Innovare facendo. La storia esemplare di Sumo

GIUSEPPE SACCÀ

Ogni periodo storico ha una serie di parole chiave che lo contraddistinguono, la civiltà greca, ad esempio, democrazia e comunità, la civiltà romana impero e diritto, e via dicendo. Quali le parole del nostro tempo?

Esercizio non facile, ma di certo una raccoglierebbe molto consenso: “innovazione”, un vero e proprio mantra della contemporaneità.

Non è solo negli ultimi anni che si parla di innovazione, basti pensare al sempre attualissimo Schumpeter (1883-1950). Innovazione nei processi economici, quindi. E più ci avviciniamo ai nostri giorni, più questa parola è reinterpretata, adattata a volte in maniera così radicale da renderla altro da sé.

Infatti oggi si parla di innovazione sociale, innovazione culturale e la produzione scientifica che cerca di ricontestualizzarla ai nostri giorni sta dilagando.

Come non mancano studi che cercano di “contare” quante siano le persone che fanno della propensione all’innovazione il loro quid: secondo una recente ricerca sarebbero quasi quarantamila i professionisti dell’innovazione nella sola Città metropolitana di Venezia, una nuova Porto Marghera.

Questo interesse è dato dal fatto che – secondo gli studi scientifici più accreditati – la capacità d’innovazione è il fattore chiave per assicurare crescita e competitività e quello composto dai lavoratori e dai professionisti dell’innovazione è un settore capace di generare grande indotto occupazionale (E. Moretti, La nuova geografia del lavoro, 2013).

Con l’intervista di oggi inauguriamo un “carotaggio sul campo” che ha l’obiettivo di raccontare alcune storie di persone, associazioni, imprese, cooperative che operano nella nostra città e fanno dell’innovazione variamente declinata una caratteristica saliente.

Iniziamo con un’esperienza concentrata nel welfare sapendo però che i confini tra i diversi ambiti dell’innovazione sono spesso porosi e quindi si può partire con una realtà focalizzata sul sociale per ritrovarsi nel campo dell’organizzazione culturale piuttosto che nelle pratiche urbanistiche.

Nel sito della cooperativa, scorrono in primo piano alcune parole d’ordine che fanno capire la benzina che vi alimenta: “Quando un prodotto funziona è il momento di inventarne uno nuovo”. Molte le attività in cui Sumo è impegnata. Fedele al suo motto, ha cambiato più volte pelle. Ne abbiamo parlato con la presidentessa Elisa Cappello.

Partiamo dalla storia della cooperativa…
Nasciamo, nel 2000, come associazione culturale. I soci sono tutti studenti pendolari su Padova, ma abitiamo a Venezia e decidiamo di presentare una serie di progetti alle politiche giovanili del Comune della nostra città.

Con il senno di poi devo dire che la dirigente alla quale ci siamo rivolti è stata una visionaria: ha dato fiducia ad un gruppo di ragazzini senza nessuna esperienza sorretti solo da molto entusiasmo.

Nel 2001 iniziamo le attività a Palazzo Boldù (siamo a Cannaregio, a cinque minuti da Rialto ndr) e inizia così la coabitazione con il centro di salute mentale lì ospitato. C’erano stati assegnati degli spazi dove poter organizzare incontri culturali, proiezioni di film, musica, etc. aperti alla città.

Questa avventura dura fino al giugno del 2009 quando gli spazi, di proprietà della ASL, tornano all’azienda sanitaria dopo la fine di una convenzione con il Comune.

Per noi non era un lavoro, lo facevamo nel tempo libero, però dal 2004 una parte dei soci decide di aprire la cooperativa per darsi un orizzonte lavorativo, ma l’associazione rimane attiva fino al 2009 proprio per gestire lo spazio a Palazzo Boldù con lo spirito originario.

Quindi la cooperativa nasce per gemmazione dall’associazione dopo un periodo di incubazione?
Sì e dall’esperienza dell’associazione la cooperativa ha tratto alcune caratteristiche, alcuni principi di fondo che ancora oggi sono un nostro patrimonio: partecipazione, pluralità, democraticità.

Ma, soprattutto, nell’associazione abbiamo imparato a “fare”. Inoltre un contatto con un centro di salute mentale apre dei mondi: ad esempio, per me, è stato un processo di conoscenza profondo e anche un cambio di prospettiva molto forte. Basti pensare che la coabitazione con questo servizio è stata fondamentale per decidere di lavorare nel sociale.

Così abbiamo iniziato a partecipare a piccoli bandi, sempre tra Mestre e Venezia, poi siamo anche riusciti a ritagliarci qualche ruolo in appalti più grandi, e siamo cresciuti.

