Venezuela, voto di potere

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LIVIO ZANOTTI
Fidel Castro non ha più da tempo la volontà pedagogica che per oltre un decennio ha dedicato al Venezuela di Hugo Chávez. Tuttavia non c’è personaggio più o meno noto che visiti Cuba e al quale non dedichi un incontro, seppur breve. Non risulta però che abbia trovato un momento per ricevere Nicolás Maduro, al quale in piena vigilia elettorale non sarebbe dispiaciuta almeno un fotografia con il vecchio leader.

Ma le contraddizioni del governo di Caracas appaiono ormai incandescenti e a contenerle non ci sono più né il brusco carisma dello scomparso comandante Chávez, né i petrodollari dimezzati dalla caduta dei prezzi internazionali. Gli stessi rifornimenti all’Avana sono stati tagliati drasticamente (meno di duecentomila barili invece degli abituali quattricentomila). Fidel non aveva molto da aggiungere alle antiche lezioni di Realpolitik.

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Comizio elettorale di Nicolás Maduro

Dopo quindici anni di governi autoritari, sebbene tutti regolarmente eletti dal popolo, il Venezuela vive da tempo in un clima di sanguinosa violenza quotidiana: disoccupazione, debito pubblico e inflazione si rincorrono l’un l’altra; da sempre costretta a importare gran parte dei consumi alimentari in conseguenza della monocultura petrolifera della sua economia, ora che la rendita energetica si è dimezzata gli acquisti sono stati ridotti e il cibo scarseggia. Dopo il notevolissimo miglioramento dei primi anni Duemila, anche l’assistenza sanitaria e la scuola sono deperite. Il paese appare spaccato a metà, tra sostenitori del governo e un’opposizione frantumata ma in tumultuosa crescita. La tensione è forte, così come il rischio che lo scollamento sociale si rovesci nelle strade.

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L’effigie di Chávez su una t-shirt

È in questo clima che venti milioni di venezuelani con diritto di voto eleggono domenica 6 dicembre i 167 parlamentari dell’Assemblea Bolivariana, la camera unica del Congresso nazionale. I sondaggi, la  cui affidabilità è men che relativa, indicano un vantaggio dell’arcipelago oppositore: ben 32 distinti gruppi politici che formano la Unidad Democratica.

Henrique Capriles Radonski, il suo giovane alfiere, ha faticato non poco per mettere insieme socialdemocratici di varie sfumature, conservatori tradizionalisti, eredi irredenti del vecchio latifondo parassitario e imprenditori abituati ai contratti facili con lo stato, chavisti pentiti e cittadini senza alcun credo alla ricerca di una qualche sopravvivenza per un paese che non riesce a consolidare una via alla sviluppo.

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Manifesto elettorale di Henrique Capriles Radonski

Il presidente Nicolás Maduro e il suo Partido Socialista Unido de Venezuela proclamano di essere certi della vittoria, però ammoniscono che dopo di loro può esserci solo  il diluvio; assicurano che rispetteranno il verdetto delle urne, al tempo stesso dichiarano irrevocabile la Rivoluzione chavista. La speranza è che nelle inevitabili ambiguità della propaganda elettorale qualcuno non perda la testa.

Capriles è preoccupato per quella parte del suo schieramento che in passato ha promosso e accompagnato tentativi golpisti. La sconfitta significherebbe per Maduro la perdita del potere legislativo. Si troverebbe di fronte a un bivio: patteggiare ogni giorno con l’opposizione o forzare la Costituzione governando per decreto. Entrambe situazioni a lungo insostenibili. Solo un nuovo patto politico-sociale potrebbe salvare il Venezuela dal caos.

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Livio Zanotti

IL DIAVOLO NON MUORE MAI

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