Cosa possono apprendere i musulmani dalla Dichiarazione Nostra Aetate

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Mohammad Sammak, segretario generale dell’Islamic Spiritual Summit, Antoine Courban, docente alla Université Saint-Joseph, don Vittorio Ianari, della comunità di Sant’Egidio, e Riccardo Cristiano, organizzatore dell’incontro

MOHAMMAD SAMMAK*
Ci sono due domande preliminari:

C’è qualcosa di sbagliato per il mondo musulmano e nel mondo musulmano nell’apprendere dagli altri?

Cosa c’è di eccezionalmente giusto e ispiratore nella Nostra Aetate da cui i musulmani possono apprendere?

Sono domande interconnesse:

Un terzo dei musulmani, un miliardo e seicento milioni in totale, quindi 600 milioni di loro, vive in paesi non islamici: e due terzi dei due miliardi e 200 milioni cristiani vivono nel Terzo Mondo, Africa e Asia, dov’è l’Islam, al di là dell’America Latina.

Questa interconnessione fisica comporta la necessità di una mutua accettazione,  del rispetto e della cooperazione. La porta principale per giungervi è un reciproco comprendersi.

La Nostra Aetate è la fonte principale di questa comprensione.

Per essere onesto devo ammettere che sì, c’è qualcosa di sbagliato, con e nel mondo islamico.

Questo mondo è molto ricco di risorse naturali, ma le sue genti sono povere  e insicure.

La più alta percentuale di rifugiati e  senza fissa dimora è costituita da musulmani.

Le tensioni sono altissime tra musulmani di differenti confessioni (sunniti e sciiti) e tra musulmani e non musulmani, prescindendo da chi sia responsabile, dove e perché.

Musulmani e Induisti in India e Sri Lanka

Musulmani e Buddisti in Cina, Thailandia, Myanmar.

Musulmani e Cristiani Ortodossi in Russia

Musulmani e Cristiani cattolici in Europa, etc

Musulmani e Protestanti in Usa etc

Musulmani ed Ebrei in Israele e altrove

Musulmani e altri credenti (come gli yazidi d’Iraq, ad esempio)

Considerato che durante il corso della storia le relazioni dei musulmani con questi popoli sono state molto cordiali e costruttive, considerato che la civiltà islamica è stata il prodotto del loro contributo nel contesto del riconoscimento, del rispetto e della cooperazione,  queste negatività contemporanee richiedono una coraggiosa riconsiderazione e rivalutazione della situazione nel mondo islamico e con il mondo islamico. Questo richiede per prima cosa l’ammissione, addirittura la confessione, che c’è un grave problema. Non è vero che altri sono i colpevoli di ciò, ma i musulmani stessi sono responsabili. Non serve più evitare l’autocritica e cercare rifugio sotto l’ombrello del” complotto straniero contro l’Islam”: ma criticare noi stessi musulmani, in primo luogo.

Noi, musulmani, dobbiamo ammettere che ci troviamo davanti ad un problema reale ed esistenziale. La giusta definizione di questo problema è già di per sé una buona metà della soluzione, come ha indicato il sociologo inglese Huxley decenni fa.

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L’incontro “Cristiani e musulmani per la misericordia”, nella sede della FNSi

Il problema è chi ha  l’autorità, la legittima autorità per definire il problema? E chi ha il coraggio di ammettere che i musulmani dovrebbero apprendere da altre costruttive esperienze coma la dichiarazione Nostra Aetate?

Prima di parlare dela Nostra Aetate, e di cosa e come apprendere da essa, lasciatemi dire qualcosa di un uomo che ha fatto la storia: quest’uomo è Angelo Roncalli. Angelo era un soldato dell’esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale. Sul campo di battaglia è stato testimone di come milioni di persone vennero uccise in ogni modo, anche con i gas. Ne rimase scioccato e se ne ammalò. Dopo la guerra scelse la vita religiosa per trovare rifugio spirituale, e fu inviato presso le  Nunziature Apostoliche in Grecia,  poi in Bulgaria, dove scoprì gli ortodossi, poi a Istanbul, dove conobbe i musulmani. Nel dopoguerra divenne vescovo e   Nunzio in Francia, dove comunismo, secolarismo e movimenti di sinistra erano ai loro massimi livelli.