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Le vostre attività sono plurime, rimandiamo al vostro sito per chi volesse approfondire, quella più in vista è LabAltobello anche per i riconoscimenti raccolti a livello nazionale come il premio Un neo welfare per la famiglia 2.0Voi definite LabAltobello “un’esperienza di welfare-mix”. Cosa significa?
Per capire cosa intendiamo con questa etichetta è sufficiente raccontarti cos’è oggi LabAltobello. Lo stabile è di proprietà pubblica (l’edificio è parte del progetto di riqualificazione legato al Contratto di quartiere di Altobello; ndr) assegnato a Sumo e Formaset  dal Comune per dar vita ad una ludoteca pressoché gratuita, infatti si paga 10 euro per potervi accedere 12 mesi.

Una ludoteca con un orario e dei servizi legati ad un piano formativo dettagliato. Ovviamente le tariffe non sostengono minimamente i costi della ludoteca così ci è data la libertà di integrare questo servizio con altri che devono essere coerenti con le funzioni generali dello stabile.

Per raggiungere questo obiettivo abbiamo costruito una serie di relazioni con il territorio, ossia con altre associazioni e/o cooperative, per essere più forti, per avere maggiori competenze.

Questo dell’agire in rete è del resto una delle cifre di Sumo. Così oggi il cuore delle attività di LabAltobello sono i servizi per l’infanzia (feste di compleanno, corsi vari per i più piccoli, centri invernali, centri estivi, SOS sciopero, ecc.), alcuni a pagamento altri gratuiti.

Oggi nel Lab è impiegato un socio della cooperativa a tempo pieno e attiviamo circa una ventina di professionisti per i diversi progetti, tra questi una educatrice fissa mentre gli altri lavorano in base al progetto attivato, al servizio erogato.

E con il tempo crescono altri servizi. Il primo piano dello stabile è quindi dedicato ai più piccoli e alle famiglie, oggi abbiamo seicento bambini iscritti; il secondo piano è dedicato al coworking – oggi otto persone coinvolte –  e alla formazione, infatti Sumo è accreditato presso la Regione Veneto per accedere agli FSE.

E sono tutti servizi che dialogano tra loro, anche molto banalmente, ad esempio chi partecipa ad un corso di formazione lascia il figlio al primo piano, ma avvengono anche contaminazioni più complesse che a volte generano piccole o grandi innovazioni.

Welfare-mix per noi quindi vuol dire fornire nella stressa struttura servizi differenti che si contaminano. Intendiamoci, i primi tempi sono stati molto difficili, è stato un rodaggio impegnativo, ma oggi i conti tornano e il 13 dicembre festeggeremo i due anni di attività.

 

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Qual è il quid innovativo dei servizi che erogate, così possiamo cercare anche di delimitare il campo di questa parola?
Noi non forniamo un servizio univoco, noi offriamo una multiformità di servizi che sono sempre modificabili in base alla domanda. L’innovazione è non dare un’unica risposta statica, bensì una pluralità di servizi tra loro indipendenti, ma capaci di dialogare e supportarsi. Ed è molto importante la capacità di adattarsi velocemente al mutamento della domanda.

Ad esempio sollecitiamo chiunque utilizzi LabAltobello a segnalarci dei miglioramenti nei servizi erogati così noi mutiamo il più rapidamente possibile l’offerta coinvolgendo nuove professionalità.

Operata da sempre nella città di Venezia tra terra e acqua. Spesso leggiamo che la città offre un tessuto afferibile al terzo settore. Ma, al di là del dato puramente quantitativo, come giudichi la qualità del terzo settore veneziano e mestrino?
A livello territoriale abbiamo una rete ampia di erogatori alla quale corrisponde una buona rete di servizi. Sicuramente la quantità è legata al fatto che siamo in Veneto dove l’idea del volontariato e dell’aiutare è molto radicata.

Ci sono però tre criticità. Spesso gli operatori hanno una visione assistenzialistica del welfare, in alcuni settori non può essere che questa, però si trasferisce anche in servizi che dovrebbero focalizzarsi sul fornire strumenti all’assistito per emanciparsi.

Un’altra criticità fortissima è avere un welfare molto legato ai fondi pubblici. Indubbiamente questi fondi non sono azzerabili, ma non possono rappresentare la totalità della capacità operativa del welfare locale.

Infine – e siamo alla terza criticità – questo forte legame economico con il pubblico spesso, se non sempre, si porta dietro legami strettamente politici. Quest’ultima dinamica è forte a Venezia ed è molto visibile in questo periodo dove il cambio dell’amministrazione pubblica ha creato lo stallo completo della macchina amministrativa.

