58 morti in due giorni per armi da fuoco. E Trump vola nei sondaggi

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Il Gop, il Partito repubblicano da Lincoln a Nixon, a Trump

GUIDO MOLTEDO
In New Hampshire, dove il 9 febbraio si terranno le elezioni primarie repubblicane, Donald Trump è in testa nei sondaggi. È saldamente primo con un ampio distacco sugli inseguitori e ha visto aumentare il sostegno dal 26 per cento dello scorso settembre al 32 per cento, secondo un rilevamento  CNN/WMUR survey.

Quindi l’oltranzismo estremista del miliardario che aspira a occupare la poltrona di Barack Obama sta “pagando”.

E ha già ottenuto l’inquietante risultato di spostare ulteriormente a destra le posizioni dei suoi rivali, anche sul terreno delicato delle relazioni interetniche e interreligiose su cui si fonda e prospera la complessa società americana.

Infatti – lo puntualizza bene Hillary Clinton – anche se I contendenti di Trump respingono l’idea  agitata dal magnate di negare l’accesso negli Usa ai musulmani (senza neppure escludere la possibilità di misure di sorveglianza nei  confronti degli islamici americani simili a quelle adottate nei confronti degli americani di orgine giapponese nel corso della II Guerra mondiale),  il “moderato” Jeb Bush non vuole accogliere i rifugiati siriani, con l’eccezione dei siriani di fede cristiana. Idem Ted Cruz, attualmente secondo nei sondaggi. Chris Christie, il governatore del New Jersey, è contro l’accoglienza degli orfani siriani. Gli altri tacciono sulle ripugnanti parole di Donald Trump.

D’altra parte, qual è il loro elettorato? È l’America che nel giorno stesso della strage compiuta da Robert Lewis Dear al Planned Parenthood Colorado è andata nei negozi di armi da fuoco per acquistare ancora pistole, fucili e mitra. Già quel giorno, le vendite  hanno registrato un folle aumento. E da allora, e ancor di più dopo la strage di San Bernardino, le azioni in borsa della Smith & Wesson e di Sturm, Ruger & Co (i fabbricanti delle armi usate da Syed Farook e Tashfeen Malik) sono schizzate in su.

È l’America che non vuol vedere quel che succede tutti i giorni, in ogni angolo del paese, le vittime quotidiane delle armi da fuoco: 58 solo negli ultimi due giorni (si consulti l’ottimo sito GunViolenceArchive).

Dall’altra parte c’è l’America che cerca di ragionare e fare ragionare. Hillary Clinton, in un clima così isterico, ha il coraggio, è il caso di dirlo, di chiedere l’accoglienza per 65.000 siriani in fuga della guerra.

Nei giorni scorsi, dopo San Bernardino, ho parlato di “due Americhe”, partendo dall’evidente contrasto tra le prime pagine dei due principali quotidiani popolari statunitensi.

Ecco cosa scrivevo:

Il New York Post, il giornale di Rupert Murdoch, titolava a grandi caratteri Muslim Killers, sullo sfondo di un’immagine cruenta dell’eccidio. Il Daily News, il quotidiano di Mortimer Zuckerman, titolava, a caratteri cubitali, “Non sarà Dio a metterci una pezza”. E intorno al grande titolo i tweet di quattro alti esponenti repubblicani che commentano la strage rivolgendo al Signore i loro pensieri e le loro preghiere per le vittime. Decedute chissà come, visto che non è neppure nominata la parola gun, arma da fuoco.

La guerra civile americana dei nostri tempi è segnata quotidianamente da morti e feriti. Le mass shooting, le “sparatorie nel mucchio”, s’alternano agli omicidi di singoli o pochi individui, opera di lupi solitari fuori di testa, raramente opera di più persone, com’è il caso di San Bernardino, con il coinvolgimento ancora oscuro di una giovane coppia, un americano di origini pachistane, Syed Farook, e di una pachistana, Tashfeen Malik.

In questo far west post-moderno si fronteggiano, appunto, anche le “due Americhe”, quella che da tempo e con sempre più insistenza chiede, implora, almeno una maggiore regolamentazione della vendita e del possesso delle armi da fuoco e l’America che, a ogni strage, prega il Signore per le vittime e propone ancora più armi, pistole, fucili, mitra, e maggiore libertà di possederle ed esibirle, anche nei luoghi pubblici, anche nelle scuole e nelle università, secondo la pazzesca teoria che, se si è armati, ci si può difendere in situazioni come quella di San Bernardino.