Il 28 ottobre 1958, divenuto cardinale, fu eletto Papa. Papa Giovanni XXIII portò con sé al papato la sua esperienza e i suoi incontri dei tempi di guerra e di pace. Il 25 gennaio del 1959 indirizzò per la prima volta nella storia un messaggio all’ONU (cioè a tutte le nazioni di diverse religioni, culture ed etnie) nel quale disse:

La pace sulla terra è un oggetto di profondo desiderio per l’umanità

Confermò nel suo messaggio quattro principi per ottenere la pace per l’umanità:

Verità, giustizia, solidarietà e libertà.

A quel tempo la Chiesa cattolica considerava il comunismo anti-cristiano (Papa Pacelli). Ma Giovanni  XXIII ricevette in Vaticano il cognato del presidente sovietico, Nikita Kruscev.

Questa è una breve storia del Papa che ha convocato il Concilio Vaticano II, con 2450 vescovi giunti da tutto il mondo, ma che morì il 3 giugno 1963, due anni prima della conclusione del Concilio che ebbe il suo culmine nella dichiarazione Nostra Aetate.

La Nostra Aetate girò la pagina cancellando tutte le previe leggi contro i Vescovi di Costantinopoli che avevano condotto nel 1954 al grande scisma. Qui i musulmani possono apprendere il coraggio della riconciliazione tra sunniti e sciiti.

La dichiarazione Nostra Aetate ha riconciliato la Chiesa cattolica con gli  Evangelici e gli Ortodossi, ponendo le basi del dialogo ecumenico. Qui i musulmani di nuovo possono apprendere come costruire ponti con le altre confessioni musulmane.

La Nostra Aetate aprì le porte al laicato per partecipare alle sue attività.  Adesso Papa Francesco sta aprendo nuove porte.

La Nostra Aetate ritirò il vecchio verdetto che condannava tutti gli ebrei fino alla fine dei tempi per crocefissione di Gesù Cristo. La Magna Carta delle relazioni ebraico-cristiane.

La Nostra Aetate dichiarò che i musulmani sono credenti in un Dio e che rispettano Gesù e la Vergine Maria: per quanto non credano che egli sia Dio, credono che Egli è un Profeta. Che credono nel Giorno Dopo quando Dio giudicherà tutti. Che venerano Dio con la preghiera, la carità, il digiuno.

Dopo il Vaticano II e su queste basi papa Paolo VI,  Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono rivolti ai musulmani come fratelli. Così anche ha fatto Papa Francesco.

Non sono poche le lezioni per i musulmani del 21esimo secolo.

Ma non possiamo imparare se non realizziamo che dobbiamo imparare. E non possiamo realizzare il bisogno di imparare se non sentiamo di aver torto in qualcosa. E non possiamo avere questa percezione se non siamo abbastanza coraggiosi da mettere in pratica l’autocritica.

Dopo di ciò, dovremmo essere così coraggiosi da ammettere che dobbiamo apprendere dalle esperienze di altri, specialmente se questo altro è esterno al nostro sistema spirituale e dottrinale.

Ma prima di dire come imparare, lasciatemi sottolineare alcuni punti importanti:

Al contrario di ciò che gli estremisti (come l’ISIS) fanno nel Medio Oriente, e al Medio Oriente, i cristiani sono descritti nel Santo Corano come credenti in Dio, e sono più vicini al musulmani. Il loro clero è apprezzato per essere umile, per quanto in principio non ci sia clero nell’Islam come il Profeta Maometto ha chiaramente dichiarato. Ecco perché non c’è uno stato religioso nell’Islam, uno stato retto da un clero che non c’è, o che non dovrebbe esserci, in primo luogo.

L’Islam loda la  Bibbia nel Corano, cito:

C’è luce nella Bibbia e lasciate i popoli della Bibbia seguire ciò che Dio ha rivelato loro nella Bibbia.

Il Profeta Maometto ha proibito anche l’uso di una sola pietra impiegata per costruire una Chiesa nella costruzione di una moschea o della casa di un musulmano, perché le Chiese sono considerate Case di Dio, e quindi da rispettarsi come moschee.

