Enigmatico, visionario, scandaloso. Balthus a Roma

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MARIO GAZZERI
Il visionario e “scandaloso” Balthus, uno degli artisti più amati e controversi del secolo scorso, più volte accusato di “pedofilia” e “pornografia” a causa delle numerose tele in cui raffigurò adolescenti molestate (e spesso apparentemente consenzienti e poco vestite), è approdato alle Scuderie del Quirinale di Roma.

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Oltre duecento opere del pittore francese (di famiglia polacca, il suo vero nome era Balthasar Klossowski de Rola) sono esposte alle Scuderie  riaprendo forse la “querelle” sulla sua presunta pedofilia, accusa lanciatagli non solo da moralisti “benpensanti” ma anche da critici miopi e artisti invidiosi.  Altre opere, relative al periodo in cui Balthus diresse l’Accademia di Francia a Roma, si possono invece ammirare nella sede dell’Accademia, a Villa Medici.

“Imbevuto di cultura mitteleuropea, folgorato in giovane età dai maestri del Rinascimento toscano, e in particolare, da Piero della Francesca, Balthus concepisce le sue composizioni attraverso un pensiero figurativo e una chiarezza logica ereditati dalla cultura artistica italiana”, scrive  Cécile Debray, curatrice del Museo Nazionale d’Arte Moderna del Centro Pompidou a Parigi. Osservazioni puntuali e indicative, soprattutto, di una scelta stilistica formale ma non dell’aspetto contenutistico del controverso pittore.

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Nato nel 1908 e morto novantatreenne nel 2001, l’esistenza di  Balthus copre l’intero arco del “secolo breve” con le sue contraddizioni sfociate in due guerre mondiali e i suoi nuovi orizzonti ideali, filosofici e artistici destinati ad assestare un ulteriore, forse definitivo colpo al mito della centralità dell’uomo.  Molti i nomi illustri che affollano l’universo del giovane Balthus nella casa parigina dei suoi genitori: Jean Cocteau,  André Gide, scrittori, esteti e omosessuali come altri  ospiti dei signori Klossowski e come, probabilmente, il poeta austriaco Rainer Maria Rilke, grande amico della madre che nutrì una vera e propria passione per quell’adolescente che sarebbe diventato Balthus. E ancora Alberto Giacometti, che conobbe in Svizzera come Paul Eluard e André Breton.

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Fin da giovane, allorché trascorreva i lunghi pomeriggi dei suoi vent’anni a disegnare seduto sulle panchine dei parchi parigini o nei corridoi del Louvre, Balthus volle distinguersi dai movimenti di rottura come il surrealismo o il cubismo, scegliendo un percorso formalmente in linea con i Maestri del passato per quanto riguardava prospettive, proporzioni e campiture di colori. Ma il suo originale contributo all’arte del ‘900 che lo distingue da ogni corrente o movimento informale, sembra essere il filtro psicanalitico che applica alle sue opere (si andavano diffondendo allora in tutta Europa le teorie di Sigmund Freud) e che gli consente un’interpretazione della realtà slegata dai vincoli della coscienza. Le sue adolescenti a volte vittime, a volte complici,  riemergono dai ricordi rimossi dell’infanzia che ci vengono a trovare nei sogni o, a volte e a tradimento, anche nella realtà  vera di tutti i giorni.

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Non stupisce, al riguardo, che uno dei maggiori ammiratori (e collezionisti) dell’opera di Balthus, sia stato lo psicoanalista Jacques Lacan che, come è noto, non lasciò quasi nulla di scritto sulle sue teorie che si possono studiare grazie agli appunti presi dai suoi studenti nel corso delle lezioni e dei seminari. E forse si potrebbe leggere anche questo, di Lacan, come un contributo all’incorporea memoria dell’inconscio…

Tra le tele più spesso, assurdamente accostate alla pornografia, figurano senz’altro Il solitario, Il salone, La lezione di chitarra (forse il più scabroso) e  La Rue (peraltro uno dei suoi massimi capolavori).

Balthus La lezione di chitarra, 1934

La lezione di chitarra, 1934

Qui l’immobilità delle varie persone che si trovano come per caso sulla strada è percorsa da una sottile vibrazione che nasce, completamente decentrata sulla tela, dalla raffigurazione di un uomo che molesta pesantemente una bambina. Ma la fissità degli sguardi dei protagonisti di questa scena, altrimenti di ordinaria quotidianità, tradisce il sotterraneo timore-terrore della violenza sull’infanzia.

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Mario Gazzeri

Versione aggiornata (2 dicembre 2015) dell’articolo pubblicato il 28 settembre 2015

 

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