Ed è un vero peccato perché Venezia ha avuto negli anni, diciamo vent’anni fa, una grandissima capacità di innovazione perché chi amministrava – politica e burocrazia- aveva una visione chiara di dove andare e così la città è stata da esempio per molte altre amministrazioni.

Certo era un periodo caratterizzato da maggiori disponibilità economiche, ciò aiutava e facilitava il lavoro, ma finiti i finanziamenti non si è più riuscito a ripensare tutta una serie di servizi, anche quelli gestiti direttamente dal Comune: molti servizi/uffici che, come mission dovrebbero generare innovazione ed essere presenti nel territorio, sono scomparsi.

Mi rendo conto che dalle mie parole esce un quadro molto negativo, io sono pessimista per natura, altri soci della cooperativa Sumo hanno un visione più rosea, per fortuna.

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Esiste un luogo dove potervi confrontare e misurare anche con chi non appartiene direttamente al mondo dell’innovazione (accademia, cittadini, altri imprenditori, etc.)?
C’è qualche gruppo di cittadini che cerca di fare qualcosa. Ma, no, la situazione generale la vedo in maniera molto negativa.

Al di là del settore più legato alla vostra attività (innovazione sociale) pensate che la città si possa definire una città innovativa?
C’è qualche nicchia, ma direi che in questo periodo storico, oggi, la città non è innovativa!

Ora la domanda alla quale tutti vorrebbero avere una risposta: come si genera innovazione? Su cosa si dovrebbe intervenire in maniera prioritaria?
C’è un po’ di brace che emana del calore, come dicevo ci sono gruppi, piccole realtà che stanno lavorando bene. Ma perché la brace diventi fuoco manca proprio una visione complessiva della città: la mano destra non sa quello che fa la sinistra e – oltre ad essere scoordinate – magari vanno in direzioni differenti.

Credo molto nella politica come luogo dove si individui la visione di come una comunità vuol essere. Ma è da anni che l’amministrazione non riesce a sviluppare una visione di città, un progetto organico.

Vorrei fare due esempi banali: abbiamo rivisto la mobilità con l’introduzione del tram e si decide che due capolinea siano in corrispondenza dei centri commerciali.

Mi domando, cosa avevano in mente quando hanno progettato ciò? Quale era la finalità e il messaggio che si voleva dare? Andate tutti a fare la spesa nei centri commerciali?

Per non parlare della gestione del turismo a Venezia, una città oramai piegata a logiche commerciali di bassissimo profilo. Spero che questa nuova amministrazione, anche se politicamente non la sento vicina, riesca a elaborare una visione innovativa.

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Vorrei chiudere trovando lo spazio per una tua riflessione sulla difficoltà per una donna di conciliare famiglia e lavoro. Te lo chiedo visto che Sumo sta lavorando molto su questo tema.
In termini generali direi che qualcosa si muove. Si stanno facendo alcuni ragionamenti e prendendo alcune misure in aziende molto strutturate come enti pubblici di una certa dimensione e nelle piccolissime imprese dove datore di lavoro e dipendenti si sentono una grande famiglia.

Ma nella grande maggioranza delle imprese non c’è sostegno alla maternità e in generale a chi si occupa della famiglia.

Il primo tema da affrontare è l’idea dominante che la cura della famiglia, quindi anche degli anziani, debba ricadere solo sulla donna.

Pensando solo alla maternità, questa idea obbliga la madre al suo rientro sul posto di lavoro al part time a cui spesso segue un demansionamento nei fatti. Ovviamente per le libere professioniste la situazione è molto peggiore perché semplicemente restano senza incarichi.

C’è una rivoluzione culturale da fare che richiederà almeno una generazione se non più partendo da un messaggio chiaro: la cura della famiglia non è un aspetto che riguarda solo la donna.

Il secondo tema è lavorare sulle poche forme di sostegno che si danno. L’unica forma di aiuto alla maternità è pensata perché la madre possa restare in azienda fino alle sette di sera. Forse può funzionare per alcuni lavori, ma di certo non per i lavori cognitivi, oggi numerosissimi: pensare che la presenza in ufficio sia il solo dato con il quale misurare la produttività è sbagliato.

Ma, soprattutto, dobbiamo far capire che chi si prende cura di un’altra persona della propria famiglia non sta perdendo tempo.

Le aziende valorizzano assenze come quelle formative, anche prolungate, ad esempio per partecipare a master, ma non le assenze per la crescita di una famiglia. Ma dover crescere un figlio o accudire un genitore malato sono probabilmente le esperienze formative più radicali che si possono compiere, valgono molto più di tanti corsi.

Siamo molto indietro su questo campo, ma credo debba essere il punto di partenza per poi pensare servizi per la conciliazione lavoro e famiglia innovativi.

giuseppe saccà

Giuseppe Saccà

@FrederickRolfe

 

 

 

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