Ora per noi – musulmani- seguire l’esempio del Vaticano II come indicato dalla dichiarazione Nostra Aetate richiede   un leader religioso come Giovanni XXIII, che creda nell’umanità come una famiglia, e che rispetti e creda in tutte le religioni. Dopotutto, essere musulmani vuol dire credere in tutti i Messaggi di Dio, e in tutti i suoi Messaggeri, quelli che sono citati nel Santo Corano e quelli che non lo sono. Credere nell’Islam è anche credere nella pluralità umana, e nelle differenze umane come manifestazione della gloria di Dio. Io non so chi abbia l’autorità morale e religiosa che aveva Giovanni XXIII per riunire 2450 dotti e imam di tutto il mondo islamico e convincerli a rimanere riuniti a discutere fino a quando possano giungere a un’interpretazione  unitaria dei principi islamici del 21esimo secolo che si confronti con le sfide umane contemporanee.

Questo non vuol dire sottovalutare i molti coraggiosi tentativi che i musulmani hanno fatto sin qui.

I quattro documenti di al-Azhar sulla libertà umana e lo stato nazionale.

I principi sanciti a La Mecca contro l’estremismo e il terrore.

La dichiarazione di Amman su Islam e stato civile.

La Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa.

E questo solo per citare alcune iniziative alle quali ho personalmente preso parte. Il punto è come unire tutto ciò per farne una palla di neve da buttare giù dalla montagna.

Quarant’anni dopo essersi arresi nella guerra che loro avviarono, i tedeschi hanno capito che il giorno della loro sconfitta è stato il momento della loro liberazione, come ha detto il primo presidente della Germania riunificata, Richard von Weizsäcker. Questo è vero.  Ed è anche vero che noi musulmani dobbiamo capire che il giorno della sconfitta dell’estremismo  religioso e della violenza nel nome di Dio sarà il momento della nostra liberazione.

Il nazismo non fu sconfitto dall’interno perché dominava- o si era imposto- alla cultura nazionale del tempo. Ecco perché quasi tutto il mondo cooperò a sconfiggerlo. Il caso è diverso con l’estremismo islamico. Dovrebbe e può essere sconfitto dall’interno, semplicemente perché è contro l’Islam, e perché gli estremisti sono una piccola minoranza, una minoranza davvero piccola, in un mondo islamico di un miliardo e seicento milioni di fedeli. Questo non vuol dire escludere la cooperazione internazionale. Al contrario. Questa cooperazione non è solo necessaria, è un dovere, per sradicare le gang di estremisti che commettono crimini contro l’umanità nel nome dell’Islam, una religione che crede in tutte le altre religioni, e che pace è il nome di Dio:

ecco perché è importante liberare l’Islam dal terrore: non solo è giusto, ma è la base per impegnare l’Islam in una guerra culturale e religiosa contro il terrore, un impegno senza il quale, la forza militare da sola, non produrrà risultati.

L’invisibile muro di Berlino costruito dai terroristi nel Medio Oriente che è stato costruito da estremisti deve essere abbattuto.  Abbiamo bisogno di un 1989 mediorientale, che rispetti la dignità e la libertà umana e fermi le migrazioni, specialmente dei cristiani, e riapra le menti e i cuori alla riconciliazione e all’amore.

Dopo tutto, la guerra all’estremismo e al terrorismo perpetrato nel nome dell’Islam è una  guerra islamica perché è una responsabilità islamica in primo luogo. Ci sono molti dotti che si ergono coraggiosamente contro  idee sbagliate e che deformano la dottrina islamica. Sanno bene che questa è una guerra lunga e costosa che non può essere vinta , come ho detto, solo con mezzi militari.  Ma al contempo ci sono alcuni cristiani che aspettano la seconda apparizione di Gesù, e  alcuni musulmani che attendono il ritorno del Mahdi. Altri sognano un “Califfato” immaginando come la “città sulla Collina”. Io sono più umile. Io cerco un Angelo Roncalli musulmano.

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Dr. Mohammad Sammak

 

*Intervento al dibattito “Cristiani e musulmani per la misericordia”, 7 dicembre, presso la FNSI, in Corso Vittorio Emanuele II 349.

 

 

 

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