Amina, la verità e il dubbio. Risposta a Covre

nstraRICCARDO CRISTIANO
Traggo spunto dal bell’articolo di Bepi Covre per esprimere qualche riflessione pacata e al contempo preoccupata, perché pacate e preoccupate mi sono apparse le sue.

La prima idea che mi viene in mente è che dovremmo partire sempre dal dubbio, dal momento che – per chi crede, certamente, ma a mio avviso anche per chi non crede – la verità esiste, ma è essa ad avere noi e non noi ad avere la verità.

Tutto sommato, se dopo secoli nei quali molti hanno creduto che “extra ecclesia nulla salus” (fuori dalla Chiesa non v’è salvezza) volesse dire che chiunque non fosse parte della Chiesa era dannato, è giunta la Dichiarazione Nostra Aetate (che riconosce semi di verità fuori di sé): non vuol dire proprio che la verità esiste, l’importante è capirla. A pensare il contrario non c’è stata solo Amina.

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Damasco, nei pressi della moschea Umayyad

Altrettanto può dirsi per certe visioni dell’Islam. Che l’Islam non distingua tra Cesare e Dio (e quella “e” appare proprio disgiuntiva tra i due, in Cristo, sebbene un lungo corso storico non l’abbia intesa così) è per molti assodato, ma da cosa derivi questa certezza è difficile dirlo. Nell’epoca delle dispute dei califfati, le dispute cioè tra Damasco e Bagdad, i dotti dell’Islam, potere religioso, se ne chiamarono fuori: non ci riguardano, dissero quasi in coro. Perché? Perché il Califfo, in termini islamici, non è autorità religiosa, ma politica. Tanto che il termine cadde in disuso ben prima dell’abolizione per legge del Califfato.

Prima degli ottomani, ma certamente con gli ottomani, il vocabolo andò in soffitta, e arrivò il Sultano. Il Califfo infatti guidava la comunità dei credenti, la guidava senza autorità religiosa, la guidava nelle sue urgenze quotidiane, e quindi poteva gestire anche la pace e la guerra. Ma in una religione senza clero, come è l’islam per il Corano, può esistere un potere clericale? Il rischio dell’islam infatti è sempre stato quello inverso a quello indicato da Covre, il rischio è stato ed è il cesaro-papismo, per dirla in termini nostri, cioè il rischio del primato del potere politico su quello religioso, e non quello teocratico. La sconvolgente novità di Khomeini non fu proprio questa?

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Mura di cinta di Costantinopoli

Così oggi più che di “secolare guerra tra sunniti e sciiti” io parlerei di “secolare guerra tra persiani e ottomani”, tra Teheran e Costantinopoli; forse ci capiremmo meglio. Quel sogno imperiale, prima sassanide e poi persiano, si è lunghissimamente contrapposto a Costantinopoli, guarda caso prima sede di Costantino e poi del Sultano.

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Yazd, nell’Iran centrale

Questo è in ballo oggi, più che la “guerra secolare tra sunniti e sciiti”. Quando Costantino convocò il Concilio di Nicea non pensava al potere del Papa di Roma, che neanche partecipava ai concili. Pensava al suo, di potere, credo… Ma certo Costantino più che i dogmi di Nicea, che delegò ad altri, ha costruito un impero in cui sistema amministrativo e sistema ecclesiastico si accavallavano, rendendo più facile la vita della società cosmopolita. Altri sistemi potrebbero invece mandarla in frantumi. Letta così, di questa spaventosa prova può spaventarci Amina?

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Riccardo Cristiano

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