Per quanto aberrante, proprio questa teoria si rafforza dopo ogni mass shooting (gli omicidi di singoli, anche se centinaia, migliaia, non fanno notizia, come gli incidenti stradali), e ancora più americani si armano, e altre vittime attendono il loro turno, in una roulette russa collettiva che rende ormai troppe parti dell’America meno sicure del Medio Oriente.

Non è solo la forza della National Rifle Association, la potente lobby delle armi, a consentire un simile rovesciamento del senso comune. C’è una destra violenta, oltranzista e razzista che cerca il dominio anche attraverso la costante e crescente alimentazione della paura, sia quella proveniente dal “nemico esterno”, oggi l’islam, sia quella di un “nemico interno”, nero o ispanico, gente dalla pelle scura di qualche slum degradato. Così, perfino il ripetersi di omicidi di africani americani perpetrati da agenti di polizia dal manganello o dal grilletto facile diventa, nella narrazione che ne fanno la destra e i suoi media, la litania  di episodi di allarme e di paura sulla pericolosità sociale dei neri, da cui occorre difendersi. Con le armi, ovviamente.

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La vicenda di San Bernardino, così com’è sintetizzata dalla prima pagina del New York Post, rafforza un’ulteriore base ideologica a una simile propaganda. Non serve neppure usare la parola terrore o terrorismo, basta dire muslim. Ed ecco che il “nemico esterno” diventa anche il “nemico interno”. Questa volta gli autori di una strage sono identificati con la loro religione di appartenenza. Che importa che la comunità islamica americana sia complessivamente ben integrata nella società di cui fanno parte, molto più che in Europa? La destra soffia sul fuoco e la stigmatizza. Ne aizza le componenti più inquiete, marginali, così da indicare poi l’intera comunità come “un-American” e renderla dunque bersaglio di avversione e anche di odio.

C’è sempre stata questa destra senza inibizioni, in America. E ha avuto anche una grande influenza sulla politica del Partito repubblicano, e su frange di quello democratico. Ma nell’establishment moderato ha trovato un certo contrappeso, un limite. Oggi quell’argine non ha più consistenza. Un clown violento come Donald Trump è in cima ai sondaggi, con un distacco considerevole rispetto agli inseguitori, e, si votasse domani, sarebbe lui lo sfidante repubblicano per la successione a Obama. E non è forse Trump a dire e a ripetere che l’11 settembre 2001 nella larga comunità islamica del New Jersey, che vive di fronte a New York, si festeggiò e si inneggiò all’attacco terroristico?

Quando un giornalista gli ha chiesto se la sua proposta di una banca dati nazionale dei musulmani non sarebbe cosa diversa dalla persecuzione subita dagli ebrei nella Germania nazista, e lui ha risposto: “Me lo dica lei”.

Un fascista. A definirlo così sono esponenti repubblicani di primo piano. “Is Donald Trump fascist?” si chiede sul New York Times Ross Douthat. E sono tante ormai le ragioni per dire sì, il messaggio del miliardario campione dell’antipolitica è decisamente di stampo non semplicemente conservatore ma fascista, un mix di istigazione all’odio verso le minoranze e gli immigrati, estrema misoginia, perfino disprezzo per i portatori di handicap.

Il clown grida nei comizi: non sono un intrattenitore. Ha ragione. Sì, Trump ormai va preso molto seriamente. Non arriverà forse alla meta, e forse, se non riuscirà a conseguire la nomination repubblicana, potrebbe decidere di correre da indipendente, consentendo così a Hillary di vincere più facilmente sull’avversario conservatore a cui Trump sottrarrebbe voti. È probabile che finisca così. Ma intanto lo scoperchiamento e l’esibizione delle parti peggiori dell’America, che avvengono grazie al suo essere al centro per mesi della scena, al suo gigionismo fascista, danno voce, come egli stesso rivendica, a una maggioranza silenziosa che non deporrà più le armi, non solo metaforicamente, a maggior ragione se il prossimo presidente sarà ancora democratico. Le “due Americhe” saranno ancora più nemiche.

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@GuidoMoltedo

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