti pubblici. Rosa, che nell’autobus affollato non aveva trovato un posto libero nelle due file in fondo al mezzo riservate ai neri, vinta dalla stanchezza, decise di occupare un posto riservato ai bianchi.

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L’interno dell’autobus su cui viaggiava Rosa Parks, attualmente nel museo Henry Ford, Dearborn (Detroit, Michigan)

portfolio_parks_busDi lì a poco, il “garbato rifiuto” divenne il “gran rifiuto”, la scintilla che doveva radicalmente cambiare, nel corso di decenni, la condizione dei neri giungendo, almeno sulla carta all’eliminazione di ogni discriminazione. Subito dopo l’arresto di Rosa Parks, scattò a Montgomery il boicottaggio dei bus da parte della popolazione di colore che durò oltre un anno provocando gravi perdite all’azienda comunale dei trasporti. Le autorità cittadine furono allora costrette ad abolire la segregazione razziale sui mezzi pubblici. Fu il primo grande successo dei neri dopo la sentenza della Corte costituzionale che il 17 maggio dell’anno precedente aveva dichiarato “incostituzionale” la segregazione razziale nelle scuole.

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Una sentenza rimasta largamente disattesa in molti stati del sud e che, nel 1957 a Little Rocks, Arkansas, si ripeté sotto altra forma quando il Governatore mobilitò la Guardia Nazionale per impedire a nove studenti neri di frequentare la locale università. Fu allora che il presidente repubblicano Dwight Eisenhower, con una decisione senza precedenti, trasformò la Guardia Nazionale in un organo federale, di conseguenza costretto a scortare i ragazzi fin dentro le aule dell’Ateneo. Le foto dell’epoca documentano l’episodio mostrando i ragazzi (giovani, carini, i libri sotto il braccio e il loro vestito migliore) mentre entrano nell’edificio scortati dagli agenti ma tra due ali di folla irridente e ostile. Ragazzoni bianchi, giovani ma già obesi, ostentano il loro disprezzo con boccacce e insulti. Erano i pronipoti dei confederati (undici stati) che si erano uniti nella Guerra di Secessione contro il Nord abolizionista.

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti dei grandi fiumi americani. Molte sensibilità si sono risvegliate dopo una secolare narcosi, molti obiettivi sono stati raggiunti grazie a politici ma anche all’opera persuasiva di artisti, cineasti e soprattutto scrittori. Film come Guess who’s coming to dinner (Indovina chi viene a cena?, 1967) con la coppia cult del momento (Katherine Hepburn e Spencer Tracy) affrontò il tabù del matrimonio inter-razziale, dischiuse molte porte, attivò molte riflessioni, individuali e collettive.

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Washington, 28 agosto 1963, Martin Luther King, “I have a dream”

L’anno dopo, a Memphis, Tennessee, veniva ucciso Martin Luther King, apostolo della desegregazione e , pochi mesi dopo, stessa sorte per Bob Kennedy, fratello, erede e custode della Nuova frontiera di John Kennedy. Ma le crepe nella diga del razzismo si moltiplicavano anche nel sud, terra dei predatori psicopatici del Ku Klux Klan, i cripto-nazisti della supremazia bianca. Libri come Il buio oltre la siepe ottennero un enorme successo e l’autrice (bianca) Harper Lee, fu premiata con il Pulitzer. Nel New England, in tutta l’East Coast, in California, Rosa Parks diventa ormai l’icona dei diritti civili. I tempi di Emmett Till, il quattordicenne nero seviziato, ucciso a colpi di pistola e gettato nel Mississippi per essersi voltato a guardare una donna bianca, sembrano ormai appartenere alle nebbie del passato.

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Barack Obama, 18 aprile 2012. (Official White House Photo by Pete Souza)

Il Paese evolve allora verso un futuro che è già in parte multietnico, seguendo un percorso di autoanalisi collettiva il cui messaggio è passato soprattutto grazie al cinema con la rivalutazione anche dei Pellerossa e il (tardivo) riconoscimento del loro genocidio da parte dei coloni della “prima frontiera” appoggiati dalle forze armate federali. Soldier Blue e Little big man, con Dustin Hoffman, sdoganarono definitivamente questa nuova lettura della storia americana.

Ma l’acqua continua a scorrere sotto i ponti dei grandi fiumi d’America, incurante delle vicende umane, e oggi alla Casa Bianca non abbiamo un bianco. Luther King diceva, I have a dream

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Mario Gazzeri

“La marcia continua”. Il discorso storico di Obama a Selma in versione italiana

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