Il laboratorio politico di Lisbona

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L’ingresso del Palácio de Belém

MASSIMILIANO CORTIVO

Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale 14 dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell’affannato trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l’auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato.

Per un mese e venti giorni l’ingovernabilità profetizzata e romanzata undici anni fa da Saramago ha avuto più di uno spettro nel suo Portogallo dell’autunno 2015. Con le Politiche del 4 ottobre che si sono concluse praticamente senza vincitori e con un astensionismo che si è mangiato porzioni di voti con la stessa facilità con cui al mattino si prende un pastel de nata e un caffè.

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L’incontro settimanale del presidente della repubblica portoghese Aníbal Cavaco Silva con il primo ministro António Costa

Tra i palazzi di Lisbona sono stati cinquanta giorni di caos. Giorni in cui il centrodestra, davanti ai socialisti alle urne (38,50 a 32,38) ma senza una maggioranza in parlamento, ha cercato di dare vita a un esecutivo mulinando però nel vento. Giorni in cui il presidente della repubblica Aníbal Cavaco Silva nella sua indipendenza ha fatto di tutto e di più per provare ad affidare il paese alla coalizione liberista di Portugal à Frente ma di fatto trovandosi “costretto” a metterlo nelle mani dell’ex sindaco della capitale, il socialista António Costa. Che governerà con l’appoggio (esterno) del Bloco de Esquerda e del Partido Comunista Português. Una minoranza, quella dei socialisti, diventata maggioranza (se così possiamo dire vista l’astensione al 46 per cento) grazie a una sinistra radicale che sarà il vero ago della bilancia della politica portoghese a cui guarda buona parte dell’Europa progressista, Spagna in primis, viste le prossime elezioni e i recenti sondaggi che a Madrid non sembrano andare nella direzione del bipartitismo.

Il laboratorio di Lisbona, che fa tornare alla mente per certi aspetti la continua incertezza del governo Prodi caduto il 9 ottobre 1998, ha al suo interno una grande forza ma altrettanta debolezza. La forza semplice della mancanza di alternative parlamentari e la debolezza di programmi politici molto ma molto lontani tra loro. Tanto che, prima di affidare a Costa il mandato, il presidente Cavaco Silva pare abbia chiesto al primo ministro in pectore sei condizioni, tra cui, udite udite, l’appartenenza alla Nato che qualcuno da sinistra aveva messo in discussione durante la recente campagna elettorale.

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Il ministro delle finanze Mário Centeno

Nelle prossime settimane, oltre a Cavaco Silva ormai prossimo all’uscita di scena e ad António Costa impegnato a tessere equilibrismi continui tra Lisbona e Bruxelles, saranno due le figure chiave della politica portoghese, il ministro delle finanze Mário Centeno e la leader del Bloco de Esquerda Catarina Martins. Lasciando infatti da parte il Pcp (otto per cento alle urne), sarà infatti dal braccio di ferro tra la versione lusitana di Podemos e l’economista liberale che uscirà il futuro del paese.

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Catarina Martins

La strada è in salita come certe calçada dell’Alfama e scivolosa come solo il porfido bianco della Baixa sa essere dopo un acquazzone. A confronto non solo due personalità dalla formazione differente ma due mondi lontanissimi tra loro. Da una parte Centeno, 49 anni, laurea a Harvard, una carriera passata tra banche, materie economiche all’università e membro del comitato di politica economica della Commissione Europea per nove anni. Dall’altra Martins, 42 anni, portavoce “bloquista“, spesso paragonata a Tsipras e Iglesias, con due differenze fondamentali rispetto a questi ultimi: il fatto di essere una donna e, di recente, di essere stata inserita dallo statunitense Politico tra le 28 personalità che stanno cambiando l’Europa (nella lista non c’è né il leader di Syriza, né quello di Podemos, ndr).

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Il simbolo del Bloco de Esquerda

Il confronto tra la linea politica vicina al centrodestra (ma al governo) del ministro delle finanze e quella pienamente socialista (ma non al governo con il Ps) di Martins è il pivot su cui ruoterà la politica lisboeta. L’asse Bruxelles-Francoforte sarà più forte degli equilibri parlamentari? La politica di anti-austerità che Costa ha negoziato con i suoi alleati saprà imporsi (o mediare) sui numeri di Maastricht?

Se il centrodestra, oggi all’opposizione, ha le risposte in tasca e parla già di un nuovo prossimo salvataggio (come ai tempi del governo del socialista Socrates in cui un piano internazionale salvò il Portogallo da una sicura bancarotta), se il Partido Social Democrata ha dunque le idee chiare sul futuro, sinistra radicale, comunisti e socialisti invece ci sperano. E ci provano. A mettere in piedi un sistema che tenga insieme sogni, ideali e pragmatismo.

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Marcelo Rebelo de Sousa

Con ottime probabilità il laboratorio politico portoghese reggerà fino al prossimo 24 gennaio, giorno in cui il popolo della repubblica semi-presidenziale eleggerà il settimo presidente della Repubblica dal 25 aprile del 1974,  giorno in cui la democrazia sconfisse la dittatura salazarista.

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Maria de Belém

Stando ai sondaggi non dovrebbe esserci partita (48 per cento contro il 19 della socialista Maria de Belém) e al Palácio de Belem dovrebbe salire l’ex presidente del Psd Marcelo Rebelo de Sousa, personalità popolarissima che i portoghesi, anche per via del suo passato da commentatore televisivo, considerano uno di casa tanto da chiamarlo semplicemente Marcelo. Se il successore di Cavaco Silva sarà lui, il laboratorio politico portoghese si troverà ad avere come giudice un politico di centrodestra, cattolico, attiguo al mondo finanziario, ex professore di diritto costituzionale del premier socialista António Costa, amico di molti esponenti del partito comunista e frequentatore con una certa assiduità della Festa do Avante! Di sicuro non quel “campione di banalità” che secondo Saramago era invece Cavaco.

iene in redazione

Massimiliano Cortivo

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