Venezuela, il presidente dimezzato

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Nicolás Maduro ammette la sconfitta

 LIVIO ZANOTTI
Per il Venezuela, il tramonto dell’egemonia chavista dopo diciassette anni e a due dalla morte del leader storico, il comandante Hugo Chávez, apre certamente un nuovo orizzonte che tuttavia nasconde gravi incognite. L’eterogeneo fronte delle opposizioni ha ottenuto una maggioranza schiacciante in Parlamento.

A partire dal prossimo gennaio, potrà condizionare l’attività legislativa del governo fino a bloccarla, se lo riterrà necessario. Il presidente Nicolás Maduro ne ha preso atto, prendendo a proprio merito il rispetto delle regole democratiche. Esplicito e diffuso era infatti il timore di un qualche gesto di forza. Ma neppure la maggioranza delle forze armate lo avrebbe tollerato. Perciò il peggio è scongiurato, almeno per l’immediato.

Il doppio nodo che oggi stringe alla gola il paese sudamericano, però, resta il medesimo che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso favori l’ascesa al potere di Hugo Chávez: l’ insufficiente sviluppo economico ostacola quello delle istituzioni democratiche.

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Manifestazione chavista

Grande tre volte l’ Italia, con la metà della popolazione, il Venezuela dispone di immense risorse agricole e minerarie, ma sfrutta essenzialmente solo quest’ultime e in particolare il petrolio, di cui ha le riserve più ricche dell’occidente (l’amara ironia popolare parla di Venezuela Saudita. . .). L’ agricoltura è molto arretrata e non soddisfa neppure il cinquanta per cento delle necessità  alimentari. Nell’ultimo decennio sono state create numerose fabbriche meccaniche e chimiche, ma l’industria non risulta competitiva.

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tweet dei sostenitori di Henrique Capriles

Quando Chávez assunse il governo, il reddito pro-capite era un terzo dell’Italia, un quarto degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita. Ma nelle sterminate periferie urbane scendeva a poche migliaia di dollari l’anno e nelle regioni rurali diventava infimo. Un quarto circa degli abitanti era privo di documenti d’identità, non figurava neppure nei censimenti. Parlare di diritti suonava insensato.  Inesistenti elettricità e acqua corrente nelle case fuori dei centri urbani. Il sistema stradale era limitatissimo, le ferrovie quasi inesistenti. E il paese aveva già conosciuto una dittatura militare para-fascista, governi democristiani e governi socialdemocratici. Il dramma del Venezuela era e rimane la sovrabbondanza di corruzione e l’insufficienza degli investimenti.

Non che i governi si equivalgano tutti. Quelli democratici sono stati rispettosi di garanzie formali che gli altri hanno ferito o calpestato. Chávez ha mostrato più preoccupazione per la questione sociale che per la legalità democratica. Ha favorito le masse sottoproletarie rispetto alla classe media, garantito militari e gruppi organizzati, cercando di inimicarsi il meno possibile grandi imprese multinazionali e Stati Uniti. Maduro non ha saputo fare altrettanto. La caduta dei prezzi petroliferi gli ha inoltre sottratto spazio di manovra. Nessuno è riuscito ad avviare una strategia di crescita equilibrata e duttile, capace di conciliare i costi di contenimento dell’ emarginazione sociale con la creazione di nuovi posti di lavoro, evitando il baratro dell’inflazione.

Farlo adesso, in una congiuntura del tutto sfavorevole (frenata dei commerci internazionali e discesa dei prezzi delle materie prime; inflazione alle stelle e tensioni d’ogni genere) appare una sfida titanica. Infatti, che si sappia, nessuno se lo propone. Non il governo di Maduro, che dovrà inventarsi una convivenza praticabile con la nuova e contraria maggioranza parlamentare (lui non è Obama e Caracas non è Washington). E neppure l’ opposizione, tenuta insieme soprattutto dall’avversione che per non pochi è puro odio verso Maduro e il chavismo; e che al momento di passare a una fase propositiva potrebbe finire in pezzi. L’ intero contesto latino-americano è in difficoltà. Lo sforzo che le circostanze richiedono al Venezuela è straordinario.

FOTO-LIVIO ZANOTTI

Livio Zanotti

da IL DIAVOLO NON MUORE MAI

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